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DE BENEDETTI IL MANCATO EREDE DI OLIVETTI

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di Marco Sarli

Oggi chiedo ai miei pazienti lettori di accompagnarmi in un salto indietro nel tempo a quando l’emergente Carlo De Benedetti rilevò l’Olivetti, azienda a quel tempo specializzata nella produzione di macchine per scrivere e che muoveva i primi passi nella realizzazione dei primi personal computer.

A quei tempi, il relativamente giovane industriale italiano era noto come uno dei membri di spicco della comunità di industriali di fede ebraica sopravvissuti alla Shoah, in gran parte auto esiliatisi in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni razziali conseguenza delle orribili leggi razziali del 1938, leggi con le quali il regime fascista italiano si adeguava alla legislazione tedesca in proposito anche se, a differenza della Germania non vi era un comun sentire popolare sull’argomento ed essendo stata storicamente l’Italia terra di accoglienza delle comunità ebraiche sin dagli editti di espulsione dal Portogallo e dalla Spagna nel quindicesimo secolo.

Come nei due Paesi della Penisola Iberica, anche in Italia vi fu un massiccio ricorso alle conversioni alla fede cattolica, conversioni non tutte spontanee e ancor meno sentite ma chiaro indice di una diffusa esasperazione per le continue persecuzioni se non dei veri e propri progrom che accadevano in particolare nelle nazioni dell’Est dell’Europa.

Molti personaggi d spicco della economia e della finanza ebraica vedevano nel giovane ingegnere un brillante uomo di affari e, prima di prendere decisioni importanti si consultavano con lui ma soprattutto con il patron di Mediobanca, Enrico Cuccia che, tramite anche le tre banche di interesse nazionale, aveva blindato l’industria italiana per metterla al riparo dalle scalate ostili sia italiane che straniere.

Si trattava di un sistema realmente blindato che passò pressoché indenne la guerra e gli anni del boom industriale degli anni Cinquanta e Sessanta per vivere un momento di sbandamento solo nel corso della scalata ostile dei Ferruzzi capitanati dal corsaro Raul Gardini che sfidò apertamente Cuccia e che poi morì in circostanze drammatiche e misteriose, con un suicidio che lasciò più interrogativi che certezze.

È in questo scenario che De Benedetti rilevò l’azienda di Ivrea, non mostrando un particolare interesse per quel vero e proprio laboratorio sociale che l’imprenditore illuminato Adriano Olivetti aveva creato nel tempo avvalendosi di collaboratori di eccezione, tra i quali il sociologo Franco Ferrarotti, un novantatreenne lucidissimo come lo sono altri suoi coetanei come il presidente del CENSIS Giuseppe De Rita o l’ex ministro socialista Rino Formica. Per non parlare del grande imprenditore illuminato Aurelio Peccei, comandante partigiano e industriale, fondatore del Club di Roma e autore dei “Limiti dello sviluppo” con coautori due premi Nobel, un libro dei primissimi Anni Settanta nel quale si sosteneva, basandosi su dati scientifici inoppugnabili che il Pianeta aveva già raggiunto e superato il punto di non ritorno! (Segue)

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  • Redazione

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