Home Politica estera EUROPA, E’ NECESSARIO UN NUOVO MODELLO ECONOMICO E NON SOLO…

EUROPA, E’ NECESSARIO UN NUOVO MODELLO ECONOMICO E NON SOLO…

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di Antonio Foccillo

Anche i risultati delle elezioni del Parlamento europeo purtroppo non hanno fatto cambiare idea all’establishment. Si ripropone come avevo anticipato, in un precedente articolo, la stessa presidente e la stessa maggioranza che tanti danni ha fatto, sia con la politica del green, sia nel Pandemia e sia nella politica economica di austerità. 

Le stesse elezioni della presidenza degli Stati Uniti sembrano, chiunque vinca, andare nella stessa direzione con il mantenimento delle ricette della finanziarizzazione dell’economia.  

Le lezioni non sembrano aver prodotto nessun insegnamento e ancora una volta il voler del popolo sovrano passa in secondo ordine.

La rivoluzione ideologica conservatrice, attraverso varie imposizioni, dalla riduzione della sovranità degli Stati alla criminalizzazione dei partiti e, ancora, con l’introduzione di politiche come globalizzazione, deregulation, mercato, competizione, utili ad affermare la politica di finanziarizzazione dell’economia, ha privato d’interesse valori cardine come quello del popolo sovrano, individuato nel principio di libertà, di indipendenza e di uguaglianza (posti a difesa della pari dignità) quali elementi da rendere subordinati al “mercato”.

Eppure, quelle politiche hanno prodotto, oggi, che la ricchezza mondiale ha raggiunto la massima concentrazione storica nelle mani di una élite e abbiamo un sistema globale in cui pochissime persone al vertice sono sempre molto più ricche, mentre più della metà della popolazione di questo pianeta è irrimediabilmente povera e sarà povera per sempre, perché solo i soldi producono soldi.

Grosse corporations globali stanno oggi spogliando in tutto il mondo le nazioni che posseggono stimabili quantità di ricchezza, in particolare materie prime e petrolio e la maggior parte della popolazione di quelle nazioni continua a vivere in povertà. Ciò avviene col beneplacito dei politici al vertice di quelle nazioni.

In questo scenario bisogna opporsi al modello che ci hanno imposto ed in Europa bisogna anche eliminare la politica di austerità che è stata alla base della costruzione europea, visto che l’unica eccezionale crescita delle economie occidentali è stata frutto di politiche tariffarie sistematiche di costruzione e ricostruzione dell’apparato produttivo, di difesa delle attività nazionali e di protezione sociale e di finanziamento del deficit di bilancio con un ricorso ragionevole all’emissione di moneta, tale da provocare un’inflazione moderata.

In nome della ripresa, per altro largamente illusoria, degli investimenti e quella totalmente inattendibile dell’occupazione, si sono abbassati o soppressi gli oneri sociali, i diritti e le tutele dei cittadini e dei lavoratori.

Si è rinunciato ad ogni imposizione sui super-profitti bancari e finanziari, mentre l’austerità ha colpito duramente i salariati e i ceti medi e inferiori con tagli degli stipendi, riduzione delle prestazioni sociali, allungamento dell’età legale per la pensione, che significa concretamente la diminuzione del suo ammontare.

Per completare il tutto, in nome della ripresa, si sono smantellati i servizi pubblici e si è privatizzato tutto quello che non si era riusciti a privatizzato in prima battuta, con una soppressione massiccia di posti di lavoro (nell’istruzione, nella sanità, ecc.).

La ricetta che ci è stata propinata, per la verità con poche opposizioni, è stata quella mercificare le ultime riserve di vita sociale, per prolungare l’illusione della crescita.

Questo programma non è accettabile, anche perché i partiti della sinistra non sono in grado di rimettere in discussione il quadro neoliberista, che essi stessi hanno contribuito a costruire nel corso degli ultimi trent’anni, e che presuppone una sottomissione senza riserve ai dogmi monetaristi.

Atro dato sempre più preoccupante di queste politiche è stata la continua crescita della disoccupazione. Secondo le stime OCSE, nei Paesi industrializzati, vi sono più di cinquanta milioni di disoccupati, il livello più alto dal dopoguerra. Le Organizzazioni sindacali dovrebbero mandare a quel paese coloro che ancora parlano di eccessive ‘rigidità’ del mercato del lavoro, essendo ormai certificato che le politiche di ‘flessibilità del lavoro’ ha generato, in tutti i Paesi industrializzati, solo una consistente riduzione della quota dei salari sul PIL e non ha accresciuto l’occupazione.

