Il potere nel Mediterraneo sta cambiando natura: si combatte per decidere da dove passeranno le nuove rotte globali
C’è una geografia che cambia senza fare rumore, non passa necessariamente attraverso una guerra, una bandiera ammainata o una grande potenza che annuncia il proprio ritiro.
È quel ridisegno delle rotte che sta avvenendo da mesi e che ogni giorno ci mostra una parte, anche meno conosciuta, della geografia terrestre e marittima.
A volte passa attraverso un molo, una concessione portuale, una nave mercantile, una rotta commerciale che cambia origine e destinazione.
E quando questi elementi iniziano a disporsi diversamente sulla carta geografica, ci accorgiamo che non è cambiato soltanto un porto, è cambiato il sistema.
È quello che sta accadendo oggi nel Mediterraneo orientale.
La notizia raccontata in queste ore è che la Russia ridimensiona la propria presenza militare in Siria, dopo aver raggiunto con Damasco un accordo sul futuro di Tartus e Hmeimim. Ma questa è soltanto un fotogramma del film che è molto più grande.
Tartus, città e porto sulla costa mediterranea della Siria, è stata per anni la principale testa di ponte navale russa nel Mediterraneo.
La base permetteva a Mosca di mantenere una presenza militare permanente nel Mediterraneo orientale e di sostenere logisticamente le proprie operazioni verso il Nord Africa e l’Africa subsahariana.
Hmeimim, invece, è la grande base aerea russa situata nei pressi di Latakia, sulla costa siriana, e costituiva l’altra infrastruttura fondamentale della proiezione militare russa nella regione.
Oggi entrambe stanno cambiando funzione.
Le infrastrutture civili vengono progressivamente ricondotte sotto controllo siriano, mentre la presenza militare russa viene ridimensionata e trasformata attraverso un nuovo accordo con Damasco.
Ma Tartus non sta semplicemente passando dalla Russia alla Siria, sta passando da una funzione prevalentemente militare a una funzione commerciale, logistica e strategica molto più ampia.
Ed è qui che la storia diventa interessante.
Nel 2025 Damasco ha affidato a DP World, società emiratina specializzata nella gestione portuale e nella logistica globale, una concessione trentennale per sviluppare e gestire il porto di Tartus, con un investimento previsto di circa 800 milioni di dollari.
L’obiettivo è trasformarlo in un grande hub logistico capace di collegare il Mediterraneo orientale con l’Europa meridionale, il Medio Oriente e il Nord Africa. Le operazioni sono già iniziate.
Dunque, mentre tutti guardavano alla domanda “la Russia resterà o se ne andrà?”, qualcun altro stava già costruendo la domanda realmente importante: quali rotte passeranno da Tartus domani?
È qui che la geopolitica diventa geografia.
Per decenni Tartus è stata la testa di ponte russa nel Mediterraneo. Non soltanto un porto militare, ma un punto di appoggio attraverso il quale Mosca poteva sostenere la propria presenza nel Mediterraneo orientale, alimentare le proprie capacità logistiche e mantenere una continuità strategica verso il Nord Africa e l’Africa.
Con la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, quella geometria si è spezzata. Ma la Russia non ha semplicemente perso un punto sulla carta.
Ha dovuto ridisegnare la carta, è questa la parte che rischia di sfuggire alla cronaca.
Mosca non sta necessariamente abbandonando il Mediterraneo. Sta modificando il modo attraverso il quale vi accede. Prima la direttrice era relativamente leggibile: Russia, Mar Nero, Tartus, Mediterraneo orientale, Nord Africa, Africa.
Ora la direttrice tende progressivamente a diventare: Russia, Mar Nero, Mediterraneo, Libia, Africa.
È uno spostamento apparentemente minimo sulla carta, ma strategicamente enorme.
La Libia, nel frattempo, è diventata sempre più importante nella struttura logistica russa verso il continente africano. Mosca ha sviluppato e potenziato infrastrutture militari e logistiche in diverse aree del Paese, tra cui Al-Khadim, Al-Jufra, Tamanhint, Maaten al-Sarra, Al-Qardabiyah e Brak al-Shati.
Queste installazioni possono sostenere la proiezione dell’Africa Corps, il dispositivo russo destinato a sostituire e riorganizzare le precedenti strutture legate al gruppo Wagner, verso il Nord Africa e il Sahel, la fascia dell’Africa subsahariana che attraversa Paesi come Mali, Burkina Faso e Niger. Anche Tobruk, porto della Cirenaica affacciato sul Mediterraneo orientale, assume in questo quadro un valore strategico crescente.
E, allora, la domanda non è più: la Russia perde Tartus, ma quanto della funzione strategica di Tartus può essere trasferito sulla Libia?
È una domanda completamente diversa.
