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EUROPA, UN VOTO CHE DEVE PORTARE A UNA UNIONE REALE

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di Antonio Foccillo

L’8 e il 9 giugno si vota per le elezioni del Parlamento europeo. Se si guarda alle liste elettorali nel nostro Paese sia nella coalizione del centro destra e in quella del centro sinistra, larga o stretta che sia, c’è poco di nuovo, perché alcuni leader dei rispettivi partiti che le compongono sono quasi tutti in lista e dopo l’esito elettorale, nel momento che saranno eletti, certamente non andranno a Bruxelles. Ma allora è una farsa! A che serve?

Il partito “Stati Uniti d’Europa” ha dichiarato che se i suoi saranno eletti, si dimetteranno da parlamentari italiani per andare a Bruxelles. Ma è una coalizione di diversi partiti per cui non è facile capire quali potrebbero essere realmente i loro impegni e le loro scelte successive.

La campagna elettorale, come sempre, è stata poco incisiva sulle questioni europee e molto su questioni che riguardano le polemiche italiane. Non ultima la polemica sul Presidente della Repubblica, perché non avrebbe difeso l’autonomia dell’Italia, avendo parlato in termini postivi dell’Europa. Dove siamo arrivati? Che poca cosa è la politica italiana!

Sul piano dei contenuti di una campagna tematica come questa nessuno si è interrogato su quello che è successo realmente in Europa e su come si dovrebbe cambiare. È mancato finanche un dibattito sia sulla crisi economica sia sulla guerra e sono assenti iniziative adeguate per una proposta capace di ridare al progetto europeo consapevolezza dei suoi problemi e dei suoi possibili destini.

Se chiedi a qualcuno dei candidati cosa si vuol fare, ti risponde che i propri partiti hanno presentato i programmi elettorali, ma non si preoccupano mai di sapere se qualche italiano hai mai letto o leggerà questi testi, dove c’è tutto e il contrario di tutto.

L’Europa da sempre si è dotata di una governance di natura essenzialmente finanziaria economica, il cui interlocutore principale è la rendita e la cui missione è conservare e riprodurre gli attuali rapporti di forza tra i soggetti sociali, così come tra gli Stati.

Questa governance ha sospinto gli Stati membri a rendersi efficaci articolazioni degli imperativi liberisti, eliminando tutto ciò che la poteva ostacolare.
La governante, insomma, si è fatta “governo”, non certo governo politico di cui si invoca retoricamente la necessità di una legittimazione democratica, ma “governo tecnico”, che altro non è se non il governo delle burocrazie.

Questa centralizzazione tecnocratica del potere, destinata a sfociare in un dispotismo tutt’altro che illuminato, ha usato il terrorismo finanziario per giustificare il suo insediamento non elettivo al governo e, di fatto, comprimere ogni forma di democrazia e partecipazione politica.

Scriveva Josè Ignazio Torreblanca, qualche tempo fa, ed è ancora attuale : “Se l’Europa vuole sopravvivere politicamente, ha bisogno di una periferia in pace e di una globalizzazione compatibile con i suoi principi e con i suoi valori. Ma invece di creare un anello di prosperità e sicurezza intorno a sé, è pressata da un enorme arco di instabilità che si estende dall’Artico al Magreb, e che, in assenza di sicurezza interna ed esterna finisce per permeare le sue frontiere e alterare l’equilibrio dello stesso progetto europeo. All’interno, le tensioni generate dai difetti di progettazione dell’euro e dall’inadeguatezza e dalle divisioni messe in mostra quando si è trattato di affrontare con efficacia e rapidità una crisi finanziaria come quella che si è scatenata nel 2008 hanno creato una crisi di legittimità molto difficile da risolvere.

In assenza di un’identità comune e di una democrazia vibrante, l’Unione Europea può trarre la sua legittimazione unicamente dai risultati economici, che oltre a non arrivare dividono gli europei in due blocchi contrapposti […]. Non c’è da stupirsi che in un’Europa che non cresce, non crea occupazione e mette gli stati membri uno contro l’altro intorno a politiche di austerità che alcuni percepiscono come vessatorie e altri come assolutamente insufficienti e si assiste all’ascesa di forze antieuropee”.

