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GEOPOLITICA E POLITICA RICHIEDONO UN NUOVO PARADIGMA RIFORMISTA

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di Antonio Foccillo

Tutto il mondo è in attesa di capire se nell’incontro fra Trump e Putin si sia parlato solo della fine della guerra in Ucraina oppure di una nuova divisione del mondo dopo Yalta, Come pure se negli incontri di Trump alla Casa Bianca con i leader europei e Zelenski siano emerse le condizioni per confrontarsi con Putin in modo da porre fine alla guerra. Su questo Trump organizzerà un incontro fra i due nemici, anche se sembra che per raggiungere la pace l’Ucraina dovrà accettare condizioni molto onerose. L’aspetto più positivo è stato che l’Europa si sia presentata con una posizione unica di sostegno all’Ucraina e che abbia chiesto che qualsiasi negoziato dovesse essere preceduto dal blocco dell’ostilità.

Sullo sfondo resta ancora la fine del conflitto Israele/Palestina. Devono finire le condizioni disumane a cui è costretto il popolo Palestinese. Per fortuna in Israele la popolazione ha manifestato la contrarietà alla guerra, con una grandissima partecipazione che potrebbe essere uno stimolo per un analoga posizione dell’Europa che è stata, fino a oggi, quasi imbarazzata nell’intervenire. 

Mentre tutti i media si interessano solo di queste vicende internazionali che pure sono importanti e che condizionano enormemente la vita delle persone, non dobbiamo distogliere l’attenzione da analizzare quello che è successo, in questi anni passati, nell’economia mondiale dove si sono sviluppate condizioni nettamente devastanti. 

Non dobbiamo pensare che tutto questo è frutto di un destino cinico e baro, ma, invece, è dovuto alle scelte e decisioni economiche e politiche che hanno messo da parte il fine dell’agire politico, cioè la giustizia sociale, sostituita da una sorta di armistizio con la fame speculativa della finanza alla quale è stata trasferita, attraverso i mercati, la ricchezza sociale dei popoli e quella personale dei cittadini.

Le cose nel mondo sono peggiorate drammaticamente, per prima con l’irruzione sulla scena sociale e politica dei mercati che hanno portato con se la dottrina finanziaria, in cui la moralità della condotta sociale viene dettata dal responso della Borsa e dagli interessati segnali delle agenzie di rating e dei grandi investitori.

Successivamente la politica dell’austerity che l’Europa, con molta testardaggine, ha continuato a imporre in questi decenni, aggravando la situazione economica di quasi tutti gli Stati europei.

Infine, si è scatenato un processo distruttivo attraverso la guerra, a cui si è aggiunto un aumento vertiginoso delle materie energetiche e dei prezzi delle materie prime e oggi l’imposizione dei dazi da parte degli Stati Uniti. Tutto questo è intervenuto su una situazione in cui erano già amplificate le difficoltà economiche e aumentate le povertà.

In questi frangenti, anche per il pensiero unico che ha annullato qualsiasi opposizione, si è inculcato nelle menti delle persone che quello che è successo è stato ineluttabile, per cui non si potesse fare niente per modificare le cose.

  
Non è cosi! Sono sempre gli uomini con le loro decisioni che cambiano i destini degli Stati e dei loro cittadini.

Se è cosi, non si deve perdere la speranza di poter modificare le cose. Si possono influenzare gli eventi e le decisioni se si ripristinano le condizioni per un impegno maggiore da parte di tutti e non lasciarsi prendere dall’apatia e dal disinteresse, convinti che il proprio apporto non serva a niente. 

Bisogna, invece, ritornare alla Politica con la P maiuscola e imporre un’azione strategica che deve essere strettamente intrecciata, a parer mio, al modello di società che si vuole in questa situazione economica, sociale e politica che si è determinata. Una società in cui si stabilisca, non dico un giusto equilibrio, ma un equilibrio fra quelli che sono i forti e quelli che sono i deboli della società!

È necessario razionalizzare un sistema che ha impoverito il cittadino, senza dargli la possibilità di gestire adeguatamente il proprio reddito. Simile è il discorso per il risparmio, dove si concentrano i poteri forti e dove il cittadino è in balìa delle banche e di un mercato sempre più ostile.

