
di Vito Sibilio
A firma di Felice Manti, il 24 ottobre è uscito sul Giornale un articolo che anticipa il risultato delle ricerche di Ezio Gavazzeni, pronte a confluire in un interessantissimo libro. L’Autore – col quale ho avuto modo più volte di interloquire sull’argomento – propone una nuova, documentatissima ipotesi investigativa sull’Attentato a Giovanni Paolo II e, probabilmente, sul Sequestro di Emanuela Orlandi.
Sulla scorta di un dossier di duecento documenti ignoti al grande pubblico e che in Gavazzeni hanno trovato l’acribia necessaria per essere studiati diligentemente, si basa una ricostruzione, ancora in divenire, sulle dinamiche oscure del sacrilego tentato omicidio di Ali Agca.
Oramai tutta la pubblicistica – tranne, ovviamente, quella cattocomunista italica – sa da tempo che i mandanti del delitto erano i servizi segreti sovietici, guidati all’epoca da Andropov. Nel quadro dell’Operazione Papa, Giovanni Paolo II doveva essere assassinato da due killer dei Lupi Grigi, Agca e Celik, reclutati tramite la mafia turca di Bekir Celenk, col beneplacito dei leader dell’organizzazione Catli e Celebi e per conto dei servizi segreti bulgari, i quali, a loro volta, agivano come serventi in un piano supervisionato da quelli tedesco orientali di Wollf e Bohnsack. A Roma, i due assassini avrebbero avuto il supporto degli agenti di Sofia Antonov, Vassilev, Ayvazov e Tomov Dontchev. Dopo il delitto, altri omicidi, sequestri e scandali avrebbero dovuto sovvertire l’immagine e le istituzioni della Chiesa Cattolica.
Tuttavia la sconfessione che Agca fece di se stesso e delle sue rivelazioni sul ruolo dei turchi e dei bulgari nel complotto – fatta mediante la simulazione della pazzia – implicò la fine dell’inchiesta internazionale, per cui giudiziariamente la verità è ancora quella del killer solitario che spara al Pontefice di Roma senza motivo.
Oggi, Gavazzeni offre al mondo della ricerca una acquisizione importantissima, quella del legame diretto tra Agca e il KGB, che avvenne attraverso l’ASALA, l’organizzazione terroristica separatista armena in Turchia, legata alla galassia del terrorismo rosso, diretto da Mosca tramite Alexei Soldatov, di stanza a Beirut. L’uomo chiave dei rapporti tra l’ASALA e Agca sarebbe stato Teslam Tore, legato a filo doppio a Soldatov e, ad oggi, entrato solo di sbieco nelle carte degli istruttori di un tempo, ossia Martella, Imposimato e Priore.
Non sta a me qui ripercorrere i dettagli già noti di questa dirompente inchiesta, che lega la formazione di Agca nei santuari del terrorismo ai buoni uffici dell’ASALA e giustifica il legame con la lotta senza quartiere che essa già faceva all’Italia e al Vaticano per la loro costante esfiltrazione di armeni non comunisti dall’URSS, né rammentare che nei primissimi momenti dell’arresto di Agca egli passò per armeno. Vale solo la pena di evidenziare che l’ASALA fu citata, in un apparente lapsus linguae rapidamente corretto, da uno dei telefonisti del Caso Orlandi. Gavazzeni ha senz’altro trovato una miniera d’oro, probabilmente difesa da meccanismi degni di Indiana Jones.
Tutto ad oggi è comprendere come collocare le rivelazioni in itinere nel quadro dei dati noti. Due possibilità ci sono offerte. La prima è una riscrittura completa dei fatti, partendo dal presupposto che Agca abbia sempre e solo mentito e che gli inquirenti e gli storici abbiano sbagliato del tutto strada. La seconda è che, salvaguardando l’integrità delle acquisizioni già esistenti, la pista armena sveli il contatto diretto di Agca con l’URSS e Soldatov, ossia quel segreto dei segreti che, custodito con assoluto silenzio, costituiva in un certo senso il quarto livello del complotto, dopo il primo dei Lupi Grigi, il secondo dei Bulgari e il terzo della Stasi. Un sistema di scatole cinesi che ben si addice a un complotto del genere e che, a mio modesto avviso di cultore dell’argomento, appare la ricostruzione più probabile ed avvincente. In attesa che Ezio ci dia altre scosse di adrenalina.





