
di Silverio Allocca
A mio avviso nel 2019 la migliore analisi è stata ed ancora resta quella di Dan Sena, ex direttore esecutivo del Democratic Congressional Campaign Committee, che non a caso dall’incontro con la squadra della Harris era uscito alquanto preoccupato perché si affidava troppo al pensiero politico forgiato nel sistema politico idiosincratico della California.
Per l’occasione Sena aveva dichiarato con una lungimiranza ancora oggi attuale che “Vincere in California richiede una tabella di marcia diversa, tra un sistema a due candidati e i costosi mercati televisivi” in quanto “Quando si tratta di vincere, c’è un modo giusto, uno sbagliato e uno californiano“.
I nodi sono tutti ancora lì, pronti a venire al pettine, con buona pace di quanti vogliono credere ai miracoli e giocano a fare i tifosi agitando quotidianamente la bandierina delle percentuali senza rendersi conto del fatto che occorre prestare molta attenzione ai sondaggi per le presidenziali Usa: alcuni sono buoni solo come la carta usata per accendere il fuoco nel camino di casa.
Un interessante punto di vista su questo aspetto, anche se troppo superficiale per quello che riguarda la persona Kamala Harris sulle cui motivazioni e contraddizioni –come pressoché tutti gli strateghi politici– non sembra minimamente soffermarsi, a mio avviso sbagliando, è quello di Alec Ross, un personaggio del West Virginia molto noto a chi si occupa di questioni americane.
Diplomato in Storia alla Northwestern University, nei sobborghi di Chicago, Alec Ross, –per sei anni senior advisor di Barack Obama, che conobbe aspirante senatore nella Wind City, per poi passare ad affiancare Hillary Clinton della cui sconfitta infertale da Trump parrebbe sentire ancora il peso–, si dichiara convinto assertore della vittoria della Harris a patto che la stessa riesca a tenere insieme le due anime di quegli Stati Uniti che a detta di Ross meglio sarebbe denominare Stati Disuniti d’America.
A suo dire, infatti –e tanto emerge da una sua recente intervista pubblicata sulla rivista L’Espresso in edicola il 28 Agosto 2024 in un articolo a firma di Leonardo Pini ed intitolato “‘Attenzione ai sondaggi per le presidenziali USA’: alcuni sono buoni solo come carta igienica”– nonostante tutti i tentativi (quali non è dato capire) posti in essere da Obama, il Paese resta ancora profondamente disunito con i Democratici agiti solo dall’unica priorità che riescono a vedere: sconfiggere Trump a tutti i costi.
Peccato che Ross non abbia colto che la divisione intestina della società statunitense che tutti noi, come lui, osserviamo, non l’ha prodotta Trump: un Trump che si è limitato a sfruttarla a proprio vantaggio dando voce (con quanta onestà intellettuale non è dato sapere, e dubito fortemente vi sia in misura significativamente importante) ai dimenticati degli USA, a tutti coloro che negli USA hanno dovuto pagare il prezzo di una folle globalizzazione promossa, perseguita ed attuata in nome del profitto di pochi che in tal modo hanno depresso l’economia ed il bilancio federale in un contesto che ha visto il Paese sempre più gravato dalle conseguenze di quella perdita di reale leadership globale dell’America che ha impedito, da un certo punto in poi, al suo establishment di esportare all’estero l’impoverimento della Middle Class a tutto vantaggio della tenuta di quella domestica.
In questo senso la Kamala Harris circondata dal grande entusiasmo che vediamo, la Kamala Harris che a detta di Ross ha unito i Democratici, di fatto non ha la possibilità di attuare il cambiamento di rotta da lui auspicato in quanto la stessa non ha i mezzi e gli strumenti per affrontare alla radice il problema che, a mio parere, risiede tutto nella politica estera statunitense della cui gestione ella, come Vicepresidente di Joe Biden, è corresponsabile.
