
Europa caserma manicomiale? Perché?
Se vogliamo capire il motivo dell’apparente follia di molti esponenti politici europei dobbiamo arrivare alla radice del problema e la radice del problema è il contrasto storico, irriducibile e attualissimo tra gli Stati Uniti d’America (democrazia repubblicana) e il retaggio europeo delle monarchie colonialiste europee con in testa la corona inglese.
Il contrasto tra Gran Bretagna e Stati Uniti è antico e nel secondo dopoguerra è stato particolarmente intenso, per quanto spesso mascherato, per il dominio sulle vicende europee.
Un recente libro di Cereghino e Fasanella, “La maledizione italiana”, narra, come esempio assai interessante, il contrasto tra Usa e Regno Unito nell’immediato dopoguerra per la supremazia sulle vicende italiane.
Il recente attivismo di Re Carlo III, in Italia e in Canada, in netto contrasto con la politica di Donald Trump, è un segnale significativo di questa continua lotta sotterranea che, allo stato attuale dei fatti, vede perdente Londra a tutto vantaggio di Washington.
Uno dei segnali più significativi è lo spostamento del “circuito dell’euro dollaro”, ossia del mercato degli eurodollari, da Londra a Washington.
Gli eurodollari sono depositi in dollari USA detenuti in banche al di fuori degli Stati Uniti, spesso in Europa o a Londra. Questo mercato, nato nel XX secolo, è stato storicamente significativo per la finanza globale.
Come spiega puntualmente Roberto Mazzoni, giornalista che ci informa dalla Florida, l’attuale sistema finanziario è totalmente squilibrato e diverse nazioni stanno facendo sempre più fatica a vivere all’interno di questo sistema. Lo vediamo anche in Europa, dove storicamente – sottolinea Mazzoni – questo tipo di problemi si è sempre risolto con una grande guerra. La seconda guerra mondiale ha risolto l’instabilità creata dall’impero britannico, in declino come potenza geopolitica, e dalla sterlina, in declino come moneta di riserva internazionale”.
“Oggi – aggiunge Mazzoni – abbiamo una situazione analoga per quanto riguarda il dollaro e soprattutto il circuito euro/dollaro”.
Quando il dollaro è stato sganciato dall’oro, alle banche europee, in particolare a quelle britanniche, è stato consentito di emettere dollari in modo autonomo.
La Federal Reserve ha condotto un’indagine sulla situazione e ha dichiarato: “Sì, in effetti stanno generando dollari per i fatti propri, ma a noi va bene così, perché non siamo costretti a esportarli direttamente dagli Stati Uniti. Possiamo ridurre il flusso e controllare meglio l’andamento dell’inflazione interna”.
Dopo la seconda guerra mondiale, gli accordi di Bretton Woods stabilirono che il dollaro USA fosse convertibile in oro a un tasso fisso di 35 dollari per oncia. Le altre valute erano ancorate al dollaro, creando un sistema di tassi di cambio fissi. Il 15 agosto 1971 Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, ponendo fine al gold standard. Questo trasformò il dollaro in una moneta fiat, il cui valore è basato sulla fiducia nella stabilità economica e politica degli Stati Uniti, non più su un bene fisico come l’oro.
Fino a quest’anno, ci spiega Mazzoni, “il controllo del circuito del dollaro è stato gestito da Londra, dove sono stati prodotti i 4/5 dei dollari in circolazione nel mondo, con l’appoggio del Giappone. Si tratta, quindi, di un circuito che ha alimentato la crescita della Cina e che ha contribuito a creare il sistema globalista che abbiamo oggi. Ma il prezzo per gli Stati Uniti di questo sistema è stato naturalmente una crescita spropositata del governo federale, con tutti i costi e gli sprechi correlati, una riduzione drastica dell’occupazione e della struttura industriale statunitense, nonché la devastazione di interi Stati causata dalla perdita di posti di lavoro, prima trasferiti in Messico e poi in Cina e altri luoghi”.
