
di Giorgio Cattaneo
Cosa non si farebbe, per fingere di esistere davvero. Lei è quella che sbraitava la sua irriducibile italianità, quasi fosse di per sé un talismano contro l’Europa Matrigna. Lui invece si faceva consolare da sua eccellenza Mario Draghi, noto paladino dei lavoratori italiani ed europei, davanti alla sede sindacale tranquillamente vandalizzata da un corteo di barbari colà scortati dai reparti antisommossa. Il più ovvio degli incidenti: serviva a squalificare la piazza dei manifestanti – quelli veri – che protestavano contro il grazioso apartheid sanitario varato da Super Mario. Tutto questo, nel paese il cui Capo Supremo avrebbe poi “spiegato” che non servono, le commissioni parlamentari, laddove rischino di infangare il buon nome dei paterni governanti, unicamente protesi verso la salvaguardia della salute, della sicurezza e della scienza, celebrando il glorioso trionfo della trasparenza e la pura metafisica della democrazia.
Fingere di esistere: lei agita il vessillo temerario del Premierato Assoluto, nel tentativo di distrarre il pubblico dallo scempio. Un governo-zerbino, il suo: massima delizia possibile per i poteri ostili della peggior specie, traditi gli elettori e calpestata anche l’ultima ingenua speranza tricolore, mentre là fuori tutto crolla, come i palazzi di Gaza, e – tra una telefonata e l’altra – si infeltrisce persino la valorosa felpa del caro Zelensky, malinconico souvenir della dominazione straniera sull’Ucraina. Lei era Giorgia, una volta: adesso invece sembra Mario Monti, quando decanta la virtù del suicidio di bilancio con tanto di validazione tecnocratica. Ricorda l’indimenticabile Padoa Schioppa, l’oligarca che celebrava il glorioso istituto dell’iper-tassazione, da scaricare sulla groppa degli italici bamboccioni. È già finito, il breve film di Giorgia: soltanto lei non se n’è ancora accorta. Ma non ha scampo, ha chiuso la porta in faccia a tutti suoi elettori. E i padreterni a cui si inchina, rinomati anti-italiani, saranno i primi a dimenticarla.
Per inoltrarsi nelle catacombe dei suoi detrattori, però, occorre compiere un passo ulteriore: tocca calarsi nell’oltretomba della fu sinistra, il museo delle cere dove ammuffiscono – da decenni – i reperti archeologici delle rivendicazione sociale. Loro, gli inarrivabili ricettatori dei diritti (per citare Paolo Barnard) che come nessun altro seppero svendere la dignità nazionale, punendo impietosamente i meno abbienti, illusi e raggirati dall’eterno sventolare di bandiere rosse, mentre l’euro-banditismo atlantico si prendeva tutto. Scudieri minimi del massimo potere, solerti e diligenti: tagliare, rinunciare, imbrogliare le carte, legittimare la plutocrazia travestita da plutomanzia, supportare ideologicamente la Rassegnazione Universale. Chi meglio dell’ex Giorgia, per poter ragliare – ancora – contro il fantasma della Dittatura Estinta, perfetto per lasciar passare inosservata la presenza soffocante dell’altra dittatura, quella odierna, globalmente imperante, politicamente correttissima e inarrestabile, avida e affaristica, ferocemente onnipervasiva?





