
di Giorgio Cattaneo
Ieri Telegram, oggi Rumble: a lasciare l’Europa è Chris Pavlovski, il creatore della video-piattaforma più libera del web, che ospita regolarmente voci scomode. «La Francia – dice – ha minacciato Rumble e ora ha oltrepassato il limite arrestando il Ceo di Telegram, Pavel Durov». Aggiunge Pavlovski, imprenditore canadese di origine macedone: «Rumble non tollererà questo comportamento e utilizzerà ogni mezzo legale disponibile per combattere per la libertà di espressione, che resta un diritto umano universale». Bingo: il glorioso Occidente democratico si aggiudica un altro trofeo, dopo quello di Durov.
Vietato dire la verità: lo insegna la feroce persecuzione di Julian Assange e la fuga di Edward Snowden, riparato a Mosca per evitare l’arresto. «Io sarò il prossimo», si affretta a profetizzare Elon Musk, giusto per sottolineare l’aria che tira nella parte di mondo che ancora si vanta di essere la patria dei diritti democratici. L’Europa e gli Stati Uniti sono diventati paesi dai quali fuggire, se si osa smentire la voce ufficiale del regime? Questa almeno è l’incresciosa rappresentazione offerta dalle cronache di questi giorni. Di che pasta fosse la nostra tenuta democratica, del resto, lo si era già visto nell’infame biennio 2020-21.
Sull’arresto di Pavel Durov in Francia, Massimo Mazzucco avanza perplessità: come mai è atterrato a Parigi, pur sapendo di essere ricercato dalle autorità francesi per il rifiuto di concedere l’accesso riservato alla “back door” di Telegram? Lo aveva ammesso lui stesso in una recente intervista a Tucker Carlson: l’Fbi glielo aveva espressamente chiesto (ventilando guai in arrivo, in caso di rifiuto).
Ipotizza Mazzucco: la plateale incarcerazione in Francia potrebbe essere un escamotage teatrale. Se Durov avesse già concesso segretamente quanto richiesto, la sua brutale detenzione potrebbe servire a presentarlo come martire, lasciando intatto il prestigio di Telegram.
Come al solito, il ragionamento di Mazzucco è coerente. Resta il fatto che, in primo piano, giganteggia il contesto sovrastante: il nemico dal quale doversi difendere, magari ricorrendo a qualche inconfessabile escamotage, non è la terribile autocrazia russa, e nemmeno la barbarica dittatura cinese. Non solo: il favoloso establishment occidentale non teme più nemmeno di veder offuscata la propria immagine liberale. Ormai passa direttamente alle manette, per far tacere chi dà spazio alle notizie vere. E la decantata vigilanza democratica della politica occidentale? Non pervenuta, nemmeno questa volta.





