Le ripercussioni economiche della crisi geopolitica
Ci sono momenti nei quali una guerra lontana smette improvvisamente di essere lontana.
Accade quando il prezzo del petrolio sale, quando il gas diventa più costoso, quando una nave non parte, quando un’impresa italiana non riceve una fornitura, quando il distributore sotto casa cambia il prezzo del carburante.
È quello che sta accadendo oggi.
Lo Stretto di Hormuz, una sottile striscia d’acqua tra Iran e Penisola Arabica, è diventato uno dei luoghi più importanti della politica mondiale.
Il traffico commerciale attraverso lo Stretto è crollato rispetto ai livelli precedenti al conflitto e la sua chiusura sta già producendo conseguenze sull’approvvigionamento energetico.
Oggi il Brent è arrivato intorno ai 109 dollari al barile e il gas europeo è tornato a salire.
Ma c’è qualcosa di ancora più significativo.
Il Qatar ha esteso la situazione di forza maggiore sulle forniture di gas naturale liquefatto verso Edison, una delle principali aziende energetiche italiane. La ragione è precisamente l’impossibilità di garantire normalmente i trasporti attraverso Hormuz.
E allora Hormuz non è più soltanto una questione mediorientale.
È diventata una questione italiana.
Il governo italiano sta cercando di contenere gli effetti sui cittadini. ENI ha fatto scattare oggi un tetto di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il diesel; anche IP, controllata dalla SOCAR azera, ha annunciato un intervento analogo.
Ma non dobbiamo confondere il rimedio con la malattia.
Il problema vero è che l’Italia, come l’Europa, sta scoprendo ancora una volta quanto la propria sicurezza economica dipenda dalla sicurezza delle rotte internazionali.
Ed è qui che la vicenda diventa geopolitica.
Iran, Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Cina, Russia, Europa: apparentemente sono partite diverse.
In realtà cominciano a toccarsi.
La guerra in Ucraina ha modificato l’energia europea.
La crisi iraniana mette sotto pressione petrolio e gas.
Hormuz condiziona il commercio mondiale.
Il Mar Rosso rimane un’altra vulnerabilità strategica.
E, contemporaneamente, Washington e Pechino continuano a confrontarsi sul futuro dell’ordine internazionale.
Non siamo più davanti a un mondo diviso semplicemente in blocchi.
Siamo dentro un mondo nel quale una crisi può diventare il detonatore di un’altra.
È questo che considero il vero cambiamento.
Non dobbiamo chiederci soltanto: chi sta vincendo questa guerra?
Dobbiamo chiederci: quanto può resistere il sistema internazionale quando le sue arterie cominciano a essere colpite contemporaneamente?
E, soprattutto: quanto è preparata l’Italia?
Perché un Paese non è sicuro soltanto quando ha buone forze armate.
È sicuro quando può garantire energia, approvvigionamenti, infrastrutture, comunicazioni, trasporti e capacità industriale anche quando il mondo intorno diventa instabile.
Questa è la nuova frontiera della sicurezza.
E, forse, è arrivato il momento di comprenderlo senza aspettare che sia la guerra a ricordarcelo.
Io guardo Hormuz e vedo molto più di uno Stretto.
Vedo una porta.
E quando una porta così importante si chiude, il problema non è soltanto chi rimane fuori.
Il problema è capire quanto tempo possiamo continuare a vivere fingendo che quella porta non sia anche la nostra.