In questi ultimi decenni i soldi continuamente generati sono stati inviati in Cina, in base alle logiche globaliste.
Mazzoni spiega il giochino che ha prodotto l’attuale confronto scontro tra Londra e Washington. “I dollari in eccesso tornano negli Stati Uniti, dove vengono acquistati titoli del tesoro americano e beni statunitensi, come terreni o quote azionarie. Ciò fa sì che il dollaro continui a salire di valore, ma fa anche sì che il debito pubblico americano continui ad aumentare, perché gli Stati Uniti devono continuare a portare fuori dollari e devono continuare a ridurre la capacità produttiva interna. Inoltre si vendono risorse essenziali all’interno, tra cui terreni agricoli in grandi quantità e addirittura terreni adiacenti a basi militari che sono state acquistate dai cinesi. Quindi, naturalmente, la situazione non è più sostenibile e di conseguenza gli Stati Uniti hanno deciso di invertire la tendenza”.
“Già nella prima presidenza Trump – continua Mazzoni – è stato inserito un nuovo meccanismo che regola l’eurodollaro. Invece di lasciare che fosse Londra a stabilire le modalità di emissione di questi dollari attraverso un circuito che si chiamava LIBOR, dove le banche londinesi si incontravano al pomeriggio all’ora del tè per decidere quale sarebbe stato il tasso di interesse nel giorno successivo e si sarebbero ottenuti gli interessi nelle proprie tasche. Ora, dal 31 marzo di quest’anno, il vecchio sistema è stato sostituito da un nuovo sistema, il SOFR, gestito da Washington e New York, e basato su un circuito finanziario americano. L’emissione di nuovi dollari richiede obbligatoriamente la disponibilità di titoli del tesoro. Se sei americano, se sei una banca europea o britannica e vuoi emettere nuovi dollari, devi prima acquistare dal tesoro degli Stati Uniti una quantità sufficiente di titoli. Questa è la grossa differenza. Così 20 trilioni di dollari di debiti in dollari nel circuito dell’eurodollaro, in capo a Londra, in qualche modo, oggi, sono in capo a Washington”.
Il potere si è spostato.
Londra, inoltre, è la piazza finanziaria dove si intermediano i certificati verdi.
I certificati verdi (o “green certificates”) sono titoli negoziabili che certificano la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, rappresentando una quantità di energia prodotta (tipicamente 1 MWh) con un impatto ambientale ridotto rispetto alle fonti fossili.
La piazza finanziaria londinese, nota come “The City”, è un hub per il commercio di strumenti finanziari, inclusi derivati e titoli legati alla sostenibilità, come appunto le obbligazioni verdi. Nel 2025, ad esempio, la Cina ha scelto Londra per emettere obbligazioni sovrane verdi denominate in yuan, sottolineando l’importanza della City come centro per la finanza sostenibile.
La City ospita piattaforme come il London Stock Exchange (LSE), che facilita la negoziazione di strumenti finanziari legati all’energia rinnovabile, inclusi certificati verdi internazionali, grazie alla sua infrastruttura avanzata e alla presenza di banche, fondi, e operatori finanziari specializzati.
Il mercato globale dei certificati di energia rinnovabile è stato valutato a 20,9 miliardi di dollari nel 2024 ed è stimato per raggiungere il valore di 58 miliardi di dollari entro il 2034, in crescita ad un CAGR del 10,8% dal 2025 al 2034.
E’ del tutto evidente che questa partita finanziaria si intreccia con le politiche del Green Deal.
E qui si comincia a capire il motivo per il quale vassalli, servi, consulenti, scherani e soldati di ventura della caserma manicomiale europea stanno facendo quello che stanno facendo, tentando di mettere comunque e ovunque i bastoni tra le ruote alla politica Usa che vuole chiudere la fase globalista, eliminare i conflitti e riequilibrare i rapporti mondiali sulla base delle convenienze economiche reciproche.