In questi anni si è seguita, come si diceva, una linea di ‘austerità’, stando alla quale si ritiene che – ferma restando la ‘flessibilità’ del lavoro – la disoccupazione sia imputabile al modesto tasso di crescita delle economie dei Paesi industrializzati, e che, per far fronte al problema, siano necessarie politiche di riduzione della spesa pubblica, mentre una notevole serie di risorse di sono state sottratte alla sanità pubblica per finanziare quella privata .

Così facendo si è ridotta la spesa sanitaria pubblica, mettendola quasi in default, con il risultato che moltissime persone non sono in grado di curarsi, non avendone i mezzi. Lo stesso è avvenuto per l’istruzione sulla quale ad ogni finanziaria si sono ridotti i finanziamenti e si è investito su quella privata, contrariamente ai dettati Costituzionali. 

La crescita economica, inoltre, secondo i sostenitori dell’austerità, avrebbe dovuto essere trainata da politiche favorevoli alla ‘libertà d’impresa’, cioè politiche che annullano i vincoli relativi ai diritti dei lavoratori, alla tutela dell’ambiente, agli oneri burocratici, alla tassazione.

Le politiche di austerità sono state, invece, al tempo stesso, dannose e inevitabili. Sono state dannose, in primo luogo, perché la contrazione della spesa pubblica, riducendo la domanda aggregata, riduce l’occupazione; e, a sua volta, la riduzione dell’occupazione, in quanto riduce il potere contrattuale dei lavoratori, riduce i salari e, dunque, i consumi. In secondo luogo, in assenza di iniezioni esterne di liquidità, politiche di bassi salari e alta disoccupazione su scala globale restringono i mercati di sbocco per la produzione, riducendo – per le imprese nel loro complesso – i margini di profitto e gli investimenti.

In altri termini, le politiche di austerità hanno generato gli effetti che si proponevano di contrastare, cioè aumentando l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, per effetto della contrazione del tasso di crescita.

La linea dell’austerità è stata motivata dalla sostanziale impossibilità di praticare politiche fiscali espansive in regime di piena mobilità internazionale dei capitali. L’architettura istituzionale nella quale si muove il ‘nuovo’ capitalismo è, infatti, basata sulla costante ‘minaccia’ di disinvestimento da parte delle imprese che hanno maggiore possibilità di dislocare la propria produzione all’estero.

Sembra che a nessuno importi che queste politiche hanno già prodotto: la discesa negativa del PIL; una disoccupazione che ha raggiunto cifre pazzesche (più della metà di questi disoccupati sta nella fascia dei giovani che hanno meno di 35 anni e 1/3 ha meno di 25 anni) ed un calo sensibile del potere d’acquisto delle famiglie, tanto da far precipitare i consumi e una riduzione delle retribuzioni, tanto da essere collocati all’ultimo posto in Europa.

Se si vuole uscire da questa situazione in cui aumenta la povertà, occorrono nuove forme di politica democratica, che riscrivano le regole per combattere la bibbia del mercato mondiale capitalistico.

Norberto Bobbio scriveva: “Diritti dell’uomo, democrazia e pace sono tre momenti necessari dello stesso movimento storico: senza diritti dell’uomo, riconosciuti e protetti non c’è democrazia; senza democrazia non ci sono le condizioni minime per la soluzione pratica dei conflitti. Con altre parole, la democrazia è la società dei cittadini, e i sudditi diventano cittadini quando vengono riconosciuti alcuni loro diritti fondamentali”. 

Tutto questo, infatti, dovrebbe far risvegliare le coscienze e far ritornare a propugnare alcuni dei valori considerati antichi, per riaffermare concetti di democrazia, partecipazione, libertà, coesione, solidarietà ed uguaglianza dei diritti.

Bisogna che i partiti socialisti e laici escano da un sonno profondo e ritornino ad essere propositivi, come in passato, per un  “New Deal”, in cui ci sia come centrale il problema del sociale e sia possibile avviare una ripartenza all’attacco, anche con obiettivi intermedi, ma ben definiti e caratterizzati.

Un nuovo modello di crescita economica, un forte progetto di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria e corretta politica con un progetto per una reale democrazia economica. Lo si può ancora realizzare, cambiando profondamente i parametri economici e finanziari che sono diventati dogmi ed hanno dominato sui diritti.

È, questo, l’unico modo per rilanciare un progetto di nuova società ed un nuovo modello di sviluppo.

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  • Redazione

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