Nonostante la miopia mostrata , alla fine Ross –e la cosa è molto poco confortante– ha dovuto convenire sul fatto che con tutta la più buona volontà Kamala Harris non potrà ricucire il Paese in quanto questo “Non è qualcosa che può riuscire a una singola persona. Per ricucire le differenze ci sarà bisogno di un movimento culturale più ampio. (…) Per colmare le distanze servirà almeno una generazione”.
Così la previsione di Ross per la Harris alla fine è di fatto impietosa. Di lei, infatti, del suo futuro ha dichiarato obtorto collo: “Avrà delle buone settimane davanti a lei, ma per far sì che duri dovrà avere una visione autentica di Stati Uniti. Deve rispondere alla domanda: “Come dovrebbe essere una presidenza Harris?” che di fatto, lo abbiamo visto, è la domanda a cui la Harris non ha la benché minima idea di come rispondere (sempre che sia in grado di capirne il senso).
Ed il dubbio ci sta tutto come testimoniato dalla scelta di Tom Walz, il Governatore del Minnesota, come suo Vice, in quanto come ha detto Ross:
“Tim Walz rappresenta la classe operaia della Middle America, una cultura in forte contrasto con le élite delle coste che Harris rappresenta. Oltre all’affinità tra i due, c’è anche questo: collegano queste due culture, quella californiana e quella del Midwest. Per vincere, Harris dovrà fare bene negli Stati che riflettono la cultura di Walz. Mi sembra una scelta accorta”. Un gusto commento! La scelta è sicuramente accorta, o meglio lo sarebbe se non fosse che tutto lascia intendere che questa scelta sia stata dettata dalla convenienza politica e non da una visione come quella di Ross: cioè esattamente come avvenne per lei a suo tempo allorché fu scelta da Biden come suo Vice.
2024: Kamala Harris ed il ‘nuovo’ (?) capitolo della storia USA nato a Chicago
Questo 2024 fino ad ora ci ha riservato non poche sorprese e tra le tante la più significativa ed inspiegabile è, come detto, non tanto l’abbandono della competizione elettorale da parte di un visibilmente stanco, nonché provato fisicamente e mentalmente, Joe Biden, quanto piuttosto l’entrata in campo di Kamala Harris.
Un personaggio, Kamala Harris, che, come abbiamo avuto modo di vedere, certamente ha sin qui fatto del suo ‘meglio’, che tanto si è impegnata e molto ancora sicuramente si impegnerà, ma che nonostante ciò manca di quel carisma, di quella comunicativa, di quel meditato slancio, ma soprattutto di quella sostanza che muta un comune, più o meno abile, oratore in un trascinatore, un preposto in un leader, un capo in un condottiero, un cittadino qualunque in un personaggio che sa smuovere, motivandole, le persone e naturalmente le porta a credere realmente in lui.
La Harris non riesce a trascinare, né a scaldare veramente i cuori del pubblico. Il suo discorso di accettazione della candidatura alla presidenza degli Stati Uniti durato ben 35/40 minuti nella serata conclusiva della Convention Democratica di Chicago e la cui integrale trascrizione curata dal The New York Times è reperibile sul numero del 23 Agosto 2024 (si veda a tal proposito l’articolo intitolato “Full Transcript of Kamala Harris’s Democratic Convention Speech”), si segnala non poco per essere di fatto infarcito di un cumulo di ovvietà, di luoghi comuni cari ad una certa retorica vetero populista che oltretutto vuole il candidato appartenente alla consueta famiglia del “Mulino Bianco”, nonché di frasi fatte prive di qualsivoglia significato politico che nel caso della Harris sono state precedute da un autoreferenziale ed autocelebrativo panegirico in cui la stessa ha fatto rientrare di tutto e di più, menzionando aneddoticamente madre, padre, sorella, amici di famiglia, vicini di casa, semplici conoscenti e chi più ne ha più ne metta.
Alla fine poco ci è mancato che menzionasse pure il cane ed il gatto di casa celebrandone la tolleranza e l’amore incondizionato per la causa dei diritti civili come declinati dalle più pure retoriche orwelliane, magari pure riciclate in qualche modo nel sogno animalista americano se mai fosse possibile trovarne traccia da qualche parte: e meno male che quale cappello introduttivo ha usato la seguente esortazione: “OK, let’s get to business. Let’s get to business. All right.”!
