Home Politica estera EUROPA, SONO NECESSARIE NUOVE STRATEGIE POLITICHE ED ECONOMICHE

EUROPA, SONO NECESSARIE NUOVE STRATEGIE POLITICHE ED ECONOMICHE

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di Giuseppe Augieri

Ho il conforto di leggere giudizi sulla situazione politico-economica internazionale – ed europea e italiana,  che mi confermano di non essere fuori del mondo. Dopo le parole di Draghi a La Hulpe, ora è il Governatore della Banca d’Italia Panetta a giudicare quanto è accaduto e quanto sta accadendo utilizzando parametri molto simili, arrivando a visioni per il futuro assolutamente analoghe. Dall’abbandono del globalismo, che comporta la proposta di una visione di strategie economiche diverse dal passato – ed anzi le impone – fino al confronto aspro che c’è tra le superpotenze mondiali e che si estende fino ad una guerra sulla monete e sulla ricerca di una nuova leader-ship finanziaria, c’è tutto: analisi e scenari in comune tra Panetta-Draghi. Come per l’ l’Europa, che fa da vaso di coccio tra vasi di ferro non per uno sfavorevole fato, bensì per una serie di errori il cui grande tossico sta nel non riconoscerli come tali ancora oggi.
La colpa dell’Europa è avere impostato una politica economica troppo dipendente da altri Paesi sia per mercati di sbocco e sia per approvvigionamento di materie prime. La vulnerabilità europea dipende dal fatto che la inevitabile spinta a concentrare di più, in futuro, all’interno dell’Europa, produzioni, tecnologia, innovazione ma anche mercato trova l’ostacolo di aver trascurato troppo la dinamica della produttività (oggi -20% rispetto agli USA, dice Panetta). Dunque è necessario una forte ripresa dei consumi interni – rispetto alla attuale dipendenza da quelli esteri – che deve andare di pari passo con una spinta fortissima da parte dell’industria per investimenti strategici in nuove tecnologie e nelle risorse umane; da una legislazione adeguata per favorire tale processo e da una politica estera accorta (perché comunque tutto questo non sottrae l’Europa dalla dipendenza da materie prime essenziali, che non sono solo le fonti energetiche) ricercando alleanze nelle aree dove è possibile «fare leva sulla possibilità di fornire loro le tecnologie necessarie a integrarsi nelle filiere produttive globali». Dunque Paesi oggi non industrializzati. L’Africa?
Tutto questo impone che in Europa ci si muova all’unisono. Se questa politiche si affrontassero con un’ottica ed un respiro a livello di singola nazione «duplicazioni di spesa e la rinuncia alle economie di scala» nonché gli ostacoli «nella capacità fiscale di più paesi», renderebbero impossibile un già arduo piano di ripresa. Che abbisogna di un impegno finanziario Pubblico/privato di 800 miliardi/anno. Muoversi all’unisono significa dotarsi di una politica di bilancio e fiscale europea comune – ed un mercato finanziario integrato – che possa consentire ai singoli Paesi, inevitabilmente tenuti ad avere politiche di bilancio coerenti con questa impostazione – di poter riuscire ad avere compensati «gli effetti di shock asimmetrici». Che sono probabili.
Agli amanti di Draghi (lo sono anche io, ma non come demiurgo assoluto) sottolineo le assonanze tra queste analisi e questi progetti con le analisi ed i progetti esposti a La Hulpe. E con lo sguardo rivolto all’Italia. Perché in questa Europa, martoriata dopo 70 anni di pace anche da una guerra, la situazione italiana spicca per ulteriori motivi di criticità.
Non c’è spazio per esaminarli nel dettaglio: se si vuole, lo si farà. Ma due cose vanno dette perché prioritarie per indirizzare la Politica (notare la P) da noi:
1) La debolezza della nostra economia è strutturale: «nell’area dell’euro, l’economia italiana è quella con la minore crescita del prodotto per abitante nell’ultimo quarto di secolo…. ed è migliorata dal 2023». «L’evoluzione dei salari ha riflesso il ristagno della produttività»: anche la loro inferiorità rispetto a Europa ed al costo della vita è cresciuto da tempo sino a raggiungere gli attuali insostenibili livelli. Credo sia opportuno smetterla con le polemiche sui presunti alibi del Governo perché “ha ereditato”. Perciò inutile pensare a soluzioni “a breve” e non a medio-lungo tempo.
2) «Non siamo tuttavia condannati alla stagnazione. La ripresa registrata dopo la crisi pandemica è stata superiore alle previsioni e a quella delle altre grandi economie dell’area. Contrariamente a quanto avvenuto in episodi di crisi del passato, è stata intensa anche nel Mezzogiorno.» E tanti dati a confermarlo.
Dunque le critiche mosse a Meloni, per me è confermato, sono sbagliate per gli obiettivi messi nel mirino. Si è contestato l’assenza e la carenza di una politica economica: tutto ridimensionato da questi dati. Si è discusso sull’occupazione: e non è proprio esatta la critica. Si è contestato “l’andare a sbattere”: Moodys, per ultimo, conferma quel poco di maggior prestigio finanziario che si è acquisito negli ultimi mesi. Dunque si può, si deve insistere su ben altro.
Al dunque: tutto bene? Neanche per sogno. In verità ad essere messa nel mirino deve essere non la politica economica ma la politica di welfare; più precisamente l’aspetto distribuzione della ricchezza e non, come fatto fino ad oggi, quello della produzione di ricchezza. Che comunque non è esente da critiche: ma non quelle mosse; produzione che in ogni caso, determina le quantità da distribuire. Altro debito è impossibile: chiaro cosa significa impossibile? Questi sono i paletti: inutile applaudire chi li pone con professionalità, competenza e visione strategica per poi negarli.
Al nostro Governo va imposta, ma in grandissima parte va chiesto anche all’opposizione ed ai Sindacati, una riflessione molto seria. C’è tanto lavoro, per tutti e per ciascuno. Un lavoro coordinato, con opposizioni ferme ma non drammatizzate; con il ritorno all’attività dei corpi intermedi, con l’aggiustamento del tiro su cosa contestare e cosa proporre.
Come dice Panetta, un piccolo miracolo da realizzare: che però “si può fare”. Intanto, andiamo a votare. Una forte astensione non sarebbe un buon viatico.

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  • Redazione

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