
di Giorgio Cattaneo
Vlad Hagyak Drăculea, Figlio del Drago (o del Diavolo) e poi noto anche come Țepeș, l’Impalatore. Il principe Vlad III di Valacchia era considerato un mostro, nel Sacro Romano Impero e nella tradizione germanica, specie dopo il successo del libello “Storia del voivoda Dracula”: un testo fatto circolare dall’ungherese Mattia Corvino per diffamare i valacchi, propiziando il suo storico accordo con Federico III d’Asburgo. Per i principati italiani, e persino per il Papa, Vlad l’Impalatore divenne invece un benemerito campione della cristianità, avendo fermato l’invasione ottomana a nord del Danubio nel 1462. Anche nella letteratura russa, ai tempi di Ivan il Terribile, il principe valacco era visto come un sovrano autonomo, severo ma giusto.
Per i rumeni, poi, Dracula è sempre stato un protettore, un eroe nazionale: la sua popolarità fu sfruttata persino dal dittatore Nicolae Ceaușescu, che elesse a propria residenza estiva il lago di Snagov, dove la leggenda narra che lo storico “voivoda” dei valacchi sia stato sepolto, in un monastero su un’isoletta. In realtà non si sa esattamente dove vennero inumati, i resti di Vlad Țepeș. Una versione dei fatti vuole che la sua testa sia stata portata a Costantinopoli, mentre il suo corpo sarebbe rimasto sepolto senza cerimonie nel monastero di Comana. Solo nell’800 si sparse la voce che Vlad fosse stato tumulato nel monastero di Snagov, appena a nord di Bucarest. Nel 1933 si è invece scoperto che la presunta tomba di Vlad era completamente vuota.
Alcuni pensano che il suo corpo sia stato bruciato, oppure smembrato dai turchi (sul campo di battaglia o magari a Istanbul). Vlad non cessa di suscitare interesse: ancora nel 2014 sono state avviate ricerche da parte di studiosi convinti che il corpo di Vlad sia custodito in un chiostro italiano, annesso alla chiesa di Santa Maria la Nova a Napoli. Quello di Santa Maria è un complesso conventuale risalente al XVI secolo, sicuro luogo di sepoltura di alcuni discendenti di Vlad. Accanto ad un rilievo funebre che raffigura un drago affiancato da baldacchini di foggia slava medievale, è presente un epitaffio con iscrizioni in una lingua ancora sconosciuta, insieme a caratteri latini, copti, greci ed etiopi.
Verità e leggenda: il castello di Bran, presentato ai turisti come la resistenza di Dracula, venne in realtà eretto dai sassoni di Brașov. Il vero “castello di Dracula”, ora in stato di completa rovina, era invece la fortezza di Poenari, nella Romania occidentale, costruita sulle rive dell’Argeș, un grosso affluente del Danubio. Vlad passò alla storia per aver impalato i cavalieri turchi sconfitti sul campo. Stessa sorte avrebbe riservato ai boiardi valacchi che lo avevano tradito. Nel 1459, sottraendosi alla sottomissione ottomana e rompendo il patto con il sultano Maometto II, fece uccidere in modo spietato gli ambasciatori turchi: col pretesto che non si erano tolti il turbante nel rendergli omaggio, fece inchiodare i copricapi alla testa dei messaggeri.
Per lunghi anni, il giovanissimo Vlad era stato costretto dal padre a restare in ostaggio dei turchi a Costantinopoli, come garanzia di fedeltà della Valacchia all’Impero Ottomano. La successiva ribellione dei valacchi costò la vita al padre di Vlad e al suo primogenito, destinato a succedergli sul trono: Mircea II di Valacchia, fratello maggiore di Vlad, una volta caduto prigioniero degli ottomani venne prima accecato e poi sepolto vivo, nella città di Târgoviște. Crudeltà efferate, abominevoli, che all’epoca erano la regola. Perché allora a passare alla storia come macellaio fu invece proprio Vlad, sempre avvolto da un’aura tenebrosa?
Secondo una storia che ha del favolistico, sarebbe addirittura morto in seguito al morso di un pipistrello. Nulla a che vedere, in ogni caso, con la biografia del morboso vampiro nottambulo nato dalla fantasia letteraria dell’irlandese Abraham “Bram” Stoker. Il vero Dracula era feroce quanto i suoi contemporanei. Quando travolse gli ottomani in Bulgaria, impalò i nemici uno per uno (compreso il loro leader, Hamza Bey, governatore di Nicopoli). In una lettera del 1462 a Matteo Corvino, scrisse: «Ho ucciso contadini, donne, vecchi e giovani». Precisò: «Abbiamo ucciso 23.884 turchi, senza contare quelli che sono stati bruciati vivi nelle loro case o quelli le cui teste sono state tagliate dai nostri ufficiali».
Un leader sanguinario, al pari di moltissimi altri: ma non un vampiro, come quelli evocati dalla letteratura romantica. Del resto, il romanzo di Stoker – se non per il titolo – non ha alcun richiamo alla vera storia di Vlad di Valacchia. Cosa c’è dietro del quel libro? «Un’appassionata esortazione rivolta agli uomini – scrive un analista letterario come Nuccio Puglisi – perché non perdano il senso del trascendente finché sono in vita, così da evitare che esso possa sorprenderli da morti, in modo orribile e spaventoso». Un capolavoro “immortale”, quello di Stoker. Forse perché il soggetto è da considerarsi come la più originale delle invenzioni? «Neanche per sogno: di vampiri si è sempre parlato (da tempi indeuropei), se n’è parlato ovunque (dalla Cina ai Carpazi) e si è sempre scritto».
