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DALLA BENEMERITA UN MISSILE IPERSONICO SULLE CREPE DELLO STATO

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Mattarella nomini Mario Mori senatore a vita

Dopo la notizia della nuova indagine che ha coinvolto l’ex capo del Ros ed ex direttore del Sisde, Mario Mori, iscritto a Firenze nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi in continente del 1993, a scendere in campo in difesa del generale è lo stesso Comando generale dei Carabinieri con una nota, nella quale si legge: “Nel pieno rispetto del lavoro dell’autorità giudiziaria, l’Arma dei Carabinieri esprime la sua vicinanza nei confronti di un ufficiale che, con il suo servizio, ha reso lustro all’istituzione in Italia e all’estero, confidando che anche in questa circostanza riuscirà a dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati”.

Ineccepibile quanto inconsueta, la nota appare nel cielo ormai fosco del deep state italiano come un missile ipersonico, che pone drammaticamente all’ordine del giorno la questione, annosa, dei confini della giurisdizione giudiziaria.

La presa di posizione segue quelle arrivate anche a livello di governo, con le dichiarazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e del ministro della Difesa Guido Crosetto.

L’indagine relativa a Mori è l’ultima novità dell’inchiesta sugli attentati a Firenze.

A rivelarla è stato lo stesso generale, al quale il giorno del suo 85esimo compleanno, il 16 maggio, con un tempismo di assoluto pessimo gusto, è stato notificato un invito a comparire.

I reati contestati sono: strage, associazione mafiosa, associazione con finalità di terrorismo internazionale ed eversione dell’ordine democratico.

Al generale, come lui stesso ha reso noto, i magistrati fiorentini contestano che “pur avendone l’obbligo giuridico, non avrebbe impedito mediante doverose segnalazioni e denunce all’autorità giudiziaria, ovvero con l’adozione di autonome iniziative investigative e preventive, gli eventi stragisti di cui aveva avuto anticipazioni”.

Accuse che potrebbero comportare l’ergastolo.

Duro il commento del generale Mario Mori: “Dopo una violenta persecuzione giudiziaria, portata avanti con la complicità di certa informazione e durata ben 22 anni, che mi ha visto imputato in ben tre processi, nei quali sono stato sempre assolto, credevo di poter trascorrere in tranquillità quel poco che resta della mia vita”.
Nel commento l’ex  comandante del Ros fa notare che a Palermo i pm l’hanno processato con l’accusa di aver ‘trattato’ con la mafia e siglato un accordo con Bernardo Provenzano per far cessare le stragi, mentre a Firenze lo indagano per non averle impedite”.

“Devo constatare – ha detto Mori – che, evidentemente, certi inquirenti continuano a proporre altri teoremi, non paghi di 5 pronunce assolutorie e nemmeno della recente sentenza della Suprema Corte che, nell’aprile scorso, ha sconfessato radicalmente le loro tesi definendole interpretazioni storiografiche”.

“Il nostro dovere è completare tutte le verifiche sulle stragi continentali del 1993 per le quali sussiste la competenza della procura di Firenze, che hanno imposto accertamenti”, ha dichiara dal canto suo il procuratore capo di Firenze Filippo Spiezia. “Il nostro auspicio – ha affermato inoltre – è quello di proseguire e terminare entro il 2024 questo lavoro con il massimo riserbo e grande attenzione al profilo delle garanzia delle persone coinvolte”.

Fin qui i fatti e le dichiarazioni, che mettono in evidenza come si stiano creando delle grandi crepe tra i vari poteri dello Stato. Crepe che necessitano di atti puntuali da parte del Parlamento che, ora più che mai, deve mettere mano alla riforma della giustizia.

Anche il comunicato della Giunta Esecutiva della Sezione Toscana dell’Associazione Nazionale Magistrati fa capire che la questione della riforma è urgente e non più rinviabile.

La Giunta Esecutiva della Sezione Toscana dell’Associazione Nazionale Magistrati rileva che “il procedimento in cui è stato disposto «l’invito a comparire» riguarda, come viene riportato dalla stampa, fatti di reato diversi da quelli per cui è intervenuta sentenza di assoluzione; tale atto costituisce un’attività tipica del PM in fase di indagini preliminari che – mediante la “sommaria enunciazione del fatto” e “l’indicazione degli elementi e delle fonti di prova” – è funzionale ad assicurare il contraddittorio e le garanzie difensive; esso non comporta l’esercizio dell’azione penale ed anzi ne consente la più prudente e ponderata valutazione”.

La questione, che si pone anche in base a questa dichiarazione, è proprio l’attività tipica del PM che, con la riforma del Codice di procedura penale, è parte “gravata dall’obbligo di trovare le prove”, come scrive Pietro Dubolino, Presidente di sezione a riposo della Corte di Cassazione, il quale fa notare come il PM da “ricettore” della notizia di reato sia passato ad essere “ricercatore di sua iniziativa”.

E’ qui il punto focale della riforma della giustizia, in quanto non è sufficiente separare le carriere, ma riportare la figura del PM ad essere “ricettore” e non “ricercatore”.

In ogni caso, la presa di posizione inusuale, ma incisiva, del Comando dell’Arma dei Carabinieri pone all’attenzione del mondo politico ed istituzionale una questione ineludibile, ossia il determinarsi di crepe nello Stato che vanno sanate con provvedimenti opportuni e urgenti.

Riguardo a Mario Mori, trattandosi, come scrive il Comando dell’Arma dei Carabinieri, di un “ufficiale che, con il suo servizio, ha reso lustro all’istituzione in Italia e all’estero” il Presidente della Repubblica potrebbe dare, mentre la Magistratura fa il suo mestiere, un segnale al Paese e ai servitori dello Stato che svolgono con onore il loro lavoro, nominando il generale senatore a vita.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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