
di Carlo Di Stanislao
“Humanum fuit errare”
Sant’Agostino, Sermoni164,14.
Nella idea oggi dominante il dubbio non è un valore e quelli che dubitano di tutto dubitano sopratutto di se stessi. Quindi secondo questo principio, che nutre anche post e social, se hai la testa piena di dubbi sei frustrato ed infelice. Il dubbio è solo funzionale alla ricerca di certezze.
Il dubbio, quindi, non è un valore, ma solo una fase temporanea di incertezza da superare quanto prima. Inoltre, spesso avere dubbi appesantisce l’esistenza, la rende inquieta, tant’è che “togliersi un dubbio” rasserena la mente “tormentata”, giust’appunto, dal dubbio. Ad esempio, se dubiti che tuo marito/moglie ti tradisca o tuo figlio si droghi o hai il cancro, non vorrai fare altro che uccidere il dubbio.
Ecco il pedissecquo e sesquipedale ragionamento di yutuber e influencer ed ecco perché abbiamo come riferimento culturale Geppi Cucciari e come ministri della cultura, in successione, Sanguiliano e Giuli, con contorno di Sgarbi come ex sottocategorio e Morgan come consulente.
Per fortuna sussistono e resistono eccezioni. Fra questi Giarrico Carofiglio autore di uno splendido saggio che già dice tutto nel titolo: “Elogio dell’ignoranza e dell’errore”.
Prendendo spunto da aneddoti, dalla scienza, dallo sport, da pensatori come Machiavelli, Montaigne e Sandel, ma anche da Mike Tyson, Bruce Lee e Roger Federer, Gianrico Carofiglio ci racconta la gioia dell’ignoranza consapevole e le fenomenali opportunità che nascono dal riconoscere i nostri errori. Imparando, quando è possibile, a trarne profitto. Una riflessione inattesa su due parole che non godono di buona fama. Un’allegra celebrazione della nostra umanità. Fin da bambini ci raccontano che se sbagli prendi un brutto voto; se sbagli non vieni promosso e non fai carriera, in certi casi addirittura perdi il lavoro; se sbagli perdi la stima degli altri e anche la tua.
Sbagliare è violare le regole, sbagliare è “fallire”. Per l’ignoranza, se possibile, i contorni sono ancora più netti: l’ignoranza relega alla marginalità. E quando si passa dalla definizione della condizione (ignoranza) all’espressione che indica il soggetto in quella condizione (ignorante), il lessico acquista il connotato dell’offesa. In realtà, l’errore è una parte inevitabile dei processi di apprendimento e di crescita, e ammetterlo è un passaggio fondamentale per lo sviluppo di menti aperte e personalità equilibrate.
Così come osservare con simpatia la nostra sconfinata, enciclopedica ignoranza è spesso la premessa per non smettere di stupirsi e di gioire per le meraviglie della scienza, dell’arte, della natura. Biasimare gli errori e stigmatizzare l’ignoranza sono considerate pratiche virtuose. Necessarie. Ma le cose non stanno così. Errore è errare alla ricerca della propria via.
Karl Popper diceva: “L’unico errore che non ha scuse è cercare di nascondere o minimizzare un errore invece di cercare di imparare il più possibile dal medesimo”.
Emanuele Severino, nel capitolo: “Genesi dell’errore, in “Essenza del nichilismo”, Adelphi, Milano 1982, pp. 71-73, ci dice che rifiutare dubbio ed errore equivale a ad alienare la ragione perché non si avvede dell’aberrazione più profonda e più antica, che ha le sue origini nell’acme del pensiero occidentale, e cioè nel modo in cui Platone ebbe a dar vita all’oltrepassamento di Parmenide.
Per il quale il determinato è non essere; ma in modo che l’essere e il determinato sono pensati come assolutamente indipendenti l’uno dall’altro, sì che il determinato, per questa sua assoluta indipendenza dall’essere, vien posto come un nulla. Perché il determinato sia posto come un nulla non è cioè sufficiente che si rilevi la sua diversità dall’essere; tanto è vero che Platone terrà ferma (e non poteva non tener ferma) questa diversità, ma insieme negherà che, per questo, il determinato debba essere inteso come nulla.
Perché sia posto come nulla si richiede, ripetiamo, quell’astratta separazione che pone l’essere e il determinato come due assoluti, come due luoghi assolutamente irrelati, cosicché il determinato, come si diceva, proprio per questa sua assolutezza cade al di fuori dell’essere, nel nulla.
La distinzione tra essere e determinazione, che in Parmenide era una separazione assoluta, resta in Platone una separazione assoluta anche se l’essere diventa predicato della determinazione. E questo grazie a dubbio, ignoranza ed errore.