La crisi economica del sistema finanziario e della guerra ha influito fortemente e negativamente sul sistema industriale e sul sistema sociale, infatti, di fronte a una situazione così difficile e drammatica, le forze politiche, incapaci di avviare tavoli di confronto e di concertazione, attente esclusivamente alle loro logiche elettorali, preferiscono prefigurare e avviare uno scenario di contrapposizione e di divisione, incuranti degli interessi generali.

Con un mercato che ha invaso prepotentemente tutte le scelte economiche si deve uscire dalla logica difensiva e riprendere una fase di nuova tutela per riacquistare la dignità dei diritti che competono a ognuno. Non si deve dimenticare che le conquiste sociali e le ampliate esigenze che chiamiamo diritti sono veramente tali se non rimangono una affermazione puramente teorica e culturale. I diritti sono tali se sono garantiti.

Per questo l’impegno ai vari livelli da parte di tutti noi, secondo il grado di responsabilità di ognuno, non può che essere rivolto a ricercare soluzioni di dialogo, fra le diverse componenti sociali e politiche e di partecipazione, in modo da costruire un progetto unico.

È fuori di dubbio che il tema della modalità del processo di partecipazione, alla luce delle tante crisi, diventa elemento fondamentale e cruciale del sistema delle relazioni.

Di fronte a ciò piuttosto che chiudersi in difesa si deve ritornare a fare politica, avendo la consapevolezza che qualsiasi soggetto rappresentativo, in una società democratica e pluralista, è legittimato e accettato anche per la sua capacità propositiva, che partendo dagli interessi particolari li inquadra sempre in un quadro di compatibilità generale del Paese.

Se la sfida sarà colta da tutti avremo una nuova stagione del coinvolgimento dei cittadini per evitare che siano chiamati solo a gestire le crisi. Infatti, se non si fa partecipare la cittadinanza o la si chiama solo nei momenti di crisi, essa si sfiducia e rischia, così, di ridursi anche il rapporto di rappresentanza. In tal senso si crea un sentimento di apatia che è molto più distruttivo, in un sistema democratico, di un qualsiasi dittatore. Quando si genera l’apatia, non riconoscendo un proprio ruolo dentro il sistema decisionale, si rischia non solo la partecipazione, ma la stessa democrazia.

Tutto è modificabile, basta metterci l’impegno e la convinzione della giustezza delle proprie valutazioni. Si può rispondere che ciò è utopico o improponibile, ma allora, se questo modo di ragionare fosse stato presente nell’arco delle centinaia di anni passati saremmo ancora all’età della pietra. Le battaglie vanno fatte sempre per cambiare le cose, valutando però il consenso sulle proprie posizioni e coinvolgendo quanto più possibile le persone che si vogliono rappresentare in un’ottica riformista che prevede piccoli passi, ma comunque modificativi del preesistente.

Certamente sarebbe più responsabile, se non doveroso, stabilire tutti assieme come porre il Paese nella condizione di vincere le varie sfide a cui bisogna rispondere.

Bisogna che tutti cerchino di dare alla politica contributi e stimoli innovativi, che diventino opzioni, modelli alternativi sui quali la politica poi sarà costretta a confrontarsi e dovrà dare una risposta. Ed è probabile che una risposta sia difficile per entrambi gli schieramenti. Si vedrà se sarà la sinistra o la destra a rispondere, anche se appare evidente che su alcune materie la sinistra dovrebbe essere più sensibile. Ma deve essere la pratica quotidiana a dirlo, è la politica che deve dimostrare di credere in alcuni principi e dare seguito a questi.

Oggi più di ieri vi è bisogno che prevalga la vera cultura riformista. Una delle condizioni che ha consentito al nostro Paese di evolversi sempre più in senso moderno e sul piano sociale e civile sta proprio nell’affermarsi dell’uomo, della sua natura di soggetto storico con la ricerca continua di una verità, frutto del dubbio e della ragione.

Si deve, contemporaneamente dare un contributo concreto alla ricostruzione di una forza riformista, che rappresenti non solo la continuità storica del socialismo italiano, ma che sappia anche guardare al futuro con una prospettiva adeguata, consapevole della realtà globale che muta quotidianamente, sotto tutti i punti di vista, creando nuovi problemi, nuove sfide.

Bisogna che ci siano nuovi soggetti politici trainanti con quei connotati, giacché la “politica” ha perso la voglia di confronto e di dialogo, avviluppata com’è da un sistema bipolare imperfetto che annulla il rapporto con la società civile e con le parti sociali, sterilizza le ideologie, mortifica le tensioni sociali.

Autore

  • Redazione

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