Nondimeno, Dracula è un non-morto che resta tuttora in perfetta salute: nella letteratura, nel cinema, nell’immaginario collettivo. La forza di Dracula sta nel suo romanticismo: «Romantiche sono soprattutto la sua passionale determinazione, il suo castello e il suo abbigliamento, il suo indiscusso fascino e il suo modo forbito ed ironico di esprimersi. Tutte cose – aggiunge Puglisi – che riescono a resistere al ritratto mostruoso ed anche esteticamente ripugnante dipinto da Stoker, così diverso dalla sua trasposizione cinematografica fatta da Francis Ford Coppola».
Il vero protagonista sarebbe dunque il trascendente, mentre l’antagonista è «il Sæculum, l’era post-illuministica, industriale e pre-scientifica che, in effetti, alla fine viene sconfitta ben più di Dracula stesso». Stoker parla con due voci: una sinistra e sussurrante, quella del vampiro; e l’altra, roca e impavida, che appartiene al suo olandese nemico, il professor Van Helsing, il filosofo “metafisico” che sa procedere oltre la natura delle cose. «E anche Dracula è capace di questo: è quel trascendente in cui Van Helsing, con forza trascendente, crede». Detta al contrario: «Van Helsing è quel metafisico contro cui Dracula, metafisicamente, combatte».
Il concetto, sempre secondo Puglisi, si reverbera nel romanzo “Intervista col vampiro”, di Anne Rice (da cui il kolossal girato da Neil Jordan con Tom Cruise, Brad Pitt e Antonio Banderas). «Lì, il vampiro Louis cerca di riempire il vuoto della sua immortalità dando alla sua nuova esistenza il senso di una spasmodica ricerca sulle proprie origini». E così viaggia, cercando qualcuno che possa dargli delle risposte. «Pensa di trovarle in Armand (il più simile a Dracula, con la sola eccezione d’essere disperatamente bello), al quale lamenta il malessere di sentirsi “spirito di nessuna epoca”, perennemente disallineato con il significato della Storia».
Stoker, capace di generare stirpi infinite di narratori – scrive ancora Puglisi – ha parlato in codice: «Pochi, in verità, sono riusciti a scoprire e utilizzare le sue immagini simboliche, degne del miglior Filone Alessandrino. Immagini messe lì, tra le pagine, con il puro intento che fossero interpretate e decodificate». Quelle pagine sono dense di «significati criptici». Sembra che Bram Stoker si sia sdoppiato nei suoi stessi personaggi. «Van Helsing si chiama Abraham (proprio come il suo autore) e il suo cognome significa letteralmente, in olandese: “dall’inferno”. Stoker, guarda caso, significa poi: “colui che infiamma, che dà fuoco”. E così, in un solo autore abbiamo un interessante chiasmo tra i vampiri, che vengono dall’inferno, e Van Helsing che li ammazza con il fuoco».
Sempre Puglisi fa notare che Van Helsing, insigne accademico, filosofo e letterato, «senza preoccuparsi più di tanto di ciò che potevano pensare i suoi ben più empiristi colleghi, credeva tranquillamente nel soprannaturale, e lo faceva proprio in una civiltà come quella inglese dell’Ottocento, dove l’industrializzazione e il progresso cacciavano fuori sempre più, dalle teste degli uomini, l’idea stessa di Dio e le relative implicazioni morali legate a questa idea». Dracula è quindi «l’aggressiva risposta ad una società in piena crescita e contemporaneamente in pieno decadimento, pronta a tradire, ad abbandonare l’invisibile per l’effimera e dubitante consolazione dell’apparente».
È notorio che Stoker abbia fatto parte della Golden Dawn, società iniziatica di matrice occultistica, da cui però si sarebbe allontanato dopo appena pochi mesi. Il suo Dracula, dunque, può forse rappresentare anche una sorta di avvertimento? L’origine nobiliare di Dracula (e la raffinatezza dei suoi modi) stridono in modo evidente con le sue inconfessabili abitudini notturne. Mancava ancora un secolo ai “lucertoloni” di David Icke, nascosti in certe case reali. E ancora non erano nati i bestseller sul Sang Real e su certe indicibili discendenze. Eppure è proprio di sangue, che parla Bram Stoker: sangue antico, che si nutre di sangue giovane.
L’archetipo del vampiro, un essere infelice che è costretto a sopravvivere a spese altrui, fa pensare anche ai minacciosi “voladores” di cui parla Carlos Castaneda e, in genere, ai “parassiti energetici” che tanta new age prende a prestito dallo storico monito degli gnostici, preoccupati dalla vocazione parassitaria degli “arconti”. Recenti studi sulle genealogie del potere dimostrano l’ostinata sopravvivenza di clan familiari capaci di attraversare i secoli, conservando posizioni di dominio. Circuiti molto esclusivi che, si suppone, coltivano uno speciale rapporto con il trascendente, anche attraverso pratiche magico-ritualistiche. Come se, in un certo senso, l’ancestrale stirpe di Dracula fosse più viva che mai.





