
di Giovanni Fasanella
Un amico mi scrive: «Giovanni, vorrei un tuo parere personale: come distinguere in modo netto, allo stato delle cose, Hamas dai Palestinesi? Non teoricamente, ma praticamente.
Credi davvero si possa separare la popolazione di Gaza da chi la governa? Io temo, e mi giungono voci, che anche nella West Bank Hamas rischia di affermarsi.»
Carissimo, non lo so, è tutto molto complicato e le campagne d’odio certo non aiutano. A Gaza e in Cisgiordania non ci sono più da tempo elezioni democratiche, quindi come si fa a misurare l’effettivo consenso di cui godono le forze in campo?
Possiamo, dobbiamo supporre che la stragrande maggioranza dei palestinesi non si riconosca nel programma politico di Hamas (la distruzione fisica di Israele) e nei suoi metodi di lotta (il terrorismo, in una forma tra le più efferate e odiose).
Da un punto di vista pratico, si spera che l’esercito israeliano, con la sua intelligence e i suoi reparti speciali, sappia con precisione quali obiettivi colpire per ridurre al minimo i cosiddetti danni collaterali, brutta espressione per indicare la popolazione inerme e le infrastrutture civili.
Da un punto di vista politico-diplomatico, invece, sarebbe auspicabile un’azione più decisa della comunità internazionale per impedire che la rappresaglia si trasformi in un genocidio.
Un’eventualità del genere avrebbe effetti drammatici sull’immagine di Israele di fronte all’opinione pubblica mondiale e conseguenze ancora più drammatiche nell’intera area. E’ una situazione estremamente delicata.
Non possiamo lasciare Israele sola contro Hamas: non perché quello Stato non abbia la capacità militare per disintegrare il terrorismo (mi auguro che ci riesca), ma perché il senso di solitudine spingerebbe gli ebrei verso soluzioni estreme.
E non possiamo abbandonare i palestinesi al loro tragico destino. Ora dobbiamo aiutarli a non morire. Dopo la guerra, una volta separati definitivamente da Hamas, a costruire il loro Stato.





