
L’ art.2082 del nostro c.c. recita :” È imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi”.
Tale enunciazione caratterizza l’ aspetto soggettivo di ciò che invece rappresenta l’aspetto oggettivo qualificato come “impresa”.
Impresa giuridicamente distinta secondo il codice dall’ “azienda” espressa dall’ art. 2555 come complesso di beni organizzati dall’ imprenditore per l’ esercizio dell’ impresa medesima.
Sempre il codice a seguire con l’ art. 2195 scrive di ciò che è “impresa commerciale ” e con l’ art. 2135 ciò che è “impresa agricola”.
Elementi comuni quindi sono la organizzazione, l’apporto di capitali e di lavoro, il tutto finalizzati al “lucro” ,alla produzione di ricchezza.
Il codice e la normativa fallimentare circa i vari istituti legati alla liquidazione giudiziale oggi componenti la copiosa “legge per la crisi di impresa” costituiscono i correttivi circa la sana conduzione di ogni tipo di attività imprenditoriale.
Tribunali, Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza sono i presidi di legalità ma non sono altro che elementi strumentali.
Con questo articolo invece si vuole scrivere di una eccellenza culturale “in primis” della civiltà economica italiana.
Da sempre le PMI hanno creato ricchezza grazie alla “Visione” degli imprenditori italiani.
Grande è la loro presenza a livello mondiale nella moda, nella gastronomia, nella manifattura come quella orafa, negli arredi ed in quello che si può scrivere senza tema di smentita il “Bello”.
Ma oggi quante sono e come sono ridotte le PMI? Vogliamo scrivere della pressione fiscale o di un certo sentimento sociale da “travet” ministeriali di considerare l’ imprenditore al pari di un evasore seriale? Quanti sono gli addetti lavorativi impiegati nelle PMI? Senza aggiungere numeri si può scrivere tanti e molti.
Ma alla base della grande crisi nata agli inizi degli anni 2000 molti i fattori.
Tra i primi, il più devastante, è che la ricchezza viene prodotta dalla “finanza” che per definizione doveva accompagnare le imprese nello sviluppo per poi stravolgere gli scenari economici occidentali con le grandi “truffe ” magistralmente descritte da Galbraith.
Vogliamo scrivere di scelte politiche “statali” che privilegiando la cessione allo “straniero ” hanno impoverito il tessuto nazionale ?
Vogliamo scrivere delle politiche fiscali?
La verità è che l’ imprenditore nel suo lavoro quasi “eroico” nei fatti è un “visionario”.
Ama il suo “prodotto” , lo segue, lo commercializza sia esso un mobile da cucina od un pacco di pasta, investe tempo, denaro, risorse umane.
È il “talento” italiano che spesso diventa “genio”.
Quanto valgono i nostri marchi? Bene valgono non solo in termini economici ma altresì culturali e si permetta anche etici e morali.
In ultimo un ultimo ( si perdoni la ripetizione) nemico, la criminalità organizzata.
Non volendo competere con le svariate sigle statali preposte al suo contrasto, la cui elencazione basterebbe a compilare un tomo universitario, ma il fine della criminalità organizzata è diventare “legale”. E come lo diventa? Andando a comprare realtà imprenditoriali spesso artatamente messe in difficoltà grazie all’ opera nefasta di professionisti prezzolati, dirigenti di banca compiacenti ed uffici giudiziari compromessi.
Una società democratica, di quella che non ha bisogno di patenti rilasciate dagli Uffici Motorizzazione delle élite radical chic (che comunque compra prodotti di alta gamma tanto per non farsi mancare niente), che meriterebbe una classe dirigente non prona al potere dei boiardi, dovrebbe valorizzare l’ imprenditore perché il risultato economico, la ricchezza quella vera, è l’ unico in grado di poterla “vedere”.





