Non c’è stata una rivoluzione, che sia una, ad avere avuto ragione. Emblematico è ciò che è accaduto alla rivoluzione francese con l’avvento di Napoleone Bonaparte (di nuovo in onda oggi sugli schermi cinematografici), che Hegel definì “lo spirito del mondo a cavallo”.
Lo stesso filosofo che, analizzando le vicende della storia, ha sinteticamente diviso l’intera umanità, passata presente e futura, in due categorie: padroni e servi. E prefigurato un nuova forma di logica dialettica tra una destra e una sinistra, storiche. E cioè l’una e l’altra, entrambe al servizio degli uni, i padroni, o degli altri, i servi. E viceversa.
Nel suo testamento, pubblicato postumo, Roberto Calasso scrive peraltro che: “Il pensiero militante, insieme fascinoso e orribile, nasce con Paolo. La rivelazione cristiana si presenta subito come un’arma potente, capace di abbattere ogni fortezza e ‘rendere prigioniero ogni pensiero (intellectum, noema) riducendolo all’ obbedienza a Cristo’. Nessun Lenin del futuro avrebbe saputo parlare con altrettanta concisione e vigore, ma tutti si sarebbero giovati di Paolo, sapendolo o anche non sapendolo” (R. Calasso, Sotto gli occhi dell’Agnello, 2022).
Negli ultimi trent’anni e più – dal 1989, bicentenario della suddetta rivoluzione -, e in generale, l’azione della sinistra cosiddetta progressista ha inteso sostituire l’immagine del “Cristo”, ovvero il più antico Chrestos, con quella di “Mammona”, ovvero il capitalismo finanziario globale.
Ma: se, per ipotesi, l’attesa avesse prefigurato l’epifania di un unico padrone del mondo, allora avrebbero dovuto sapere che, prima o poi, i servi si sarebbero ribellati reclamando il proprio ruolo e ribadendo, pur sempre, il destino che governa e attende tutti gli uomini: padroni e servi.
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