Home Politica DALLA PESTE IDEOLOGICA ALLA SALUTE PRAGMATICA, DETERRENZA E WELFARE

DALLA PESTE IDEOLOGICA ALLA SALUTE PRAGMATICA, DETERRENZA E WELFARE

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Ieri il ministro degli esteri Tajani, al vertice sul nucleare di Bruxelles, ha detto: “Se vogliamo essere indipendenti, occorre puntare sul nucleare di quarta generazione. Il prezzo dell’energia in Italia è troppo alto: il nucleare è parte della nostra strategia. Se vogliamo essere indipendenti e liberi è importante lavorare tutti insieme in ricerca e innovazione per raggiungere la quarta generazione del nucleare che è il futuro, anche per le piccole aziende”.

Tajani ha aggiunto che il governo italiano “sta rivalutando la sua strategia sul nucleare con un focus su sostenibilità, sicurezza energetica e disponibilità economica”.

Riproporre il nucleare è una scelta strategica fondamentale, soprattutto quando l’Occidente si propone di investire maggiori risorse pubbliche negli armamenti per creare una deterrenza convenzionale che eviti possibili problemi per gli stati Ue e Nato.

Non è necessario essere laureati in qualche ateneo dove si formano i cervelloni dell’economia e della finanza per capire che se le entrate sono scarse e le uscite per le armi aumentano, per fare quadrare il bilancio è necessario comprimere altre voci, quali, ad esempio il welfare, ossia il benessere dei cittadini. 

L’Occidente (in particolare l’Europa) nella seconda metà del secolo scorso si è contraddistinto per aver saputo coniugare democrazia e libertà con welfare, ossia con la civiltà concreta, quella che di ogni cives fa un uomo o una donna degni di essere aiutati a sviluppare la propria vita e, quando essa declina, a concluderla con serenità.

Negli ultimi tempi le ideologie malsane  del green e del clima, accompagnate da quella woke e della cancel culture, hanno messo in grande crisi le conquiste dell’Occidente e oggi, proprio per queste sbandate ideologiche, delle quali sono responsabili verdi e socialisti convertiti alla finanza e alla sinistra americana, l’Occidente ha fortemente compresso la sicurezza che garantiva il welfare, sviluppato grazie alle conquiste della socialdemocrazia.

Ora il welfare rischia di essere massacrato dall’esigenza di assicurare la deterrenza armata nei confronti di possibili nemici.

Qualcuno è tentato, e lo sta già dicendo, che è necessario che i cittadini dell’Occidente democratico e libero, debbano entrare nella logica di scambiare la sicurezza del welfare con quella delle armi.

Una bozza del Consiglio europeo, infatti, prepara il continente all’ipotesi di una guerra. Il Consiglio europeo afferma che all’Europa serve un piano d’emergenza proprio in caso di attacco militare. Un piano che deve coinvolgere anche i civili e la società.

Nella bozza si scrive di “preparazione militare-civile rafforzata nonché coordinata” e di una “gestione strategica delle crisi nel contesto dell’evoluzione del panorama delle minacce”.

La bozza invita il Consiglio a portare avanti i lavori e la Commissione, insieme all’Alto Rappresentante, a proporre “azioni per rafforzare la preparazione e la risposta alle crisi a livello dell’Ue in un approccio che tenga conto di tutti i rischi e di tutta la società, in vista di una futura strategia di prontezza”.

Già è partito il business dei rifugi, delle sirene, in una logica crescente di allarmismo demenziale, che non trova riscontro persino nei pensatoi nevralgici degli Stati Uniti.

Come ho scritto ieri, uno degli esperti della Rand, richiesto di dare una valutazione sul rischio che la Russia invada l’Europa ha detto: “Hanno perso enormi quantità di potere militare convenzionale sui campi di battaglia dell’Ucraina. Le loro unità più addestrate e altamente capaci sono state gettate nel tritacarne, e ci vorrà un bel po’ di tempo prima che ricostituiscano una minaccia militare convenzionale. Questo ci dà un po’ di tempo. Qualcuno potrebbe pensare che questo significhi che per un po’ non dovremo prestare attenzione alla Russia. Ma considerati i tempi necessari per mettere effettivamente in campo nuove capacità, è giunto il momento di iniziare a costruire una deterrenza credibile e convenzionale”.