Sarà che sono cresciuto avendo ben presente un antico proverbio che testualmente recita “O’ cavallo camminatore, o’ vanta a’ via nova!”, che tradotto dal vernacolo sta a significare che il buon cavallo (quello che percorre molta strada), non si vanta da solo (lo vanta la strada che percorre), sarà che troppo spesso ho dovuto constatare che chi si vanta da solo, chi troppo si loda, chi eccessivamente si autocelebra ed autocelebra le proprie qualità civili, morali, intellettuali, professionali, culturali spesso e volentieri non vale il peso delle sue parole e questo a maggior ragione quando ad assumere certi comportamenti sono i politici di qualsivoglia pseudo orientamento e/o tendenza in quanto, alla fine, la sola cosa che conta sono i fatti.
Ed in questo senso frasi del tipo: “Sarò un Presidente che ci unirà intorno alle nostre aspirazioni più alte. Un Presidente che guida e ascolta; che è realistico, pratico e dotato di buon senso; e che combatte sempre per il popolo americano.” ed ancora “Con queste elezioni, la nostra nazione ha una preziosa e fugace opportunità di superare l’amarezza, il cinismo e le battaglie divisive del passato e di tracciare una nuova strada per il futuro. Non come membri di un partito o di una fazione, ma come Americani”, così come le tante altre che hanno infarcito il suo discorso, ma che avrebbero potuto essere pronunciare da chiunque altro, non possono non evocare l’immagine di quei piazzisti che alle fiere di paese di un tempo spacciavano i loro intrugli per dei miracolosi rimedi buoni un po’ per tutto, dal mal di denti al mal di pancia, dai dolori di testa a quelli di schiena e magari, alla fine, pure per ravvivare il colore dei capelli ovvero restituire una folta capigliatura ai calvi.
Non un riferimento ad un qualsivoglia tema di reale rilevanza, dalla guerra in Ucraina al conflitto in Medioriente; dal debito pubblico al Green Deal; dal contenzioso con la PRC al ruolo degli USA nella NATO e della NATO, nonché al reale peso che si intende attribuire ai membri dell’Alleanza Atlantica ad 80 anni dalla fine della WWII, a 30 dall’avvio della globalizzazione, a circa 3 dall’avvio della deglobalizzazione come pure del contenzioso con i BRICS; al NWO multipolare ipotetico e a quello bipolare nei fatti, come pure alla posizione che lei stessa, qualora arrivasse alla White House, intenderebbe assumere nell’immediato nei confronti di Mosca, soprattutto dopo il via libero dato all’invio di contractors statunitensi in Ucraina e, quel che è peggio, a quanto pare, nella provincia russa di Kursk… e via discorrendo: un nulla di nulla per ben 40 minuti che avrebbero meritato un ben altro uso che la sottolineatura del fatto che la rielezione di Donald Trump potrebbe essere una iattura per gli Stati Uniti.
Un concetto, quest’ultimo, introdotto con una semplice frase, “Amici americani, questa elezione non è solo la più importante della nostra vita, è una delle più importanti della vita della nostra nazione. Per molti versi, Donald Trump è un uomo poco serio. Ma le conseguenze – ma le conseguenze del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sono estremamente gravi”, che a distanza di 4 anni è risuonata come il solito appello tradizionalmente rivolto all’elettorato attivo per sottolineare i motivi per i quali si ritiene non si debba votare l’avversario di turno, senza per altro chiarire per quali motivi lo stesso elettorato dovrebbe premiarne il detrattore: il tutto nel più puro stile della politica politicante che caratterizza pressoché l’intero Occidente, Stati Uniti ed Europa Occidentale in testa, da lustri e lustri.
