
di Angelo Giubileo
Martin Heidegger scrive il testo che segue in ordine alle parole di Parmenide, e tuttavia egli illustra piuttosto un metodo da seguire che valga per la comprensione di un qualunque testo: Per sapere che cosa è detto e pensato nelle parole di (Parmenide), scegliamo la via più sicura, seguiamo il testo. La traduzione allegata ne contiene già l’interpretazione. Tale interpretazione ha bisogno tuttavia di una delucidazione. Eppure, né la traduzione né la delucidazione hanno un peso fintanto che ciò che è pensato nella parola di (Parmenide) non ci tocca direttamente. Tutto dipende dal nostro prestare o meno attenzione al richiamo proveniente dalla parola pensante. Solo così, prestando attenzione al richiamo, conosciamo il detto” (M. Heidegger, Parmenide, 2005).
L’autore di Essere e Tempo ci presenta dunque un metodo per la comprensione di un testo, quale, qui in specie, anche il titolo della sua opera più nota, Sein und Zeit (prima edizione 1927) e quindi la comprensione di un pensiero, crediamo anche il suo, espresso attraverso una serie di altri suoi testi, un pensiero “iniziale” che potremmo così dire “completo” o “definitivo”.
Essere e Tempo sono dunque parole che rinviano l’analisi alla struttura e genesi, in qualche modo originaria (cfr. H. Haarmann, Sulle tracce degli indoeuropei, 2022), della lingua madre del sanscrito e quindi del latino.
Allora scrive Franco Rendich che, originariamente, nella lingua del sanscrito: Nel verbo as “essere”, latino sum, esse, la consonante s esprimeva appunto la nozione di “mettersi in relazione con”. Nelle forme sa, sam, sama, saha, tutte comprese nel suo ambito semantico, la radice s significava “con”, “insieme con”, “congiunzione”, “uguaglianza”, “similitudine” (F. Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, 2007). L’Essere emerge pertanto essenzialmente per “ciò che è”, e cioè “l’essere è e non è possibile che non sia”. Il concetto di “uguaglianza”, al quale anche è fatto riferimento, esprime pertanto in origine soltanto l’idea che l’essere sia e non possa essere affatto diverso da sé; nulla riguardo invece a “cosa” l’essere sia, se non appunto che l’essere è e non può non essere uguale a sé medesimo. Non a caso, infatti, Platone parlerà di Il Medesimo in relazione al Tempo, distinguendolo dallo Spazio, che lui stesso chiama L’Irregolare o L’Indisciplinato.
E dunque, passiamo allora all’analisi del secondo termine, Tempo, risalendo all’indietro dal latino tempus, temporis alla radice del sanscrito tam. In proposito, lo stesso Rendich scrive innanzitutto che il termine tam sta per “misura (m) del moto tra due punti (t)” ovvero uno “spazio delimitato”, ma subito aggiunge ed evidenzia: “in origine: “misura (m) del moto della luce (t)”.
Il termine Tempo diventa quindi riferimento anche per il termine latino Templum, che Rendich traduce con il significato di “spazio celeste delimitato dall’augure al fine di interpretare i presagi” ma anche “spazio consacrato agli dei”; e quindi, con il termine (con)templo, -are “essere in sintonia con il templum” e per l’appunto “contemplare”. E quindi, originariamente, il termine Tempo indica piuttosto “(la) misura del moto della luce”.
Rispetto al significato del primo termine, Essere, il secondo termine, Tempo, denota pertanto un “modo” dell’Essere, finanche originario o iniziale. Per meglio comprendere a “cosa” Rendich faccia riferimento, è utile riportare quanto egli stesso annota: nella lingua madre del sanscrito l’idea di moto che “passa oltre”, “va al di là”, derivò dall’osservazione del moto dei corpi celesti nello spazio. In sanscrito la radice tr designa infatti sia la “stella”, sia l’azione (con r allungata, tr) di “attraversare”, il tipico moto dei corpi celesti. In origine, con ogni probabilità, le consonanti t e d avevano lo stesso significato: “luce” (una indicazione in questo senso ci viene dalle lingue germaniche, in cui l’inglese god e il tedesco Gott, “dio”, sembrano per l’appunto significare “luce (d/t) in movimento (ga)”.
L’identificazione dei due termini “luce” e “dio”, che rinviano al moto dei corpi celesti nello spazio, sembra pertanto rievocare esattamente quel processo originario che così Aristotele definisce in un passo, che lo storico della scienza Giorgio de Santillana dice poco noto, della sua Metaphisica: I nostri progenitori delle più remote età hanno tramandato ai loro posteri una tradizione, in forma di mito, secondo cui questi corpi sono dei e il divino racchiude l’intera natura. Il resto della tradizione è stato aggiunto più tardi in forma mitica … essi dicono che questi dei hanno forma umana o son simili ad alcuni degli altri animali … Ma se si dovesse separare il primo punto da queste aggiunte e lo si considerasse da solo – il fatto cioè che essi pensavano che le prime sostanze fossero dei – lo si dovrebbe ritenere un’enunciazione ispirata … (G. de Santillana – H. von Dechend, Il mulino di Amleto, 2000).
Ma, esplorando la via a ritroso, cosa deve allora intendersi esattamente per “dio” o “dei” o “divino”? La risposta è: il Tempo. Così che ripete eternamente Qoelet (e il Qoelet), figlio di Davide: c’è un tempo per ogni cosa.
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