Una storia di geografia e potere
La storia della Libia contemporanea è, prima ancora che una successione di regimi, una storia di geografia e potere.
Al centro rimane la Cirenaica, terra della Senussia, affacciata sul Mediterraneo orientale e proiettata verso Egitto e Suez. Omar al-Mukhtar, esponente della tradizione senussita e simbolo della resistenza contro la conquista italiana, fu catturato e impiccato nel 1931, ma la sua figura sarebbe diventata molto più di un simbolo della lotta anticoloniale, sarebbe entrata nella costruzione della memoria politica della Libia.
La stessa Senussia avrebbe seguito, dopo la guerra, una traiettoria geopolitica sorprendente.
Idris al-Senussi collaborò con gli inglesi durante la Seconda guerra mondiale e nel 1951 divenne re della Libia indipendente, inaugurando un rapporto privilegiato con l’Occidente e in particolare con la Gran Bretagna, interessata alla posizione strategica della Cirenaica lungo le direttrici del Mediterraneo orientale e verso Suez.
Nel 1969 Muammar Gheddafi rovesciò la monarchia, trasformando la memoria anticoloniale di Omar al-Mukhtar in uno degli strumenti della propria legittimazione rivoluzionaria, mentre rompeva l’architettura occidentale costruita attorno alla monarchia senussita.
Per decenni Gheddafi fu avversario di Londra e Washington, ma la geopolitica non conosce alleanze immutabili e, dopo la fine dell’isolamento internazionale e la rinuncia libica ai programmi per le armi di distruzione di massa nel 2003, iniziò il riavvicinamento all’Occidente.
Nel 2004 Tony Blair incontrò Gheddafi in Libia, aprendo una nuova stagione di relazioni diplomatiche, energetiche e commerciali.
La stessa Gran Bretagna che aveva avuto un rapporto strategico con la monarchia senussita tornava così a dialogare con il leader che l’aveva sostituita, dimostrando che gli interessi geopolitici possono sopravvivere ai cambi di regime.
Poi arrivò il 2011 ed è qui che la storia cambia scala.
La rivolta iniziata a Bengasi trasformò una crisi interna in una crisi internazionale, il 17 marzo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 1973, autorizzando la no-fly zone e “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili; due giorni dopo iniziò l’intervento militare e il 31 marzo il comando passò alla NATO.
Francia e Regno Unito assunsero un ruolo centrale, con il sostegno degli Stati Uniti, mentre l’operazione finì per accompagnare militarmente l’avanzata delle forze anti-Gheddafi fino alla caduta del regime nell’ottobre dello stesso anno.
Il punto geopolitico non è soltanto che Gheddafi venne rovesciato ma ciò che accadde dopo. La Libia perdeva il centro politico che per quarantadue anni aveva tenuto insieme, con strumenti autoritari, una realtà territoriale composta da regioni, identità e interessi differenti.
Nel vuoto lasciato dalla caduta del regime non si formò rapidamente un nuovo centro di potere capace di controllare il territorio, le frontiere, le armi e le infrastrutture strategiche.
La stessa commissione Affari esteri della Camera dei Comuni britannica avrebbe successivamente concluso che l’intervento, inizialmente concepito per la protezione dei civili, era progressivamente scivolato verso il regime change senza una strategia adeguata per il dopo-Gheddafi, contribuendo alla successiva frammentazione politica, al conflitto tra milizie, alla crisi migratoria e alla diffusione dell’instabilità nella regione e questo è stato il vero spartiacque.
Prima del 2011 la competizione internazionale riguardava soprattutto il rapporto con uno Stato libico governato da un unico regime. Dopo il 2011 la competizione si sposta dentro lo spazio libico: non più soltanto chi governa la Libia, ma chi controlla le sue porzioni strategiche, i suoi porti, il petrolio, le frontiere, le rotte migratorie e le direttrici verso il Sahel.
Dal 2014 la contrapposizione tra istituzioni dell’est e dell’ovest ha reso strutturale questa frammentazione, trasformando una crisi politica interna in un teatro nel quale potenze regionali e globali sostengono interessi e attori differenti.
Con il 2011 si arriva direttamente al presente.
La Russia ha trovato nella Libia orientale e meridionale uno spazio di proiezione verso il Mediterraneo e il Sahel; la Turchia ha consolidato la propria presenza nell’ovest e progressivamente ampliato i rapporti con l’est; l’Egitto considera la Cirenaica una profondità strategica essenziale per la propria sicurezza; gli Emirati hanno sostenuto nel tempo il campo orientale; gli Stati Uniti e le potenze europee cercano invece di evitare che la frammentazione libica produca un vuoto permanente sfruttabile da potenze concorrenti.
La Libia è così diventata uno dei luoghi nei quali si misura la trasformazione dell’ordine mediterraneo.
La conseguenza è che oggi la questione libica non può più essere separata dalla più ampia competizione per il Mediterraneo centrale e per il Sahel.
Il petrolio rimane fondamentale, ma non è più sufficiente a spiegare il valore strategico del Paese, contano i porti, le infrastrutture energetiche, le rotte migratorie, le frontiere meridionali, la vicinanza all’Europa e la possibilità di utilizzare il territorio libico come piattaforma di proiezione verso l’Africa subsahariana.
In questo senso, il 2011 non è semplicemente l’anno della caduta di Gheddafi ma l’anno nel quale la Libia passa da oggetto di una competizione tra potenze a spazio aperto della competizione tra potenze.
E questa trasformazione spiega perché, quindici anni dopo, la stabilizzazione della Libia continui ad essere così difficile, nel frattempo il Paese è diventato troppo importante perché gli attori esterni rinuncino alle proprie posizioni, ma troppo frammentato perché uno solo di essi possa imporre un nuovo ordine.
La traiettoria che parte da Omar al-Mukhtar arriva dunque fino alla Libia di oggi attraverso una costante: la Cirenaica come punto di intersezione delle grandi direttrici strategiche del Mediterraneo.
La Senussia, la monarchia di Idris, l’influenza britannica, la rivoluzione di Gheddafi, il riavvicinamento con Londra e Washington, l’intervento occidentale del 2011 e la successiva competizione internazionale sembrano appartenere a epoche differenti, ma sono collegati dalla stessa geografia.
Il Leone del deserto appartiene alla memoria della resistenza contro una potenza coloniale.
La Cirenaica appartiene, invece, alla geografia permanente del potere, ed è proprio questa geografia a spiegare perché, dopo il 2011, la Libia non sia uscita dalla competizione geopolitica, ma ne sia diventata uno dei principali teatri nel Mediterraneo: non più la partita per controllare un regime, ma la partita per controllare uno spazio, le sue connessioni e le rotte che da quel territorio conducono verso l’Europa, l’Egitto e il Sahel.





