
di Angelo Giubileo
Il secolo scorso è stato dominato dal pensiero di due grandi filosofi. Il primo, Friedrich Wilhelm Nietzsche, nato a Richen il 15/10/1844 e morto a Weimar il 25/8/1900. Il secondo, in ordine cronologico, Martin Heidegger, nato a Messkirch il 26/9/1989 e morto a Friburgo il 26/5/1976.
Entrambi filosofi tedeschi, vissuti l’uno prima e l’altro prima e dopo i due conflitti mondiali che hanno tragicamente segnato il secolo.
Il pensiero nietzscheano viene solitamente definito “nichilista”, e tale lo ritiene anche Heidegger; che, in una lettera del 21/9/1949, indirizzata dalla dimora della baita di Todtnauberg a suo fratello Fritz, si lamenta piuttosto del fatto che il proprio pensiero sia confuso e definito “nichilista”, da tale professore Max Muller direttore del Symposion, allo stesso modo, per l’appunto, di quello di Nietzsche.
Heidegger scrive: “Naturalmente l’autore non può ancora vedere l’autentico; deve rimanere un impiegato della metafisica. Egli non conosce ancora i “sentieri interrotti” (Holzwege). Questi diventeranno un bel sentiero interrotto per il pubblico! Si penserà: ora Heidegger ha rotto il suo silenzio; egli esprime ciò che è decisivo (das Entscheidende). Ma questa comunicazione è proprio il tacere (Verschweigen). Infatti noi tradiamo il silenzio fintanto che taciamo”.
Perché Heidegger è rimasto in silenzio, dopo aver rifiutato, pur se in un secondo momento, la crociata di Hitler? Ma, ancor prima, tutto sommato, qual è la “ragione”, intesa in senso hegeliano, che ha mosso e muove Hitler alla guerra? E, ancor prima ancora, qual è la “ragione”, sempre intesa in senso hegeliano, che ha determinato il primo conflitto mondiale?
Le ragioni sono tante, ma “lo spirito del mondo” – di cui Hegel diceva che si fosse, nel tempo che precede, mosso “a cavallo” con Napoleone -, all’inizio del secolo scorso era senz’altro alimentato dal pensiero del superuomo (Ubermensch) nietzscheano.
Un uomo codesto che, come in passato per i giganti, aveva lottato contro gli dei e ora pensava di esercitare il potere e quindi governare sull’intera natura.
Quest’uomo, avrebbe poi concluso Heidegger, in perenne lotta contro se stesso, “sta per slanciarsi su tutta la terra e nella sua atmosfera, sta per impadronirsi da usurpatore del regno segreto della natura – ridotto a ‘forze’ – e per sottoporre il corso della storia ai piani e ai progetti di una dominazione planetaria. Quest’uomo in rivolta non è più in grado di dire semplicemente che cosa è (ist), di dire che cos’è che una cosa è”.
Così che il silenzio “heideggeriano” durante il conflitto “hitleriano” sarebbe stato comunque significativo e rilevante, perché nella realtà, al fine disvelatasi, ha “man-tenuto” la “differenza ontologica” tra l'”ente”, e in particolare supremo – Gott o Ubermensch che sia – e l'”essere”.
Finito il secondo conflitto mondiale, l’eredità del pensiero nietzscheano è stata raccolta dall’allieva, una volta prediletta, Hannah Arendt, del maestro, Martin Heidegger, vittima della più antica “damnatio memoriae”, esiliato e rifugiatosi presso la dimora di Todtnauberg.
Nell’attualità del presente storico, l’eredità del pensiero di Nietzsche – per il tramite dell’allieva autrice in particolare del saggio “Vita activa” – è stata quindi raccolta dal movimento mondiale del “transumanismo”.
Secondo molti, il pensiero transumanista rappresenterebbe piuttosto un “pericolo” per l’uomo e quindi per l’intera umanità.
Ciò che, in principio di sviluppo, fu già considerato e valutato dallo stesso Heidegger, il quale, nei suoi “Sentieri interrotti” avverte del “pericolo” derivante dall’instaurazione di un regime tecnocratico.
E tuttavia, egli così conclude: “C’è qualche salvezza? Essa c’è in primo luogo e soltanto se il pericolo è (ist). Il pericolo è se l’essere stesso va all’estremo e capovolge l’oblio che proviene dall’essere stesso”.
E cioè, se il mondo concepisca, in un modo che possiamo dire definitivo, che l’essere non precede ma debba, viceversa, seguire il dettato dell’ente. Così che, per l’uomo e quindi per l’intera umanità, il pericolo sarebbe rappresentato dalla distruzione del rifugio di Todtnauberg e, fuor di metafora, dell’esilio che racchiude la nostra comune essenza ovvero il nostro comune “io” e, ancor più in profondità, il nostro “sé”.
