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GAS, PERCHE’ NON ESTRAIAMO NELL’ADRIATICO?

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Perché l’Italia non estrae il gas nell’Adriatico?
La produzione industriale italiana è negativa da oltre 25 mesi.
Una delle cause è sicuramente imputabile al costo dell’energia.
Le riserve di gas presenti nel Mar Adriatico potrebbero ridurre il costo dell’energia e coprire circa il 20–25% del fabbisogno annuale di gas dell’Italia per diversi anni, secondo le stime più accreditate (fonte ENI, Assorisorse e operatori del settore).
La produzione nazionale attuale è  di circa 3,3 miliardi di m³/anno (dati 2023), il fabbisogno totale italiano circa 67–70 miliardi di m³/anno e il potenziale stimato del gas offshore italiano (soprattutto Adriatico) vicino ai 15 miliardi di m cubi/anno in caso di pieno sfruttamento.
Quindi, se si riattivassero e potenziassero le estrazioni offshore, si potrebbe ridurre sensibilmente la dipendenza dall’estero, risparmiando miliardi e riducendo l’instabilità dei prezzi.
Naturalmente ci sono diverse variabili: tempi di riattivazione, prezzi, vincoli ambientali e infrastrutture. Ma l’impatto sarebbe rilevante.
Sotto il Mar Adriatico ci sono notevoli riserve di gas naturale, ma l’Italia estrae solo una piccola parte di quello che potrebbe.
Perché allora non viene estratto pienamente?
Intanto a causa di blocchi normativi e politici, a cominciare da quanto indrodotto nel 2019, riguardo le nuove trivellazioni entro 12 miglia dalla costa e una moratoria sulle concessioni, poi prorogata. Il che ha congelato l’espansione dell’estrazione.
Le resistenze ambientali e locali, originate da molte Regioni adriatiche e movimenti ambientalisti che si oppongono, temendo danni all’ambiente, al turismo e alla pesca.
Scelte politiche poco strategiche, per le quali negli ultimi anni, l’Italia ha puntato di più su importazioni (gas russo, algerino, via nave LNG) invece che all’autosufficienza, per ragioni ideologiche o di corto respiro.
Altri Paesi (come la Croazia) estraggono gas dalle stesse riserve transfrontaliere, mentre l’Italia compra gas a caro prezzo sul mercato.
Quindi il gas c’è, ma non lo usiamo per motivi soprattutto politici e normativi (ad esser buoni ndr).
Una situazione incomprensibile visto il notevole costo che viene scaricato sugli utenti, cosa che dovrebbe portare a risovere anche le altre problematiche alle quale faccio, con l’occasione, di seguito brevemente cenno.
Il costo dell’energia in Italia, più alto rispetto a molti altri Paesi europei per i cennati motivi strutturali e politici, che portano ad una dipendenza dall’estero (l’Italia importa, così,  circa il 75% dell’energia che consuma, soprattutto gas naturale, spesso a prezzi più alti rispetto a chi ha forniture dirette o produzione interna).
La scelta di non produrre energia nucleare, che in altri Paesi copre una buona fetta del fabbisogno (come in Francia), ulteriore concausa che ovviamente costringe l’Italia a puntare su fonti più costose e/o meno affidabili.
Poi, come se non bastasse, va altresì considerato che le bollette italiane includono molti costi fissi, come incentivi alle rinnovabili, costi per la distribuzione e la gestione del sistema elettrico, i quali “pesano” anche quando i prezzi della materia prima scendono.
Per non parlare poi del fatto che una grossa parte della bolletta è costituita da tasse e accise, spesso superiori alla media UE.
Il tutto in presenza di una una rete relativa alla distribuzione poco efficiente, soprattutto per lo stoccaggio o il trasporto di energia rinnovabile prodotta in eccesso.
Non parliamo poi della concorrenza, che sebbene il mercato sia formalmente liberalizzato, nei fatti è sostanzialmente assente, anche in termini di trasparenza.

Autore

  • Redazione

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