L’obiettivo del leader del M5S: indebitare sempre più gli italiani
La benzina scende e Giuseppe Conte storce il naso: “Un palliativo”. Il bollo sparisce e lui borbotta: “Non sappiamo come verrà finanziato, ce lo dovete dire”.
Chi paga. Detta dall’uomo del Superbonus dato alla cieca, la domanda suona ridicola.
La risposta, comunque, esiste. È scritta nel decreto legge 162, in Gazzetta Ufficiale dal 17 settembre: i soldi arrivano in gran parte dai risparmi sul PNRR.
Il fastidio, però, non riguarda le misure. Riguarda chi le firma.
Giorgia Meloni a Palazzo Chigi ci è arrivata vincendo le elezioni. Conte ci arrivò nel 2018 senza essersi mai candidato, scelto a tavolino per un contratto di governo.
Il potere gli è caduto addosso. E chi lo riceve in regalo lo vive come un diritto, perderlo come un torto.
Poi venne il lockdown, con l’Italia chiusa in casa ad aspettare le sue dirette serali. Una popolarità che nessuna urna gli aveva dato. Quell’applauso non l’ha più dimenticato.
Da allora non si è più rassegnato. Ha governato con chiunque pur di restare, si è preso il Movimento, ora pretende di guidare pure gli alleati.
Eppure, da capo dei 5 Stelle, un’elezione nazionale non l’ha mai vinta.
Ecco la gelosia. Vedere chi toglie una tassa e dice dove prende i soldi, mentre lui può solo promettere, gli brucia. Chi il potere non l’ha mai conquistato nelle urne, per riaverlo deve comprarlo con promesse sempre più roboanti.
La domanda su chi paga cade come il cacio sui maccheroni, visto il suo programma elettorale. Una somma di debiti futuri, capaci di mandare per stracci l’Italia.
Sul suo tavolo infatti c’è il “Capitale 18”: 15mila euro a ogni diciottenne di famiglia con meno di 300mila euro di reddito, cioè quasi tutti.
Costo stimato: oltre 8 miliardi l’anno, più di tre volte il bollo.
Per l’economista Riccardo Trezzi il conto dell’intero programma dei 5 Stelle potrebbe arrivare fino a 120 miliardi l’anno, con coperture per 13,5, per giunta una tantum.
Il resto è debito sul groppone degli italiani.
E con i conti di Giuseppi conviene tenersi larghi. Il bonus facciate doveva costare 6 miliardi. È costato 26.
Nel programma c’è pure il ritorno del Reddito di Divananza, versione 2.0. Stavolta, racconta il Sole 24 Ore, lo prenderebbero pure i 580mila occupabili, quelli che oggi ne sono esclusi perché in grado di lavorare.
Per il Capitale 18, in verità, una copertura l’hanno indicata: più tasse sulle eredità. Peccato che quell’imposta incassi un nono di quanto servirebbe, come ho già dimostrato in un altro articolo.
Delle due l’una. O il conto lo paga la casa di famiglia, il giorno in cui i ragazzi la ereditano. O diventa debito. E il debito, prima o poi, lo ripaga chi oggi è giovane.
In tutti e due i casi i 15mila euro di Conte li restituiranno, con gli interessi, gli stessi diciottenni che li riceveranno.
È il primo regalo di compleanno che il festeggiato salda di tasca propria.
Non è una profezia, è un precedente. I regali di Conte arrivano sempre con la fattura. Il Superbonus, ha spiegato Giorgetti, pesa ancora sulle casse dello Stato per 40 miliardi quest’anno e per altri 20 il prossimo.
Lo pagano pure gli italiani che un cappotto termico non l’hanno mai visto.
Chi è venuto dopo quel conto lo sta onorando. Nel 2022 il deficit viaggiava all’8,6% del PIL. Nel 2025, certifica l’Istat, è sceso al 3,1%.
A sinistra diranno che manca un decimale per uscire dalla procedura europea. Il governo ha già risposto che, senza l’esborso del Superbonus, il 2025 si sarebbe chiuso sotto il 3%.