Entrambi filosofi tedeschi, vissuti l’uno prima e l’altro prima e dopo i due conflitti mondiali che hanno tragicamente segnato il secolo.
Il pensiero nietzscheano viene solitamente definito “nichilista”, e tale lo ritiene anche Heidegger; che, in una lettera del 21/9/1949, indirizzata dalla dimora della baita di Todtnauberg a suo fratello Fritz, si lamenta piuttosto del fatto che il proprio pensiero sia confuso e definito “nichilista”, da tale professore Max Muller direttore del Symposion, allo stesso modo, per l’appunto, di quello di Nietzsche.
Heidegger scrive: “Naturalmente l’autore non può ancora vedere l’autentico; deve rimanere un impiegato della metafisica. Egli non conosce ancora i “sentieri interrotti” (Holzwege). Questi diventeranno un bel sentiero interrotto per il pubblico! Si penserà: ora Heidegger ha rotto il suo silenzio; egli esprime ciò che è decisivo (das Entscheidende). Ma questa comunicazione è proprio il tacere (Verschweigen). Infatti noi tradiamo il silenzio fintanto che taciamo”.
Perché Heidegger è rimasto in silenzio, dopo aver rifiutato, pur se in un secondo momento, la crociata di Hitler? Ma, ancor prima, tutto sommato, qual è la “ragione”, intesa in senso hegeliano, che ha mosso e muove Hitler alla guerra? E, ancor prima ancora, qual è la “ragione”, sempre intesa in senso hegeliano, che ha determinato il primo conflitto mondiale?
Le ragioni sono tante, ma “lo spirito del mondo” – di cui Hegel diceva che si fosse, nel tempo che precede, mosso “a cavallo” con Napoleone -, all’inizio del secolo scorso era senz’altro alimentato dal pensiero del superuomo (Ubermensch) nietzscheano.
Un uomo codesto che, come in passato per i giganti, aveva lottato contro gli dei e ora pensava di esercitare il potere e quindi governare sull’intera natura.
Quest’uomo, avrebbe poi concluso Heidegger, in perenne lotta contro se stesso, “sta per slanciarsi su tutta la terra e nella sua atmosfera, sta per impadronirsi da usurpatore del regno segreto della natura – ridotto a ‘forze’ – e per sottoporre il corso della storia ai piani e ai progetti di una dominazione planetaria. Quest’uomo in rivolta non è più in grado di dire semplicemente che cosa è (ist), di dire che cos’è che una cosa è”.
Così che il silenzio “heideggeriano” durante il conflitto “hitleriano” sarebbe stato comunque significativo e rilevante, perché nella realtà, al fine disvelatasi, ha “man-tenuto” la “differenza ontologica” tra l'”ente”, e in particolare supremo – Gott o Ubermensch che sia – e l'”essere”.
Finito il secondo conflitto mondiale, l’eredità del pensiero nietzscheano è stata raccolta dall’allieva, una volta prediletta, Hannah Arendt, del maestro, Martin Heidegger, vittima della più antica “damnatio memoriae”, esiliato e rifugiatosi presso la dimora di Todtnauberg.
Nell’attualità del presente storico, l’eredità del pensiero di Nietzsche – per il tramite dell’allieva autrice in particolare del saggio “Vita activa” – è stata quindi raccolta dal movimento mondiale del “transumanismo”.
Secondo molti, il pensiero transumanista rappresenterebbe piuttosto un “pericolo” per l’uomo e quindi per l’intera umanità.
Ciò che, in principio di sviluppo, fu già considerato e valutato dallo stesso Heidegger, il quale, nei suoi “Sentieri interrotti” avverte del “pericolo” derivante dall’instaurazione di un regime tecnocratico.
E tuttavia, egli così conclude: “C’è qualche salvezza? Essa c’è in primo luogo e soltanto se il pericolo è (ist). Il pericolo è se l’essere stesso va all’estremo e capovolge l’oblio che proviene dall’essere stesso”.
E cioè, se il mondo concepisca, in un modo che possiamo dire definitivo, che l’essere non precede ma debba, viceversa, seguire il dettato dell’ente. Così che, per l’uomo e quindi per l’intera umanità, il pericolo sarebbe rappresentato dalla distruzione del rifugio di Todtnauberg e, fuor di metafora, dell’esilio che racchiude la nostra comune essenza ovvero il nostro comune “io” e, ancor più in profondità, il nostro “sé”.
Pur se “gli uomini preferiscono le tenebre alla luce”.





