
a cura di Agenzia Nova
Migranti, oro e milizie: cosa c’è dietro gli scontri al confine tra Libia e Ciad
In un’intervista a Nova, il vice segretario generale del Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact) in Europa, ha negato ogni coinvolgimento dell’opposizione ciadiana negli scontri con le forze dell’esercito nazionale libico.
A farne le spese sono stati alcuni militari affiliati all’Esercito nazionale libico (Enl), guidato dal generale Khalifa Haftar, uccisi o catturati da un gruppo armato la cui matrice, tuttavia, è ancora oggetto di versioni contrastanti. Da un lato, la Divisione media militare dell’Enl ha parlato di un’operazione riuscita contro “oppositori ciadiani armati” attivi nella zona. Dall’altro, emergono voci che indicano come l’attacco sia stato condotto da forze un tempo alleate dello stesso Haftar, in particolare da un gruppo capeggiato da Saleh Habré, cugino dell’ex presidente ciadiano Hissène Habré, già affiliato alla 128esima brigata dell’Enl, dalla quale fu allontanato per insubordinazione. In un’intervista esclusiva concessa ad “Agenzia Nova”, Mohamed Cherif Jakou, vice segretario generale del Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact) in Europa, ha negato ogni coinvolgimento dell’opposizione ciadiana negli scontri con le forze dell’Enl.
“Non abbiamo partecipato ad alcun attacco”, afferma Jakou. “Ciò che è avvenuto al confine – aggiunge il leader dell’opposizione – è uno scontro interno tra Khalifa Haftar e Saleh Habré. Quest’ultimo era parte delle sue forze, ma ha rotto i rapporti dopo essere stato utilizzato per proteggere convogli legati al traffico di droga e alle miniere d’oro”.
Secondo il dirigente del Fact, Haftar è solito arruolare milizie miste, composte da elementi locali e stranieri, che in un secondo momento bolla come “terroristi” o “oppositori” per giustificare azioni repressive e guadagnare legittimità agli occhi della comunità internazionale. Jakou ribadisce che tutte le formazioni dell’opposizione ciadiana si trovano al di fuori del territorio libico dalla fine del 2024, dopo quello che definisce un “attacco traditore” da parte dell’Enl. L’episodio, secondo Jakou, non è isolato. L’attacco sarebbe stato finalizzato a uno scambio di prigionieri: militari dell’Enl contro Hassan Musa Keley, figura di rilievo della comunità Tebu, recentemente arrestato dopo aver tentato di fornire miliziani Tebu al Governo di unità nazionale (Gun) di Tripoli, rivale di Haftar. La mancata liberazione di Musa, avverte, potrebbe innescare un’escalation nell’intero Fezzan, regione strategica per i traffici e i flussi migratori, ma ancora priva di un controllo capillare da parte dell’Enl. “I figli di Haftar sono direttamente responsabili dell’instabilità del sud libico”, denuncia Jakou, in riferimento a Saddam e Khaled Haftar, rispettivamente a capo delle Forze di terra e delle Forze speciale dell’Enl. “Negli anni passati hanno sfruttato i gruppi armati per gestire i flussi migratori, utilizzando il dossier dell’immigrazione illegale come leva per ottenere fondi e riconoscimenti politici da parte dell’Europa. Sono gli stessi apparati di sicurezza dell’Enl a trasportare i migranti verso le coste libiche, traendone profitto diretto”.
Intanto, le forze terrestri libiche guidate da Saddam Haftar hanno annunciato l’invio di unità d’élite nella zona di frontiera con il Ciad. Un filmato pubblicato sui canali social dell’Enl nelle scorse mostra colonne di veicoli militari in movimento notturno, scortati da mezzi armati e forze speciali, mentre attraversano una base illuminata per poi dirigersi in profondità nel deserto. Si nota, in particolare, l’arrivo di un convoglio blindato presso un posto di controllo sotto riflettori artificiali, dove militari appiedati presidiano l’ingresso.
Il video mostra poi una lunga colonna di fuoristrada e mezzi militari avanzare ordinatamente lungo piste sabbiose in un’area desertica scarsamente illuminata, segnale di un’operazione su larga scala. Riguardo alla situazione interna in Ciad, Jakou conferma che l’opposizione armata ha adottato dal 2021 una linea di contenimento, proclamando un cessate il fuoco unilaterale con il governo di N’Djamena in considerazione della grave instabilità che investe il Sahel e i Paesi limitrofi come Sudan e Libia. “Abbiamo legami storici e sociali profondi con il popolo libico e ciadiano. Non è questo il tempo per un conflitto armato aperto”, afferma. Tuttavia, Jakou mette in guardia: “Il regime ciadiano continua a inviare segnali negativi e potrebbe farci perdere la pazienza. Il nostro comandante, Mahdi Ali, ha già chiarito che non siamo vincolati da alcun accordo permanente. Un nuovo conflitto potrebbe esplodere in qualsiasi momento”.
Spostando lo sguardo al contesto regionale, Jakou affronta il tema della crescente presenza russa nel Sahel, in particolare in Paesi come Mali, Burkina Faso e Niger. A suo giudizio, “la presenza russa è una scelta dei popoli africani, che hanno visto fallire il modello francese di gestione delle relazioni internazionali. La Francia ha dominato il continente per decenni senza portare benefici concreti, alimentando invece logiche di sfruttamento coloniale e imperialismo”. Durante un evento a porte chiuse organizzato a Roma dal European Council on Foreign Relations (Ecfr), un diplomatico europeo ha lanciato un allarme sul rafforzamento di una narrazione promossa dalla Russia, secondo cui l’Europa sarebbe un ex potere coloniale in declino, mentre Mosca viene presentata come un attore solidale e “liberatore”.
“Questo tipo di messaggio – ha spiegato il diplomatico – attecchisce facilmente tra i giovani africani. È fondamentale imparare a comunicare con loro in modo credibile, contrastare la disinformazione e promuovere i valori della verità, della trasparenza e della buona governance”. Nel contesto di questa sfiducia diffusa verso in particolare Parigi e l’Europa nel suo complesso, Mosca avrebbe intercettato una domanda crescente di protezione e cooperazione alternativa. “La Russia offre un modello che, almeno per ora, viene percepito come più rispettoso della sovranità e degli interessi locali”, osserva Jakou. Infine, l’esponente del Fact commenta la guerra in Sudan, scoppiata nell’aprile 2023 tra l’esercito regolare e le Forze di supporto rapido (Rsf): “Non abbiamo preso parte al conflitto. Manteniamo relazioni sociali con tutte le parti in campo e auspichiamo una soluzione sostenibile a una crisi che sembra non avere fine”.