Il meccanismo è vecchio quanto la Repubblica dei partiti. Da cinquant’anni la politica italiana compra il consenso di chi vota oggi e manda il conto a chi non vota ancora.
Pensioni baby, assunzioni pubbliche a pioggia, bonus a debito: ogni stagione ha lasciato ai figli una rata da pagare.
Funziona perché chi riceve è presente e chi paga è assente. Il baby pensionato votava, il bambino che ne avrebbe pagato l’assegno andava alle elementari. Nessuno difendeva i suoi interessi, perché non aveva voce.
Conte fa un passo in più, il più cinico. Il conto non lo spedisce ai nipoti: lo intesta agli stessi ragazzi da cui aspetta il primo voto.
E il trucco regge. Nella testa di un ragazzo 15mila euro sono una macchina, un affitto, un inizio. Magari un’utilitaria, senza il bollo che Conte contesta.
Che il programma li vincoli a studio e impresa lo leggono in pochi. La cifra la sentono tutti.
Il debito, invece, non si vede. È nebbia, arriva tra vent’anni sotto forma di tasse o di un’eredità più leggera.
C’è pure una nota di costume, tutta italiana. È la busta dello zio ai diciotto anni, quella che si apre davanti ai parenti. Con una differenza: dentro questa busta c’è una cambiale, firmata dal nipote.
Che si tratti di un’esca e non di un’idea lo dimostra la sua memoria corta.
Nel 2021 la dote ai diciottenni la proponeva Enrico Letta: 10mila euro, pagati con la tassa di successione sui ricchi. Conte la bocciò. Il problema dei giovani, disse, non si risolve tassando i super ricchi e offrendo una dote ai 18enni.
Cinque anni dopo la dote è sua. Stessa idea, stessa tassa, 5mila euro in più. È l’inflazione a 5 Stelle.
Carlo Calenda dice che Conte non può tornare a Palazzo Chigi perché ha distrutto le finanze italiane. Vincenzo De Luca, una vita a sinistra, lo chiama con il suo nome: trasformismo.
Guai, poi, a chi non sottoscrive il suo programma nel Campo Santo.
Il 26 settembre Conte ha avvertito gli alleati: se non potrà portare avanti le sue proposte, tornerà serenamente a Firenze, all’università e allo studio legale.
Lui pensa sia una minaccia. La maggioranza degli italiani la considera una liberazione.
Purtroppo, è una delle sue solite boutade. L’aveva già annunciato nel febbraio 2021, lasciando Palazzo Chigi. Sei mesi dopo era il capo dei 5 Stelle.
Nel frattempo, si comporta da segretario unico del Campo largo.
Pretende che nel programma comune entri lo stop alle armi per Kiev, deciso da 45mila iscritti su una piattaforma privata, con risultati che nessun esterno può verificare.
Alla festa de Il Fatto Quotidiano ha messo le mani avanti: se Schlein vince le primarie, non può essere che poi si mandino armi all’Ucraina.
Nonostante questo, la poveretta ha giurato che troveranno un accordo su tutto. Beata innocenza.
Intanto, sui costi delle sue promesse, dagli alleati, solo silenzio. Chi tace sa che quei conti non stanno in piedi. Ma sa anche che dirlo significherebbe rompere.
Del resto, hanno altro a cui pensare. Schlein lavora per prorogarsi il mandato e vietare altri candidati del PD alle primarie.
Bonelli si intesta lo sconto dell’ENI, dice di averlo proposto lui. Fratoianni non ha ancora fatto sapere se poi ha veramente venduto la Tesla dell’odiato Elon Musk. Più Europa non pervenuta.
È uno scalcagnato condominio dove ognuno cambia la serratura all’altro e dove chi si autocandida a fare l’amministratore è quello che ha già svuotato la cassa una volta.
Ricapitoliamo.
A Conte la benzina che scende non va bene. Il bollo che sparisce non va bene.
Il debito, invece, gli è sempre andato benissimo.
Agli italiani nemmeno un po’.





