
Manca solo che si attivino gli spargitori di sale e poi non crescerà più nemmeno l’erba.
La guerra per procura tra Stati Uniti e Russia, oltre a massacrare l’Ucraina, ha distrutto l’Europa.
La vicenda dei migranti, con Berlino che, al solito, vuole dettare legge anche in casa d’altri (sempre uber alles, nonostante le pezze al culo) ci rende ancora più evidente, se ce ne fosse bisogno, che l’obiettivo di chi ha abbaiato alle porte di Mosca per svegliare l’orso era in parte quello di attivare un conflitto che sfiancasse la Russia, ma, soprattutto quello di distruggere l’Europa, a cominciare dalla Germania, per tagliare le gambe al risorgente Reich, questa volta in versione economica.
Il primo obiettivo, quello dichiarato, di sfiancare la Russia non è riuscito, mentre il secondo, non dichiarato, quello di distruggere l’Europa, è cosa fatta.
L’aspetto più significativo di questa vicenda e che con l’Unione Europea va in pappa anche la Nato, che basava la sua forza su un partenariato che portava benessere, welfare, democrazia, libertà.
Oggi, con i Paesi europei in grande difficoltà economica, divisi su tutto, anche la richiesta di aumentare la spesa in armamenti va a farsi friggere, nonostante la verbosità dell’inossidabile segretario generale della Nato, ormai megafono del nulla.
Veniamo al cuore del problema: l’Ucraina.
Quando Zelensky ha parlato all’Onu, metà della sala si è alzata e ha lasciato l’aula, costringendo la stampa amica a truccare le fotografie, peraltro con una professionalità scadente, dal momento che Zelensky risulta seduto in sala mentre ascolta il suo intervento.

Fotografia tratta da la Verità, 22 settembre 2023
Un dato appare chiaro: i Paesi non occidentali non vogliono essere coinvolti nella vicenda ucraina.
Non è molto chiaro nemmeno cosa vogliano fare i Paesi occidentali. Se guardiamo ai Paesi europei ex Unione Sovietica, questi, se da un lato sono dichiaratamente contro la Russia (ad eccezione della Bielorussia), dall’altro stanno con l’Ucraina con il piede alzato dei loro interessi che, a quanto pare, non coincidono con quelli di Zelensky.
Se passiamo al sostegno Usa le cose non vanno benissimo per il leader di Kiev.
Alla Camera non è stato ricevuto e al Senato è stato ricevuto a porte chiuse.
Nel pacchetto di nuova fornitura di armi non c’erano gli Atacams, poi assicurati (quanti?) solo verbalmente da alcuni funzionari della Casa Bianca.
I repubblicani sono sempre più lontani dall’idea di sostenere a tutti i costi Kiev e le elezioni incombenti non aiutano certamente spese delle quali si deve rendere conto ai contribuenti.
Se guardiamo all’Europa, si è raschiato il fondo di tutti gli arsenali per sbolognare all’Ucraina armamenti ex sovietici, invendibili a chiunque. Ora si dovrebbero mandare armamenti nuovi e costosi e alleggerire gli arsenali dei vari Paesi, il ché significa alleggerire la Nato.
La controffensiva, a sentire il parere di un esperto puntuale come Mirko Campochiari (Parabellum), intervistato da Limes, non va per niente bene. Presto arriverà la rasputiza (pantano) e il terreno sarà inagibile per mezzi blindati e carri armati. Il pantano fa già ora danni notevoli.
Per una seconda offensiva ci vorrebbero carri armati, munizioni, armamenti vari, ecc. fuori da ogni possibilità di produzione e di nuove forniture.
L’inverno vedrà i russi fortificare i territori conquistati, già ampiamente fortificati.
Non a caso la guerra si è spostata sul Mar Nero, basandosi si droni e missili.
I russi, secondo Mirko Mussetti, analista di Limes, puntano ad un congelamento del conflitto e a una possibile trattativa senza cessare il fuoco. Dopo il fallimento dei negoziati dello scorso anno in Bielorussia e dopo che la signora Merkel ha detto esplicitamente che gli accordi di Minsk servivano a prender tempo per armarsi, i russi non si fidano.
Nei giorni scorsi hanno fatto sapere che la guerra durerà sicuramente per tutto il 2025.
