
Le imprese di grandi dimensioni (gruppi finanziari e industriali multinazionali) impostano il proprio orientamento strategico sul soddisfacimento dei bisogni dei soggetti proprietari (azionisti).
Il governo dell’impresa, secondo questo paradigma, deve avere come scopo dominante la massimizzazione del valore a favore degli azionisti e il management aziendale viene valutato in base alla capacità di assecondare le loro aspettative di profitto.
Il valore economico e di mercato dell’impresa dipende sia dalle sue attitudini a remunerare, attraverso l’erogazione di utili, i capitali di rischio in essa investiti, sia dai flussi di cassa generati dalla gestione.
Le scelte imprenditoriali sono indirizzate a offrire agli azionisti profitti immediati, senza considerare che l’azione sui mercati finanziari, con operazioni spesso dirette solo ad aumentare il corso delle azioni in borsa, nel lungo periodo può compromettere la capacità dell’impresa di creare – e distribuire ricchezza – e lo stesso sviluppo futuro dell’attività d’impresa.
Il paradigma della massimizzazione del valore per gli azionisti ha comportato l’adozione di una nuova concezione dell’impresa. Essa non viene più intesa come una comunità che coinvolge più persone, un “centro d’interessi” legata al territorio in cui opera con una responsabilità sociale e ambientale nei confronti di tutta la collettività, e non solo di coloro che apportano capitali di rischio.
Se finalità perseguita dall’impresa è solo quella di far salire il suo valore di mercato attraverso la creazione di valore per gli azionisti, il modo in cui questa ricchezza viene creata diventa quasi irrilevante e, di conseguenza, la crescita del fatturato, le dimensioni produttive, la tutela dell’ambiente e la stessa occupazione sono elementi del tutto secondari.
In effetti, le valutazioni economiche e finanziarie sono alla base delle scelte strategiche di ristrutturazione aziendale. Queste ultime mirano infatti, sempre più spesso, a ridurre il personale, a moltiplicare il lavoro precario o informale (dove ai lavoratori occupati non vengono assicurati diritti e tutele) mediante l’esternalizzazione dell’attività produttiva.
Concludo ricordando le parole del compianto Sergio Marchionne sull’argomento:
“C’è una realtà là fuori che non deve essere trascurata, dobbiamo tutti capire che non ci potranno mai essere mercati razionali, crescita e benessere economico se una gran parte della nostra società non ha nulla da contrattare se non la propria vita… Il perseguimento del mero profitto, scevro da responsabilità morale, non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine. Per questo sono convinto che ci troviamo ad un bivio cruciale: promuovere la globalizzazione che sia davvero al servizio dell’umanità. L’efficienza non è – e non può essere – l’unico elemento che regola la vita. C’è un limite oltre il quale il profitto diventa avidità e chi opera nel libero mercato ha il dovere di fare i conti con la propria coscienza”.





