Stiamo snaturando la nostra cultura in nome dell’inclusione
Europa sottomessa. Premio per l’emancipazione femminile assegnato all’attivista in niqab, il telo nero che copre volto e corpo ma lascia scoperti gli occhi.
Strana idea dell’emancipazione delle donne. È successo in Inghilterra e tra poco avverrà pure da noi.
Pochi giorni fa, al Palace of Westminster, Khadija Patel ha ritirato il British Citizen Award per aver emancipato le giovani donne.
Le medaglie nelle loro scatole, perché nemmeno quelle potevano toccarla. Sul corpo la prigione di stoffa che le cancellava il volto.
Due occhi che spuntavano da un metro di tessuto nero premiati per aver liberato altre donne. L’Inghilterra ha applaudito. L’Inghilterra ha perso la testa.
Ma chi guarda alla pallida Albione come fosse un caso lontano si illude.
L’Italia è già dentro lo stesso cortocircuito, anzi lo sta vivendo in presa diretta. A Monfalcone, provincia di Gorizia, cinque studentesse bengalesi dell’Istituto Pertini frequentano le lezioni in niqab.
La scuola ha predisposto una stanza separata dove ogni mattina una referente fa alzare il velo per verificare che sotto ci siano davvero le alunne iscritte. Dopodiché rientrano in classe col volto coperto.
Per l’ora di educazione fisica godono di un programma speciale con un insegnante dedicato, perché correre svelerebbe le forme.
Una scuola pubblica della Repubblica italiana si è piegata a una prescrizione confessionale che nega l’identità stessa della persona e l’ha chiamata inclusione.
Persino Emma Bonino, che non è sospettabile di simpatie per la destra, ha dovuto ricordare che esiste una legge del 1975 che vieta di circolare irriconoscibili nei luoghi pubblici.
L’Italia non è il Bangladesh, ha detto. In effetti no. Ma ci si sta lavorando.
Perché il niqab nelle scuole non è un caso isolato. È il sintomo di una strategia che ha già trovato la sua sponda politica.
Alle amministrative del maggio scorso la sinistra ha candidato decine di esponenti islamici nelle proprie liste.
A Venezia il Partito Democratico ha schierato sette candidati bengalesi in blocco, con manifesti in lingua bangla, pulmini per portare gli elettori ai seggi e inviti a votare in nome di Allah misericordioso.
Ad Agrigento una candidata convertita all’Islam si è presentata in hijab con il manifesto della lista civica scritto in italiano e in arabo.
A Lecco una decina di candidati musulmani è finita nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra.
Il risultato elettorale è stato un fiasco. Zero eletti. Ma il dato politico resta intatto: il modello dell’islamo-gauchisme francese è sbarcato in Italia con la benedizione del PD e la prossima ondata è già in preparazione.
Francesco Tieri, italiano convertito all’Islam, ex militante del Partito Democratico, ha fondato MuRo27, Musulmani per Roma 2027.
L’obiettivo dichiarato: incidere sull’agenda politica della Capitale in vista delle amministrative. Sulla pagina Facebook del movimento campeggiava il Colosseo sormontato dalla mezzaluna.
Ventimila candidati islamici nei Comuni italiani entro il 2027, questa la proiezione lanciata dallo stesso Tieri.
Il modello è Zohran Mamdani, il primo sindaco musulmano di New York. La destinazione è Roma, capitale della cristianità, cuore della civiltà occidentale.
E qui il cerchio si chiude.
A questa gente, che ritiene il Corano più importante delle leggi dello Stato che li ospita, non serve l’inclusione. Serve l’integrazione.
Parole diverse, concetti opposti. L’inclusione accoglie tutto, anche ciò che contraddice i principi fondativi della società che accoglie.
L’integrazione pone una condizione: rispetti le nostre leggi, condividi i nostri valori civili, partecipi con il volto scoperto alla vita pubblica di un Paese che ti ha aperto le porte.
L’inclusione senza integrazione non è generosità: è sottomissione.
La sinistra lo sa benissimo. Ma la sinistra ha un problema di voti. Gli italiani non la votano più in numero sufficiente e allora si cerca il bacino elettorale altrove.
Nelle comunità islamiche, nei centri culturali che funzionano come macchine di consenso, nelle moschee dove il voto si orienta in blocco.
In nome di Allah misericordioso vota PD: non è una caricatura, è uno slogan apparso sui manifesti elettorali di Venezia.
Il femminismo, i diritti delle donne, la laicità dello Stato, tutto ciò per cui la sinistra ha marciato per mezzo secolo viene sacrificato sull’altare della convenienza elettorale.
Il niqab opprime le donne? Non importa, porta voti.
La segregazione sessuale nelle scuole viola la Costituzione? Non importa, porta voti.
Un partito islamico punta al Campidoglio con il Colosseo sotto la mezzaluna? Non importa, porta voti.
A Westminster hanno premiato una donna senza volto per aver dato un volto alle donne.
A Monfalcone la scuola pubblica ha costruito una stanza per togliere il velo che poi rimette addosso.
A Roma un gruppo di militanti islamici prepara la scalata alle istituzioni con la sinistra che gli tiene la scala.
Chi pensa che siano episodi scollegati non ha capito la traiettoria. È la stessa mano che disegna la stessa curva. E la curva punta verso la nostra resa.