Mentre Trump dice che l’Unione Europea ha messo barriere tecnologiche e burocratiche che sono peggiori degli stessi minacciati dazi e mentre sia Giorgia Meloni e Roberta Metsola prendono atto e denunciano la presenza di troppe barriere persino interne all’UE, la socialista spagnola Teresa Ribera, la pasionaria del Green Deal, afferma che dobbiamo andare dritti e senza tentennamenti sulla strada tracciata dai socialisti e dai verdi che si sono dimostrati i soldati di ventura del capitalismo finanziario più agguerriti e più tetragoni ad ogni cambiamento.
Un altro esempio, che va oltre la insipienza e rasenta la follia, è quello avanzato da Kaja Kallas (Alto, si fa per dire, rappresentante europeo per la politica estera) che vuole un hub europeo sul Mar Nero per controllare i movimenti delle navi.
Al cuore di questa iniziativa vi è l’istituzione di un hub di sicurezza marittima destinato a proteggere infrastrutture critiche, garantire la libertà di navigazione commerciale, neutralizzare le mine navali, combattere attività ostili e rispondere ai rischi ambientali.
“Il Mar Nero è un crocevia strategico tra Europa e Asia centrale, fondamentale per la sicurezza, l’energia e il commercio dell’Unione”, ha spiegato Kallas. “Tuttavia, il suo potenziale è ostacolato dalla guerra della Russia e dalle continue violazioni dello spazio aereo e marittimo”.
Il progetto dell’hub, pur non ancora finanziato ufficialmente, rappresenta, nelle intenzioni folli dell’Unione Europea, una risposta all’espansionismo russo in Europa orientale e potrebbe svolgere anche un ruolo chiave nella supervisione di un eventuale processo di pace in Ucraina.
La signora Kaja dovrebbe sapere che dal 1936 esiste, per quanto riguarda il Mar Nero, la Convenzione di Montreux , che regola il passaggio attraverso gli Stretti turchi (Bosforo, Mar di Marmara e Dardanelli) e la navigazione nel Mar Nero. La Convenzione di Montreux regola il transito delle navi mercantili e da guerra attraverso gli Stretti turchi garantendo la sicurezza della Turchia e degli Stati rivieraschi del Mar Nero (Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Russia, Georgia).
In tempo di pace, le navi mercantili di qualsiasi bandiera godono di piena libertà di passaggio, di giorno e di notte, senza formalità, salvo il rispetto delle norme sanitarie e dei diritti di transito. In tempo di guerra, se la Turchia è neutrale, i mercantili dei paesi neutrali possono passare, ma solo di giorno e su rotte prestabilite.
In tempo di pace, le navi da guerra devono notificare il passaggio al governo turco con 8 giorni di preavviso. Il tonnellaggio massimo per le flotte di Stati non rivieraschi è limitato a 15.000 tonnellate (massimo 9 unità). I paesi rivieraschi del Mar Nero possono far passare navi di tonnellaggio superiore, ma solo singolarmente.
I sottomarini dei paesi rivieraschi possono passare solo di giorno, in superficie, per raggiungere le basi o per riparazioni.
In tempo di guerra, se la Turchia è neutrale, le navi da guerra dei paesi belligeranti non possono passare, salvo per rientrare alle loro basi. Se la Turchia è belligerante o si sente minacciata, ha piena discrezionalità sul transito.
Le forze navali di Stati non rivieraschi non possono superare le 30.000 tonnellate (elevabili a 45.000 in certi casi) e non possono stazionare nel Mar Nero per più di 21 giorni. Firmata da Turchia, Francia, Grecia, Romania, Regno Unito, Unione Sovietica e altri, la convenzione sostituì il regime degli Stretti stabilito dal Trattato di Losanna (1923).
Dei Paesi rivieraschi Romania, Bulgaria, Turchia sono membri della Nato e, pertanto, non c’è alcun bisogno di ulteriori hub per consentire ad un’entità come l’Unione Europea, che non ha un esercito e nemmeno una flotta e che non è uno Stato sovrano, di ficcare il naso al solo fine di surriscaldare i rapporti con la Russia.
