
A Karaj si pulisce il sangue dai marciapiedi con gli idranti. In Iran non si protesta per un contratto scaduto o per un bonus edilizio; si muore con il cranio sfondato dai proiettili dei Basij perché si ha la colpa di volere un futuro senza turbanti.
Oggi, 11 gennaio 2026, la storia sta passando per Teheran, Tabriz e Mashhad. Ma se cercate traccia di questa epopea nelle piazze italiane, troverete solo il vuoto pneumatico.
Dove sono finiti i professionisti dell’indignazione? Dove si sono nascosti i tenori del “restiamo umani”, i sindacalisti da talk show, le femministe intersezionali sempre pronte a spiegarci come il mondo occidentale sia l’inferno in terra? Sono spariti. O meglio: tacciono per calcolo.
È uno spettacolo miserabile quello offerto dalla nostra sinistra politica e sindacale. Maurizio Landini, che solo poche ore fa tuonava contro il governo italiano e strizzava l’occhio al macellaio Maduro in nome di un anti-imperialismo giurassico, di fronte ai ragazzi iraniani massacrati perde improvvisamente la voce.
Per la CGIL e per il “Campo Largo”, la solidarietà è una merce a geometria variabile: se l’oppressore parla inglese o ebraico, si scatena l’inferno, si occupano le università, si bloccano i treni; se l’oppressore parla farsi, indossa una tunica e cita il Corano, scatta la cautela diplomatica. La “complessità” diventa l’alibi per la viltà.
Hanno riempito le piazze per mesi urlando slogan per Gaza, sventolando bandiere e bruciando manichini, trasformando una tragedia in bandiera identitaria.
Oggi che il popolo iraniano, schiacciato dallo stesso regime che arma Hamas e destabilizza la regione, si solleva contro i suoi aguzzini, i nostri “rivoluzionari” restano a casa.
Perché? Semplice: se crolla Teheran, crolla la loro intera narrazione. Non possono tifare per chi sogna di diventare come noi.
Ma il veleno più amaro arriva dal fronte del femminismo nostrano. Le piazze che si riempiono per un fischio di troppo o per la desinenza di un participio, oggi sono deserte.
In Iran le donne bruciano il velo, simbolo fisico e politico della loro sottomissione, rischiando la forca. Non per una metafora: per una legge dello Stato. Qui, le nostre intellettuali ci hanno spiegato per anni che quel velo era una “scelta culturale”, un simbolo di fierezza contro l’omologazione capitalista.
Ora che la realtà presenta il conto e che quel conto è sporco di sangue femminile, il silenzio delle femministe italiane è assordante. Non c’è una “Non Una Di Meno” che scenda in piazza per le sorelle di Isfahan.
Il patriarcato, quello vero, quello che impicca e lapida, non interessa se non è bianco ed europeo. Combattere i mostri immaginari è comodo e porta like su Instagram; combattere i mostri veri richiede un coraggio che questi rivoluzionari da salotto non hanno mai avuto.
Si riempiono la bocca di parole come “Resistenza”, ma quando la Resistenza accade davvero, si voltano dall’altra parte.
Non chiamateli compagni. Non chiamateli attivisti. Chiamateli con il loro nome: complici.
Complici di ogni manganellata, di ogni cappio, di ogni donna impiccata per un ciuffo di capelli al vento. La storia, quella vera, sta passando per Teheran. E loro hanno scelto di non vederla.