Il fatto è che i governi nazionali avevano delegato la loro politica economica alle ottuse politiche iperliberiste dominanti in Europa, invece, era proprio qui che bisognava intervenire e non sui governi nazionali che in alcuni paesi erano in agonia politica.

Tutto ciò ha determinato la convinzione che non ci sia più spazio alla sovranità nazionale come strumento per restituire alla cittadinanza la sovranità che gli appartiene e, infatti, i tentativi “riformisti” di governare la transizione europea a livello nazionale hanno collassato inevitabilmente in una obbedienza al pensiero economico unico e le differenze fra schieramenti si sono limitate ad un’adesione più o meno “sentita” e ad una leggerissima rimodulazione della ripartizione dei costi delle “riforme necessarie”.

Contemporaneamente stanno diventando sempre più estese e pressanti le richieste di un’Europa politica perché solo nella costruzione di un vero processo costituente europeo guidato dal basso e capace di accettare cessioni della sovranità nazionale e di utilizzare questo processo per restituire ai cittadini la possibilità di decidere il proprio futuro, vi è la possibilità di uscire dalla crisi nel segno della democrazia e della giustizia sociale.

La necessità di istituzioni che regolino i mercati, richiama la questione della forza del potere politico nel mondo globalizzato. Gli Stati nazione e gli organismi sovranazionali hanno ancora un ruolo da giocare e un potere da esercitare, ma perché essi diventino efficaci necessitano una riformulazione delle strutture e delle modalità di funzionamento.

Il perché è motivato dagli allarmanti sintomi che preconizzano una vera e propria crisi della democrazia in tutta Europa che si toccherà anche in queste prossime elezioni dove presumibilmente ci sarà una scarsa partecipazione dell’elettorato, in quanto è sempre più accentato il rientro al privato ed una crescente sfiducia nella classe politica in generale.

Il tutto dovuto ad una tendenziale e percepita perdita di quei valori che accomunano una comunità e la perdita finanche delle regole pacifiche della convivenza sociale e non ultimo, sia la crisi dell’economia che fatica a trovare il suo regime di crescita in una società in cui il lavoro umano è considerato un’attività sempre meno indispensabile e sia il ritorno della guerra in Europa e della speculazione che hanno ancora di più aggravato le condizioni di vita delle popolazioni europee.
Insomma è il contenuto delle stesse idee fondamentali di Democrazia, Uguaglianza o Libertà che hanno resa forte e democratica l’Europa, è stato sottoposto ad una revisione. Allora cosa fare!

Molto umilmente propongo un insieme di questioni che potrebbero migliorare le cose:

un governo eletto dai cittadini europei e non solo il leader della commissione, come è stato proposto, perché solo così sarebbe legittimato dal voto dei cittadini e sarebbe in grado di tutelare sia i diritti di tutti ed evitare i dumping sociale e le scelte europee sarebbero quindi condivise; in tal senso potrebbero essere lasciate a questo livello le scelte di politiche di difesa europea, mai così attuali come oggi nei vari scenari di crisi, con un ministro ad hoc;

la modifica dei Trattati che debbono per forza di cose essere attualizzati alla luce dei grandi cambiamenti che ci sono stati dal momento in cui furono varati.

Una banca che diventi effettivamente non solo uno soggetto di controllo dell’inflazione, ma che intervenga per finanziare investimenti su infrastrutture materiali ed immateriali; sullo sviluppo economico, favorendo il sistema produttivo e non la finanza; sull’occupazione stabile, per contribuire così a cambiare l’opinione pubblica sull’Europa, che non sarebbe più considerata matrigna, ma una vera comunità, coesa e solidale.

L’Europa, pertanto, dovrà cambiare profondamente perché non possono essere le attuali logiche economiche a decidere il grado di convergenza delle condizioni di progresso sociale e deve opporsi, come una vera forza, a queste follie di guerra e di divisioni cruenti fra i popoli se vuole avere ancora un futuro.

Su questo si dovevano interrogare i partiti e non solo quelli italiani!

Autore

  • Redazione

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