E’ questo, come riferisce Adnkronos, l’obiettivo che il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha fissato in un discorso articolato nella riunione del consiglio con i vertici militari del paese. “Continuiamo ad aumentare la potenza di combattimento delle forze armate, anche attraverso la fornitura di armi moderne e il miglioramento dell’addestramento delle truppe, tenendo conto dell’esperienza di un’operazione militare speciale”, ha detto Shoigu. “La coerente attuazione del piano di attività fino al 2025 ci consentirà di raggiungere gli obiettivi prefissati”, ha affermato il ministro, aggiungendo che le truppe del Distretto Militare Meridionale (Smd) riceveranno quest’anno cinquemila unità di moderno equipaggiamento militare. “Nel distretto militare meridionale quest’anno verranno implementate più di 170 misure organizzative, le truppe riceveranno cinquemila e cinquecento unità di armi ed equipaggiamenti moderni e sarà completata la messa in servizio di oltre cinquecento infrastrutture”. Shoigu ha evidenziato che “dall’inizio dell’anno, il numero degli ufficiali nel distretto è aumentato di 11mila persone e il personale militare a contratto di 30mila unità”.
Secondo il ministro, nel distretto militare meridionale “il sistema di addestramento al combattimento viene migliorato, i campi vengono modernizzati e sono introdotti nuovi materiali e mezzi tecnici”.
Inoltre la Russia, che tende a consolidare la sua presenza nei territori occupati, ha aumentato le spese militari nel bilancio 2024 al 6% del Pil e, come spiega Mirko Mussetti, ha secretato il 30 per cento delle cifre di bilancio, il ché fa pensare che anche queste siano disponibili per la guerra, la difesa dei territori occupati e la loro ricostruzione e russificazione.
In un situazione come questa, le politiche economiche dell’Unione Europea paiono fatte da autolesionisti, se non da sabotatori.
Proseguono infatti la follia green, la deindustrializzazione, l’attacco alla casa, la politica dei tassi che deprimono un’economia già disastrata, l’impoverimento dei popoli.
La Commissione europea ha preso atto del rallentamento economico degli ultimi mesi, rivedendo al ribasso le sue previsioni di crescita per il 2023 e il 2024.
Pessima la situazione in Germania dove l’esecutivo comunitario si aspetta quest’anno una contrazione dell’economia. L’inflazione è in calo, ma solo graduale.
«Gli ultimi indicatori – spiega l’esecutivo comunitario – segnalano un rallentamento dell’attività economica nell’estate e nei mesi a venire, con una continua debolezza nell’industria e un affievolimento dello slancio nel settore dei servizi, nonostante una brillante stagione turistica in molte regioni d’Europa». Nel contempo, la frenata dell’economia globale, in particolare in Cina, sta pesando sul commercio internazionale e avendo un impatto sulla congiuntura europea.
Perfetto scenario per una decrescita felice e per il disegno elaborato nelle arie rarefatte di Davos che ci vuole tutti nullatenenti (al verde) e, in quanto tali, felici.
Rimane da capire come delle politiche recessive e di destrutturazione del welfare e della capacità di spesa delle popolazioni europee possano dare le risorse necessarie ad aumentare le spese militari. Il 2% del Pil richiesto dalla Nato sarà parametrato sui fichi secchi, mettendo in discussione la stessa tenuta della Nato, che rischia di essere una scatola vuota, sostenuta solo dagli Usa, fino a quando non si stuferanno di sborsare dollari.
La chiamata alle armi di Mario Draghi e di Enrico Letta è il segno della disperazione o, peggio, della prossima svendita dei gioielli di famiglia.
Tutto cospira a che l’Europa sia delenda.
Carthago delenda est, disse Marco Porcio Catone, passato alla storia come Catone il Censore.
Rimane solo da capire chi impersonerà il nuovo Catone e chi, come vuole la credenza popolare riguardo a Cartagine, spargerà il sale sulle spoglie d’Europa.
Ottimati e competenti sono in fila con i sacchi.
Il problema poi si sposta al di là dell’Oceano, perché un’Europa ridotta a una statua di sale è per gli Usa un alleato impotente.
La questione, pertanto, riguarda direttamente la Nato.
L’Alleanza Atlantica, che doveva essere il presidio del benessere e del welfare, è diventata il recinto del malessere e della decrescita.
Mala tempora currunt.





