La trasformazione della logistica energetica
Per decenni abbiamo letto la sicurezza energetica attraverso una geografia quasi lineare: giacimento, oleodotto, porto, chokepoint, mercato.
Il petrolio nasceva sottoterra, raggiungeva un terminale e da lì entrava nelle grandi arterie marittime del commercio internazionale, attraversando passaggi obbligati come Hormuz, Bab el-Mandeb o Suez.
Era una geografia nella quale il valore strategico della risorsa dipendeva soprattutto dalla disponibilità dei giacimenti e dall’efficienza delle infrastrutture necessarie a trasportarla.
Oggi quella sequenza non basta più, tra l’infrastruttura e il mercato è entrata una variabile che modifica l’intero equilibrio, la capacità di garantire militarmente la continuità dei flussi.
La nuova sequenza diventa così giacimento, infrastruttura alternativa, porto, corridoio navale protetto, mercato.
Non è soltanto un cambiamento terminologico, ma la trasformazione della logistica energetica in una questione direttamente legata alla potenza militare.
La vicenda saudita lo rende evidente.
Quando la guerra nel Golfo ha messo sotto pressione Hormuz, Riyadh ha cercato di trasferire parte dei propri flussi verso l’oleodotto East-West e il terminale di Yanbu, sul Mar Rosso, costruendo una delle principali alternative strategiche allo Stretto.
Ma quando anche questa infrastruttura è stata colpita, la diversificazione terrestre non è bastata e l’Arabia Saudita è tornata a utilizzare massicciamente i terminali sul Golfo Persico e quindi Hormuz, mentre la presenza navale americana ha contribuito a rendere nuovamente praticabile il passaggio delle petroliere.
Il significato strategico di questo passaggio va oltre la questione petrolifera. Per decenni la libertà dei mari è stata considerata una condizione strutturale del commercio globale; oggi, in alcune aree, è diventata una capacità che richiede sorveglianza, deterrenza, intelligence e presenza militare.
Il mare non è più soltanto l’infrastruttura naturale della globalizzazione, ma uno spazio nel quale la continuità economica dipende dall’equilibrio delle forze.
Anche il concetto di chokepoint sta quindi cambiando, Hormuz non perde la propria centralità perché esistono percorsi alternativi; ciò che cambia è il suo monopolio della vulnerabilità.
Una potenza energetica non deve necessariamente eliminare il rischio, ma deve poterlo distribuire, costruendo alternative terrestri e marittime e mantenendo aperti i passaggi che non possono essere sostituiti.
La stessa logica riguarda Bab el-Mandeb e Suez, un attacco contro una nave non deve necessariamente distruggere un’infrastruttura per produrre un effetto strategico, è sufficiente aumentare il rischio al punto da modificare la rotta, allungare i tempi di navigazione, aumentare i costi assicurativi e alterare la convenienza economica di un intero corridoio.
La vulnerabilità, dunque, non coincide più soltanto con ciò che può essere fisicamente distrutto, ma anche con ciò che può diventare troppo rischioso da attraversare.
La geopolitica delle rotte assume una dimensione nuova, la competizione non riguarda soltanto il possesso delle risorse, ma la capacità di mantenere attiva la catena che collega produzione e consumo.
Il potere energetico comprende ormai giacimenti, oleodotti, terminali, porti, flotte commerciali, sistemi satellitari, intelligence e capacità navali. La frontiera tra sicurezza economica e sicurezza militare diventa progressivamente più sottile.
Per l’Europa questa trasformazione è particolarmente rilevante, Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo di Aden, Golfo Persico e Oceano Indiano non sono più teatri separati, ma segmenti di una stessa architettura.
Una crisi a Hormuz può modificare i flussi verso il Mediterraneo; un attacco nel Mar Rosso può spostare le navi intorno all’Africa; una perturbazione nel Mediterraneo orientale può modificare le prospettive energetiche europee.
La geografia dei flussi è diventata una geografia integrata del rischio.
Per questo il vero cambiamento non riguarda soltanto la quantità di energia disponibile, ma la possibilità di farla arrivare a destinazione attraverso più percorsi e in condizioni sostenibili.
La diversificazione non è più soltanto una scelta economica: diventa una forma di strategia. Avere una seconda rotta significa ridurre la dipendenza da un singolo passaggio; poterla proteggere significa trasformarla in una reale alternativa.
La sequenza è cambiata, giacimento, infrastruttura alternativa, porto, corridoio navale protetto, mercato, nella nuova geografia del potere, il controllo non coincide più soltanto con il possesso della risorsa ma con la capacità di farla arrivare a destinazione.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


