Home Opinioni CI VUOLE IL RITORNO ALLA VERA POLITICA E ALL’ASCOLTO DEGLI ALTRI

CI VUOLE IL RITORNO ALLA VERA POLITICA E ALL’ASCOLTO DEGLI ALTRI

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di Giuseppe Augieri
Sono tra i pochi che sostengono che, quando qualcuno ti incendia la casa, non si deve andare alla ricerca di benzina da gettare sul fuoco per far vedere quanto è “brutto e cattivo” chi ha compiuto quell’atto. E che bisogna spegnere l’incendio prima di pensare a litigare.
So che in politica questo mio pensare è diventato un comportamento (ed una dottrina), oramai relegato nella soffitta di una abitazione fatta solo di facciate, messo assieme ai tanti valori lì riposti e che non sono più di riferimento: la vita, l’amore, la famiglia, l’educazione, la lealtà, l’onesta, la solidarietà, il rispetto del prossimo. La polvere che li ricopre si chiama insulto, diffamazione, odio, intolleranza.
Fino alla violenza: c’è in politica, si travasa nella società, la si nutrire di emozioni sollecitate ad arte, la si estremizza come se si fosse di fronte allo “scontro per la vita”. Non ha rispetto di dolori, di miserie, di sofferenze; non di sfregi morali procurati ingiustamente, di vite rovinate, di ingiustizie mai sanate. Non prevede scuse perché sarebbero vissute come sconfitte. Sconfitte: perché quella in corso è una guerra. E la politica, inutile nascondersi dietro un dito, è lo specchio della società: che pratica una democrazia resa zoppa da questo scontro e che alimenta così, in un circolo vizioso, la violenza nella politica.
Non appena l’alternanza – figlia del pluralismo, spesso predicato ma ben poco praticato – ha portata alla messa in minoranza di settori politici e sociali, ideologici e dogmatici, che (in tante forme diverse) sono state comunque maggioranza, lo scontro è arrivato al calor bianco. Ma non si è incanalato – e già questa per me sarebbe stato comunque i n a c c e t t a b i l e – solo sullo scontro politico: si è allargato a macchia d’olio all’ informazione, alla magistratura, ai rapporti sociali, alle forze intermedie. Abbiamo sotto gli occhi i risultati.
E’ diventato difficile, quasi vietato, richiamare al dialogo, parlare del cosa fare anziché accusare altri di non aver fatto. Leggere gli avvenimenti e le proposte senza condizionamenti. Poter dire la propria idea in piena libertà: magari sbagliando, ma in libertà. Si strozza il dibattito, che è mai inutile.
Ne risente la completezza, o se volete l’efficacia, di iniziative. Che corrono il rischio di diventare bandiere: sulle quali esercitare altro dogmatismo ed altra violenza.
Parte una iniziativa sui femminicidi: l’espressione forse più evidente di una società violenta che ha al suo interno rigurgiti di falsi valori del passato. Si parla, tra l’altro, dell’introduzione di un’ora di educazione affettiva/sentimentale a scuola per sensibilizzare i più giovani sul tema della violenza contro le donne. Non so se è giusta, ma so che non basta.
C’è poca attenzione per i giovani, perché la tolleranza e la disattenzione, la delegittimazione delle strutture educative, hanno consentito che molti provassero di tutto (droga, bullismo, aggressività, rifiuto di rispettare) con la percezione dell’impunità e con il tacito consenso degli adulti: e che diventassero perciò vecchi prima del tempo. Dunque, le donne: certo. E subito dopo – assieme comportamenti profondamente diversi degli adulti – l’educazione al significato stesso di struttura sociale, di cosa è Stato, di cosa è società civile, di cosa è contemperamento dei propri diritti.
Parte da un presupposto: ascoltare e saper ascoltare. Un verbo che, complici i social, non si sa nemmeno più cosa significhi.

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  • Redazione

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