La questione, pertanto, si pone in termini di programmazione strategica, dove l’Unione Europea e gli Stati che la compongono, invece di assumere l’ideologia folle green e climatica veicolata da verdi e socialisti e di piegarsi alle idiozie della sinistra Dem americana, devono coniugare le due sicurezze: quella del welfare, che è civiltà che contraddistingue l’Europa dell’ultima meta del secolo scorso, con quella militare.

La formula non può essere quella della coperta corta e dei sacrifici, ma quella dello sviluppo e per garantire lo sviluppo di un mondo, come l’Europa, che è sostanzialmente di trasformazione, è necessario avere due fattori sicuri: l’energia a costi sostenibili e le materie prime.

In questo contesto di collocano l’intervento di Tajani sul nucleare e la strategia del Piano Mattei voluta da Giorgia Meloni, già attiva, a cominciare dai rapporti con l’Egitto.

L’Italia, ha detto Tajani, “è sempre stata una nazione leader nell’energia nucleare” con gli scienziati italiani “che hanno iniziato a lavorare sulla tecnologia nucleare nelle prime fasi del suo sviluppo, ricordiamo Enrico Fermi” e con “un approccio innovativo nella ricerca”.

Il ministro ha poi concluso sostenendo che l’Italia “è un importante player nella catena di approvvigionamento nucleare internazionale” e la sua visione “si riflette nel nostro forte impegno di promuovere ricerca scientifica e tecnologica nel settore”.  L’Italia “ha interesse a sviluppare soluzioni innovative che aiutino a livello mondiale” ad esempio “Enea sta costruendo nel centro di Frascati il Divertor Tokamak, una infrastruttura strategica nella roadmap europea verso la produzione di energia da fusione nucleare”.

Bene, ora si tratta di passere ai fatti, aggiornando la legislazione e mettendo in funzione nel Paese centrali nucleari di ultima generazione e investendo risorse nella sperimentazione della fusione nucleare.

L’Italia ha tutte le caratteristiche per essere un Paese all’avanguardia nel nucleare, purché si liberi dalle scorie ideologiche che sono peggiori di quelle radioattive.

Eni è stata la prima tra le società energetiche a occuparsi di fusione nucleare. L’obiettivo è arrivare all’inizio della prossima decade alla realizzazione di un primo impianto industriale”.

Lo ha dichiarato nel dicembre scorso Francesca Zarri, director technology, R&D & digital di Eni, nel corso del forum Ansa Incontra :”Il futuro dell’energia, le sfide tra tecnologie e sostenibilità”.

“E’ un tema molto vivo. Nel 2018 – ha ricordato Francesca Zarri – abbiamo creato con il Mit di Boston una società in comune, Cfs, nella quale Eni è il principale investitore, che oggi sta realizzando il primo impianto test. L’obiettivo è arrivare ad avere una quantità di energia netta maggiore di uno”.

“L’energia della fusione è virtualmente infinita, senza emissioni di Co2 e intrinsecamente sicura. Avviene attraverso la fusione di due isotomi di idrogeno: deuterio e trizio. Il primo si trova nell’acqua di mare, il secondo viene prodotto all’interno del reattore. L’impianto industriale avrà la dimensione di una power station così come le conosciamo oggi”, ha spiegato Zarri.

Grande attenzione poi alle terre rare: “Stiamo lavorando moltissimo sul riciclo, studiando tecnologie che ci permettano di recuperare terre rare da batterie, macchine, impianti. L’altra grande direttrice è studiare alternative all’utilizzo delle terre rare, come batterie con caratteristiche differenti, che usano materiali più poveri e più comuni. Ad esempio le batterie allo stato solido oppure a flusso”.

La sfida di una classe dirigente che sia tale e non sia composta da un branco di cialtroni che ondeggiano a seconda degli input che arrivano dalla Grande Scimmia, ossia dalla finanza internazionale, è quelle di coniugare la sicurezza del welfare con quella della armi e non quella di distruggere il welfare per attivare la deterrenza.

In questa sfida materie prime e energia a basso costo sono gli elementi strategici.

Materie prime e energia a basso costo garantiscono competitività alle imprese, aumento del Pil e, conseguentemente, risorse.

A volte è sufficiente fare due conti per capire che bisogna liberarsi dalla peste ideologica per arrivare alla salute pragmatica.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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