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E liberaci dalla traduzione!

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Traduzione del Padre Nostro

A proposito della modifica del Padre nostro

Abbiamo parlato molto, su queste pagine, del problema del male, come inteso anche e soprattutto nella tradizione giudeo-cristiana e in quella filosofica occidentale.

Abbiamo citato en passant il versetto biblico καί μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν (Lc 11, 4 c; Mt 6, 13 b), che nella Vulgata è tradotto et ne nos inducas in tentationem.

Il versetto compare sia nella versione breve, e quindi più antica, del Pater insegnato da Gesù e riportato dall’evangelista Luca, sia in quella lunga, riportata dall’evangelista Matteo e corrispondente alla forma definitiva della preghiera dettata dal Signore.

Non c’è nulla di strano nel fatto che il Maestro Divino abbia evoluto il suo insegnamento e che quindi entrambe ci siano state conservate: dapprima la definitiva, dal più antico Matteo, e poi la più arcaica, per scrupolo filologico e acribia di completamento, dal più recente Luca.

Quel che crea problema è la recente traduzione della CEI che, abbandonando la fedele versione “e non ci indurre in tentazione”, ha optato per quella libera “e non abbandonarci alla tentazione”, che qualcuno poi recita “e non abbandonarci nella tentazione”.

Non vi è alcun dubbio che il verbo greco εἰσενέγκῃς significhi “indurre”, nel senso etimologico di condurre dentro, per cui risparmiamoci le note filologiche sulla parola. Quel che però si presta ad una riflessione è il fatto che, per non farle fraintendere, le parole stesse di Cristo, le sue ipsissima verba, siano state tradotte infedelmente.

Può mai l’uomo occidentale moderno accettare l’idea che Dio induca in tentazione? Dio è forse tentatore? Assolutamente no!

Allora, siccome siamo politicamente corretti oltre che cristiani, correggiamo le parole in bocca a Cristo, che dopo tutto è solo il Figlio di Dio, per la fede, ovviamente.

Anzi, indipendentemente da questo, gliele correggiamo lo stesso, tanto i Vangeli sono solo il testo greco antico più tradotto e meglio conservato al mondo, per quantità e qualità di codici papiracei e pergamenacei. E poco importa che Omero, Esiodo, Euripide non vengono così violentati.

Il Vangelo può esserlo, dopo duemila anni, perché il clero forse si stanca a spiegare dall’altare che Dio, nel mondo semitico, è la causa prima di ogni cosa, dall’impatto talmente forte che riassorbe in sé, quando ci sono, anche le cause seconde.

Perciò, anche quando siamo tentati dal diavolo, come lo stesso Gesù nel Deserto, ciò avviene perché Dio lo permette e, quindi, lo vuole per i suoi fini, sapendo ricavare il bene anche dal male, ossia, nella fattispecie, il merito in chi resiste e la ragione del castigo in chi cede.

Possiamo accettare noi, oggi, la mentalità semitica, nella quale Cristo si è formato, visto che era ebreo? Direi di sì, sia in quanto personaggio storico, sia, a maggior ragione, se Dio fatto Uomo, avendo scelto un’epoca, un luogo e una cultura, che dunque deve essere il nostro punto di riferimento.

Dovremmo spiegare ai fedeli perché la filosofia greca ha attutito la potenza causale prima di Dio attraverso le cause seconde, piuttosto che cercare di leggere la Bibbia, in cui questo concetto pure si addolcisce, alla luce della cultura ellenica, come se la Rivelazione fosse avvenuta tra i Greci.

Non lesiniamo la chiarezza: correggere le parole in bocca a Cristo è stupido, inutile, dannoso e anche irriverente. Del resto, il tecnicismo biblico “indurre in tentazione” significa cedere ad essa, per cui la preghiera non chiede solo che la tentazione ci sia risparmiata, ma che noi non vi cediamo.

