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FRANCIA, IL TRAMONTO DEI GRANDI IDEALI

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Vi sono luoghi che, pur appartenendo solo alla geografia e alla memoria collettiva, possiedono una valenza simbolica perenne. Questi luoghi rappresentano concrete luci nelle tenebre del Tempo e immaginiamo siano abitati da uomini severi e coraggiosi che ci ispirano ad andare avanti. La Francia è uno di questi luoghi, con la sua grandezza e un’idea di Francia che, nonostante le sfide, persiste tra i popoli.Tuttavia, nella rivolta dei disperati delle banlieue, sembra che la Francia della “fraternité” vada in frantumi.

I popoli del Sud globale osservano con stupore una nazione che rappresentava i diritti umani, l’uguaglianza e lo Stato sociale. Parigi si trasforma da un luogo di riscatto a un luogo torbido e diviso, che disprezza e isola gli ultimi.

Tutto questo è fallito innumerevoli volte, come succede inevitabilmente. Tuttavia, dai fallimenti si costruisce gradualmente la trama di una Storia che sfugge all’occhio fugace dell’uomo e che dobbiamo intrecciare e ri-intrecciare per procedere avanti.

Mentre le note della Marsigliese, se lette attentamente, rivelano una marcia bellicista, avanziamo a occhi chiusi e guardiamo la Francia di oggi, la Francia della rivolta delle periferie. È un paese torbido e diviso, con saccheggi e incendi, centinaia di arresti e strade percorse da unità speciali di polizia che ricordano le strade di regimi autocratici alle prese con rivolte. In tutto ciò, l’idea di Francia ci sfugge di mano. Ci chiediamo se l’incantesimo ha perso il suo potere, quello di prendere vita di fronte a noi come un corpo umano.

Sorge una sconcertante irritazione in alcuni abitanti di ciò che oggi definiamo “il sud globale”. È questo il paese della Grande Rivoluzione che uccide ai posti di blocco e percuote i suoi veri proletari, coloro che erano una volta immigrati diventati cittadini ma ora ammassati nelle banlieue e nelle stanze affittate, ignorati e disprezzati come accadeva in passato ai coloni d’oltremare?

Se esistere in politica significa agire, allora stiamo assistendo al tramonto di un’idea. Questo non è solo un problema francese. Con la sua fine, declina anche la credibilità dell’intera Europa, che ne è figlia e sviluppo e che sembra sempre più una società avvolta da meschine associazioni di interesse. In questi tempi di guerra, ciò è vantaggioso solo per coloro che si schierano al di là della nuova cortina di ferro.

Si rivela, ancora una volta, una Francia di cittadinanze sconnesse e divise, in cui la risposta del pomposo europeista Macron è militarizzare le città o tirare fuori da un cassetto una pericolosa bugia, ovvero, che questo tumulto è il risultato di trame insurrezionali di estremisti islamici che cospirano nelle moschee delle banlieue. Non si intravede nemmeno un timido mea culpa.

Emergono i lati peggiori della politica francese, che cerca di restare nobilmente furba, agendo come i maliziosi figli delle tenebre pur volendo essere gli eredi della Luce. Sfortunatamente, si manifesta anche una profonda compiacenza, un gusto che la Francia ha talvolta di sé stessa, un rifiuto di cambiamento che si trasforma in irritazione quando si sente minacciata. È amaro constatare che i leader della sinistra francese, reale o presunta, condividono solo l’impotenza e sono tutti tributari della stessa politica di destra che criticano a parole, ma sono costretti a servire.

Quante volte ci siamo dovuti rassegnare, con la Francia, all’amara constatazione che l’amicizia spesso non risiede nelle parole ma nei silenzi? Le ipocrisie nei confronti dei migranti, come la giungla di Calais e il confine di Ventimiglia, o i modi coloniali con cui finora si è cercato, con scarso successo, di gestire la Françafrique. Le idee sul problema delle periferie e dei loro abitanti sono state usurpate, svuotate dalle falsità di chi se ne è servito. Le banlieue sono rimaste solo un problema, forse irrisolvibile, di ordine pubblico, persone da tenere sotto controllo o un popolo sconosciuto. O peggio ancora, un popolo che non interessa, che si allontana sempre di più nelle sue abitudini e, soprattutto, nei suoi rancori.

Persino l’estrema sinistra non lo considera interessante come “massa rivoluzionaria”. Si preoccupa solo delle classi popolari francesi colpite dalla crisi. Eppure, in questa febbrile attesa di una società diversa e più umana, la Francia aveva un ruolo storico da svolgere, almeno sin dal 1789. Dove è andata persa questa attesa entusiasmante? Forse nel declino economico e politico, nell’appassimento di una cultura che un tempo era universale e oggi è una sociologia claudicante, e nelle piccole manovre di una politica meschina.

Ma se la “fraternité” a Parigi appare più illusoria della luna di Ariosto, cosa resta della Francia?

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  • Redazione

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