E qui si palesa l’altra questione presente nella caserma manicomiale, ossia quella che vede una parte degli europei fare di tutto affinché la guerra continui e affinché fallisca la politica di pace di Donald Trump, a tutto vantaggio dei neocon, che la guerra l’anno innescata.
Donald Trump, infatti, lavora per la pace e alla richiesta di nuove sanzioni alla Russia per costringerla a un accordo per la fine della guerra in Ucraina, ha risposto: “Penso che siamo vicini a un accordo, non voglio rovinare tutto”. “Questa – ha aggiunto – non è la mia guerra. È la guerra di Biden, di Zelensky e di Putin. Non è la guerra di Trump. Sono qui solo per una cosa: vedere se riesco a porre fine alla guerra per salvare 5000 vite a settimana e un sacco di soldi”.
Ecco il punto: questa è la guerra di Biden, Zelensky, Putin e, aggiungerei di Victoria Nuland e George Soros.
E così, a fronte delle continue follie emesse dalla caserma manicomiale europea, gli Usa stigmatizzano le follie della caserma manicomiale.
In una news letter del Dipartimento di Stato Usa, si parla di arretramento della democrazia in Europa che minaccia la sicurezza degli Stati Uniti e che l’Europa deve fare qualcosa per tornare sui ‘binari’ dei valori condivisi storicamente con gli Usa.
A sostenere queste tesi è un articolo sulla newsletter del Dipartimento di Stato americano, guidato dal segretario di Stato Marco Rubio, a firma Samuel Samson: ‘The need for Civilizational Allies in Europe’ (‘La necessità di alleati europei civilizzati’).
L’America è preoccupata lancia l’allarme, già per altro lanciato da J.D.Vance.
L’articolo parla di “campagna aggressiva contro la stessa civiltà occidentale”.
Per Samson, senior advisor for the Bureau for Democracy, Human Rights, and Labor (DRL), “l’Europa si è trasformata in un focolaio di censura digitale, migrazione di massa, restrizioni alla libertà religiosa e numerosi altri attacchi all’autogoverno”. Un “arretramento democratico” che “non solo ha un impatto sui cittadini europei, ma colpisce sempre più la sicurezza e i legami economici americani, insieme ai diritti di libertà di parola dei cittadini e delle aziende americane”.
Secondo Samson, anche le elezioni sarebbero a rischio. Lo dimostrerebbe la recente classificazione di Alternative für Deutschland, partito di estrema destra tedesco in fortissima crescita tra la popolazione, quale “pericolo per la democrazia, una decisione che lo stesso Rubio aveva prontamente criticato, definendola una “tirannia nascosta”.
Allo stesso modo, le vicende per Marie Le Pen e l’esclusione di Georgescu in Romania.
Samson addita “il progetto liberale globale”, che starebbe “calpestando la democrazia e l’eredità occidentale insieme ad essa, in nome di una classe dirigente decadente che ha paura del suo stesso popolo”.
Samson conclude affermando che “gli Stati Uniti rimangono impegnati in un forte partenariato con l’Europa e nella collaborazione su obiettivi condivisi di politica estera”, a patto che sia basato su un patrimonio comune e non sul “conformismo globalista”. Perché “la posta in gioco internazionale troppo alta per permettere che questa partnership venga minata”.
A buon intenditor……………………Ma se l’intenditore è uno scherano della caserma manicomiale è difficile che capisca. E’ stato ingaggiato per fare altro.
La guerra tra gli Usa e l’UE, pertanto, non è di dazi, ma di strategie: da una parte una logica multilaterale che rispetta gli spazi altrui, dall’altra una ideologia complessa, antidemocratica, dittatoriale, dai tratti disumanizzanti che ha invaso le menti di una classe dirigente europea vendutasi al capitalismo finanziario globalista.
Una prova finale? La presidente della Bce che diventa la presidente del World Economic Forum, il pensatoio manicomiale di tutte le follie europee.





