E’ triste, ma ormai bisogna farlo.
Controinformazione. Per chiarire che esistono analisi diverse da quelle imperanti. E per riaffermare che tutte possono essere condivise o meno, ma è inaccettabile che non abbiano la stessa possibilità di discussione. I primi sintomi di attacco alla libertà di pensiero sono diventati ormai prassi comune. Il pensiero può essere anche creduto sbagliato: lo si confuta. Profondamente sbagliato: lo si respinge, ma con ragionamenti. Altrimenti si tarpano le ali a riflessioni che sarebbero invece assolutamente necessarie in vicende che stanno caratterizzando la vita e predisponendo il mondo ad un futuro nebbioso.
Ma controinformazione anche per rettificare false informazioni ovvero, per essere precisi, per portare all’attenzione informazioni di fonti diverse da quelle del mainframe; e proporre di verificare e di correggere se necessario. Continuo a domandarmi cosa spinge qualcuno a diffondere bugie di atrocità per assommarle alle atrocità che sono davvero sul campo. Che senso ha.
Controinformazione, anche “domestica”. E’ triste. Perché si riconosce, così reagendo, una sconfitta di dignità e di valori. L’assenza del confronto anzitutto, che assomma entrambi i concetti.
Io l’ho fatto perché lo credo necessario. Ho condiviso due post. Il primo del figlio di Liliana Segre: che ricorda, ripuntualizzandola, la storia moderna di Israele. Non sono uno storico ma, da quello che ho letto e appena approfondito, le indicazioni fornite sono assolutamente esatte. Il secondo: che invita a leggere i dati ONU – dunque attendibili – sui rifornimenti a Gaza. In verità già altri post avevano fatto questo richiamo, fornendo anche il link necessario per leggere con i propri occhi numeri che non c’è alcun dubbio che…. creino dubbi. Davvero è Israele che sta affamando i palestinesi?
Ho più volte espresso critiche sulla gestione internazionale – e soprattutto europea – delle due più importanti vicende poi sfociate in conflitti. Quella di Israele è forse più contorta di quella Ucraina dove c’è un aggressore ed un aggredito: la discussione qui può vertere – ed io l’ho sollecitata – sulla cause che hanno determinato l’invasione. Per capire, non per giustificare: la sola motivazione delle mire espansionistiche di Putin – che non escludo – non mi convince.
Ma per Israele non è così. Israele è stata ancora una volta attaccata ed ha risposto. Oltre i limiti, forse: ma Netanyahu non è l’aggressore. Ho visto i video delle azioni di Hamas contro il suo popolo, ho ascoltato le interviste di palestinesi che accusano Hamas di impedire loro di non essere più scudi umani, ho visto la gestione del mercato nero di beni e persino di medicine, ho letto i comunicati farneticanti di questi terroristi.
Mi sono fatto l’idea che il vero stop da porre con forza a Israele non è sulla guerra – quasi di liberazione del popolo palestinese – ma soprattutto negli obiettivi del dopo conflitto. Il popolo palestinese, senza la schiavitù del terrorismo, può essere, allora si, lo Stato che convive con Israele. Anzi “deve” esserlo. E per garantirlo, non le truppe israeliane o americane ma i caschi blu o una forza araba devono controllare per un periodo anche non breve il territorio di Gaza, quello dello Stato di Palestina per il popolo di Palestina. Ed il governo legittimo della Palestina, che accettasse un disegno di questa direzione, quello si, mancando a questo punto insopportabili equivoci, può essere riconosciuto. Un minuto dopo aver firmato un patto di questo genere. Perciò anche subito.
Ma questo ragionamento può avere una qualche validità solo se la diatriba sul “genocidio” verrà riportata, anche correggendo errori di lettura e false informazioni, alla realtà di un drammatico scontro in atto da quasi 80 anni. “L’indignazione prefabbricata” non serve a nessuno. Sicuramente non serve ai Palestinesi. Eppure essa è alimentata da visioni a senso unico. Avrei piacere se riuscissi a contribuire a smantellarla.