E siccome, stando alla Rivelazione giudeo-cristiana, solo Dio e nessun altro può determinare la volontà umana – non i Santi o gli Angeli e nemmeno i demoni – proprio e solo a Lui va chiesto di non farci cadere, essendo Egli, in questo, più potente dello stesso uomo che chiede aiuto.

Il problema della traduzione in volgare della Bibbia CEI, tuttavia, travalica la questione del Pater Noster. Ci sono troppi brani tradotti in modo improprio. Fortunatamente sono pur sempre un numero limitato, né il loro senso letterale viene alterato, ma va detto che ci sono.

Innanzitutto abbiamo traduzioni che incomprensibilmente prediligono la lectio difficilior, a dispetto di qualsiasi criterio filologico. Ad esempio, nel grande Prologo cristologico del Vangelo di Giovanni, tra le altre cose, l’emistichio “ma le tenebre non l’hanno accolta” è diventato “e le tenebre non l’hanno vinta”.

Chi ha una edizione critica del NT a casa, come il Nestle Aland o il Merk Barbaglio, può verificare quello che dico. Poi abbiamo la scelta di termini diversi rispetto a quelli della traduzione precedente per rendere le parole greche.

E così “Il Figlio prediletto” diventa “il Figlio, l’Amato”, con una incomprensibile antonomasia. Mentre il grande Inno cristologico della Lettera ai Filippesi, “Benedetto sia Dio Padre del Signore Nostro Gesù Cristo”, è stato tradotto in un modo incomprensibile e pesante introducendo, in quella pur affannosa prosa ritmica paolina, parole che la rendono del tutto astrusa (tipo “in cui ci ha gratificati nel Figlio amato”).

Lo stesso nei difficili capitoli della Lettera ai Romani che sviluppano la dottrina del Peccato originale, della sua pullulazione, del Vecchio Adamo e della sua generazione carnale e del Nuovo Adamo e della sua generazione spirituale per innesto in Lui. Chi non crede, legga i testi tradotti nei decenni, li confronti e li compari col testo greco.

In altri casi, incomprensibilmente, espressioni greche calcate sull’ebraico sottostante, sono state tradotte letteralmente: “quando fu concepito nel grembo”, senza nemmeno aggiungere un genitivo (“della Madre”), è un maldestro modo di rendere il greco “intessuto nel grembo”, che ha senso perché manca un termine tecnico nell’ebraico che indichi la concezione intrauterina, ma non ha senso in italiano, dove basta il solo “fu concepito”.

Ma il peggio credo sia stato dato nell’AT. Molti oracoli profetici appesantiti dalla parola “avverrà” che corrisponde pedestremente a segni grafici ebraici che non sono mai stati resi in italiano perché del tutto superstiti.

L’ebraico ha solo due tempi: imperfetto e perfetto, e il contesto fa la resa temporale nelle lingue in cui vanno tradotte, a partire dalle numerose forme del verbo ebraico – Qal (attivo semplice), Nifal (passivo/riflessivo), Piel (intensivo attivo), Pual (intensivo passivo), Hitpael (riflessivo intenso), Hifil (causativo attivo) e Hofal (causativo passivo) – e dai due modi – indicativo e imperativo. Nonostante ciò, moltissimi presenti sono diventati futuri.

Persino gli imperativi negativi, che in italiano si rendono con l’infinito preceduto dalla negazione, sono diventati futuri, e “non uccidere”  o “non rubare” è diventato “ non ucciderai” o “non ruberai”.

Che senso hanno queste rese? E i comandi o gli annunci che diventano ottativi, anche quando sono sulla bocca di Dio, come se Egli non potesse tutto, sono altrettanto bizzarri. Molti Salmi hanno subito questo maltrattamenti lessicali. La ragione qual è? Non ci è nota.

Speriamo dunque che ben presto la preghiera del Pater Noster venga ascoltata da Dio, magari con una piccola modifica: “e liberaci dalla traduzione”, perché, in effetti, la Parola sacra va tradotta poco e bene, non spesso e discutibilmente.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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