Una potenza marittima non ha bisogno necessariamente di possedere ogni porto che utilizza, ha bisogno di poter costruire una rete di accessi, rifornimenti, basi, aeroporti, terminali, corridoi e punti di appoggio sufficientemente robusta da permetterle di muovere uomini, merci, energia e capacità militari.
È la differenza tra possedere un nodo e controllare una rete. Nello stesso spazio geografico stanno entrando logiche diverse.
La Siria vuole recuperare sovranità sulle proprie infrastrutture strategiche e trasformarle in una fonte di reddito e di reintegrazione economica.
Gli Emirati Arabi Uniti, attraverso DP World, stanno costruendo una piattaforma logistica destinata a collegare Mediterraneo, Medio Oriente e Nord Africa.
La Turchia appare già dentro la nuova geografia commerciale, proprio le prime navi che hanno utilizzato il molo commerciale precedentemente controllato dai russi sono arrivate da porti turchi.
E la Russia, invece di scomparire, cerca di conservare una presenza militare e logistica più limitata, negoziata e compatibile con la nuova realtà siriana.
Non è un ritiro lineare ma una riconfigurazione. La parola riconfigurazione è probabilmente molto più importante della parola “ritiro”, il potere nel Mediterraneo sta cambiando natura.
Un tempo la centralità strategica si misurava soprattutto attraverso la capacità di possedere una base.
Oggi si misura sempre più attraverso la capacità di collegare una serie di nodi.
Porti, Aeroporti, Terminali,Corridoi terrestri, Rotte marittime, Hub energetici, Infrastrutture digitali, Punti di rifornimento.
È una nuova forma di potenza marittima, nella quale il territorio resta fondamentale ma non è più sufficiente. La Russia lo sta imparando sulla propria pelle.
Perdere il controllo esclusivo di Tartus significa perdere una posizione privilegiata. Ma se Mosca riesce contemporaneamente a consolidare la propria profondità logistica in Libia, a mantenere un accesso negoziato alla Siria e a conservare una rete di collegamenti verso l’Africa, allora non avremo assistito alla scomparsa della presenza russa dal Mediterraneo, bensì alla sua trasformazione.
Mentre la Russia riduce la propria impronta militare diretta sulla costa siriana, gli Emirati costruiscono infrastruttura economica; la Turchia consolida i propri collegamenti commerciali; la Siria tenta di rientrare nella rete degli scambi regionali; e la Libia diventa una piattaforma sempre più importante per la proiezione verso il Sahel.
È come se il Mediterraneo stesse lentamente cambiando pelle, non più soltanto un mare diviso tra sfere militari. Ma una gigantesca rete di connessioni nella quale chi controlla i nodi può influenzare le rotte anche senza possedere il mare.
E qui arriva la parte che riguarda direttamente l’Italia.
Ogni volta che cambia la relazione tra Siria, Turchia, Libia, Mediterraneo orientale e Nord Africa, cambia anche la posizione strategica del Mediterraneo centrale.
La distanza tra Tartus e Tripoli non è soltanto una distanza geografica, ma una linea strategica.
Come lo sono le rotte verso Suez, il Canale di Sicilia, il Canale d’Otranto e l’Adriatico.
Il Mediterraneo non è una serie di mari separati, ma un unico sistema di passaggi, se cambia un nodo, cambiano le pressioni sugli altri. Per questo Tartus è molto più importante di quanto racconti la notizia del giorno.
Quello che stiamo osservando non è semplicemente la fine di una base russa, è la fine di un certo modello di presenza russa e, contemporaneamente, la nascita di un altro modello.
La base militare lascia spazio al nodo logistico. Il controllo diretto lascia spazio all’accesso negoziato, il porto militare convive con il porto commerciale.
La proiezione regionale passa sempre più attraverso infrastrutture civili che possono avere, all’occorrenza, una funzione strategica.
È la grande trasformazione della geopolitica contemporanea: il confine tra infrastruttura economica e infrastruttura strategica diventa sempre più sottile.
E adesso arriva la domanda chiave: chi sta costruendo la rete che verrà dopo Tartus?
Perché, forse, la vera partita mediterranea non si giocherà più attorno alla conquista delle basi, ma attorno alla capacità di costruire una geografia di accessi.
E se guardiamo la carta con sufficiente attenzione, quella geografia sta già emergendo. Dalla Siria alla Turchia. Dalla Turchia al Mediterraneo. Dal Mediterraneo alla Libia. Dalla Libia al Sahel.
E, dall’altra parte, dal Golfo verso il Mediterraneo attraverso gli investimenti logistici. Una sostituzione di geometrie.
Se non l’avessimo capito in tutti gli scritti che abbiamo pubblicato sul Nuovo Giornale Nazionale, non si combatte una guerra “classica”, si combatte per decidere da dove passeranno le nuove rotte globali.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


