
Nella prefazione al testo di Walter Lippmann “L’opinione pubblica” (Donzelli editore), Nicola Tranfaglia scrive: “L’osservazione con cui [Lippmann] conclude la sua tesi – «la storia del concetto di segretezza, di riserbo, sarebbe divertente» – ha per l’Italia un peso assai maggiore rispetto agli altri stati democratici dell’Occidente giacché è ormai accertato che nella recente storia repubblicana (ma anche in quella dell’età liberale e fascista) l’istituto del «segreto di stato» o anche quello del riserbo governativo è stato usato più volte per ragioni che poco o nulla hanno avuto a che fare con l’interesse generale e sono state legate, piuttosto, all’esigenza da parte di singoli uomini di governo o partiti politici di non far conoscere azioni che sarebbero andate incontro con ogni probabilità a severe censure di una parte almeno della stampa e della pubblica opinione. Purtroppo, fino ad oggi, nessuno studioso ha tentato di ricostruire questo aspetto singolare della nostra storia recente”. [i]
La questione dei segreti di stato e del riserbo governativo è diventata di stretta attualità in ragione del continuo emergere di eventi del recente passato, che hanno insanguinato l’Italia, di avvenimenti di un lontano passato, che hanno altrettanto insanguinato l’Italia e di avvenimenti recentissimi, come la pandemia, che hanno visto un uso del segreto e del riserbo tesi a stabilire un controllo di massa senza che ci fossero motivazioni sufficienti.
Il continuo tenere nascoste informazioni che riguardano alcuni fatti drammatici che hanno segnato la storia della Repubblica non fa altro che alimentare il pessimo gioco della perpetuazione dello scontro tra chi si ritiene il Bene, identificato surrettiziamente con l’antifascismo e chi viene ritenuto il Male, ossia chi non è d’accordo con chi si ritiene il Bene.
In questi giorni, mesi, anni, abbiamo assistito alla perfetta applicazione dei principi di Goebbels, ossia della propaganda nazista.
Il primo principio è la semplificazione, identificando l’avversario in un nemico e unico responsabile di tutti i mali, adottando una sola idea e un solo simbolo.
Il secondo principio è riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
Si è fatto così con il fare del pensiero unico politicamente corretto, ossia del pensiero di chi ha dominato la scena politica negli ultimi trent’anni, il Bene, identificandolo, per semplificazione, in un’idea e in un simbolo: l’antifascismo. Ovviamente gli avversari, raggruppati nel Male, sono stati identificati in un’unica idea e in un unico simbolo: il fascismo.
Dietro a questa semplificazione propagandistica, utile a manipolare le masse, si sono nascosti, con la scusa del segreto di stato o del riserbo governativo, molti eventi con i quali se si facessero finalmente i conti fino in fondo si potrebbero suturare alcune ferite, fare chiarezza, mettere finalmente l’Italia sulla strada della normalità democratica.
Ci sono voluti anni per riconoscere i delitti dei delinquenti titini nei confronti degli italiani, per ridare dignità ai profughi dalmati, per eliminare la vergogna dell’aver fatto diventare fascisti tutti gli italiani uccisi o deportati, al fine di nascondere le colpe del comunismo iugoslavo.
C’è in giro ancora chi vorrebbe negare le foibe ma, finalmente, quella vicenda è diventata chiara e chi la nega è solo un idiota, per non dire altro.
I conti con il fascismo non si sono ancora fatti fino in fondo, anche perché quando qualcuno ha tentato di farli, senza soggiacere alla narrazione ufficiale della retorica resistenziale, è stato additato come fascista, nostalgico o deliberatamente negazionista. Gli esempi non mancano.
I conti con la Volante rossa non sono mai stati fatti fino in fondo, così come non si sono mai fatti in Romagna, dove sotto terra ci sono ancora oggi i cadaveri di vendette trasversali fatte ai danni di chi, riassunto per comodo, secondo le regole di Goebbels, nell’etichetta di fascista, è stato eliminato.
Quando Giampaolo Pansa ha tentato di spiegare cosa è accaduto dopo il 25 aprile, nel suo: “Il sangue dei vinti”, si è scatenato l’ostracismo.
In questi giorni il nPci (nuovo Partico comunista italiano), che rivendica nel suo statuto di essere erede anche delle Brigate Rosse, ripropone la questione di fare i conti con le vicende degli anni di piombo, prima che ricompaiano, e con la vicenda dell’assassinio di Aldo Moro.
Solo una completa desecretazione degli atti può porre fine alle varie illazioni, piste, interpretazioni.
Idem dicasi per la vicenda della strage della stazione di Bologna, attibuita ai fascisti e da alcuni attribuita ai palestinesi.
Non manca all’appello la questione di Ustica, anche qui con molte piste, non ultima quella palestinese.
Desecretare significa mettere la parola fine alle illazioni, qualunque esse siano.
Cosa ha comportato, ad esempio, il lodo Moro nei segreti d’Italia?
Potremmo andare a ritroso con altri esempi, ma questi bastano, salvo fare mente locale a quelli riguardanti i patti segreti relativi alla resa dell’Italia alla fine della guerra. Una resa senza condizioni chiamata armistizio che ha delle clausole segrete.
Anche in questo caso, dopo quasi ottanta anni, sono in molti a domandarsi se siamo una colonia, un alleato, una nazione sottomessa e destinata al camerierato o uno Stato sovrano che, finalmente, chiude la parentesi della sconfitta subita da un re e da un dittatore ed essendo una repubblica e una democrazia possiamo dare il nostro contributo come alleati leali e non come cani fedeli.
Non dare una risposta a questi quesiti alimenta tensioni e dà spazio all’anti atlantismo.
In buona sostanza, è giunta l’ora di fare della Repubblica italiana uno Stato sovrano e democratico, dove tutte le forze che si riconoscono nella Costituzione hanno il diritto di governare.
E’ giunta l’ora di chiudere il Novecento e guardare avanti. Il giochino del Bene e del Male a senso unico è propaganda deleteria e, alla fine, distruttrice
[i] Walter Lippmann “L’opinione pubblica”, Donzelli editore