La sola deroga a questo modo di procedere la troviamo confinata al momento in cui la Harris ha detto: “La classe media è il luogo da cui provengo. Mia madre teneva un bilancio rigoroso. Vivevamo all’interno delle nostre possibilità. Tuttavia, non ci mancava nulla e lei si aspettava che sfruttassimo al massimo le opportunità che ci venivano offerte e che le fossimo grati. Perché, come ci ha insegnato, le opportunità non sono disponibili per tutti. Ecco perché creeremo quella che io chiamo un’economia delle opportunità, un’economia delle opportunità in cui tutti abbiano la possibilità di competere e di avere successo” ed ancora “Che si viva in un’area rurale, in una piccola città o in una grande città. In qualità di Presidente, riunirò i lavoratori e le lavoratrici, i piccoli imprenditori e le aziende americane per creare posti di lavoro, per far crescere la nostra economia e per abbassare il costo delle necessità quotidiane, come l’assistenza sanitaria, la casa e i generi alimentari”.
Peccato che l’unico accenno al come la Harris intenda procedere lo troviamo nelle seguenti parole: “Garantiremo l’accesso al capitale ai proprietari di piccole imprese, agli imprenditori e ai fondatori. Metteremo fine alla carenza di alloggi in America e proteggeremo la Social Security e Medicare”, che di per sé costituirebbe una dichiarazione di intenti stupenda, non fosse che la Harris a questa dichiarazione ha fatto seguire due periodi sì entusiasmanti:
- “Ora fate un confronto con Donald Trump. Perché credo che tutti qui sappiano che in realtà non combatte per la classe media. Non combatte per la classe media. Combatte invece per se stesso e per i suoi amici miliardari. E darà loro un’altra serie di sgravi fiscali che aggiungeranno fino a 5.000 miliardi di dollari al debito nazionale”.
- “E nel frattempo ha intenzione di promulgare quella che, di fatto, è un’imposta nazionale sulle vendite, la cosiddetta tassa Trump, che farebbe aumentare i prezzi per le famiglie della classe media di quasi 4.000 dollari all’anno. Ebbene, invece di un aumento delle tasse di Trump, approveremo una riduzione delle tasse per la classe media di cui beneficeranno più di 100 milioni di americani”,
ma che, purtroppo, si segnalano alla nostra attenzione per l’unica cosa che non viene menzionata, ovverosia la risposta alla domanda fondamentale riguardante il come la Harris ritenga possibile ridurre il debito pubblico e nel contempo reperire le somme necessarie a porre in essere quanto testé promesso.
Un dettaglio? Non direi, soprattutto perché il problema la neocandidata Democratica alla Presidenza non può minimamente pensare di farlo risolvere agli altri, ai cosiddetti alleati Occidentali che a suo tempo, eravamo agli inizi degli anni ’70, furono costretti a farsi carico delle conseguenze della fallimentare politica estera ed economica del suo Paese allorché questo pensò bene di risolvere i propri problemi con la unilaterale dichiarazione di non convertibilità dello USD e la contestuale denuncia degli accordi di Bretton Woods del 1944: due fatti che costrinsero gli “alleati” tutti, Occidentali, a farsi carico della tenuta dello USD imbottendo le proprie Banche Centrali di indicibili quantitativi di biglietti verdi per evitare che un crollo della quotazione dello USD si ripercuotesse sulla quotazione delle proprie divise.
Né, sempre la Harris, ma l’appunto va anche al suo antagonista, può pensare di risolvere la crisi attuale con una guerra come accadde ai tempi del Secondo Conflitto Mondiale che fu l’unica cosa che permise agli Stati Uniti di risolvere il problema della Crisi del 1929, con buona pace di quanti ancora raccontano che fu il New Deal Rooseveltiano a riportare in auge gli Stati Uniti.
Anche in questo caso gli errori della politica liberista statunitense vennero scaricati altrove: e poco importa chi in Europa fu tra i vincitori e chi tra i vinti perché in Europa la WWII la persero tutti, perché tutti fecero da volano alla ripresa economica statunitense, vuoi per aver versato oro per pagare le forniture belliche nel corso del conflitto, vuoi per aver versato oro per fare fronte agli obblighi derivanti dalla sconfitta, vuoi per aver fatto marciare l’industria statunitense nella fase della sua riconversione industriale post bellica che fu sostenuta anche da quel Piano Marshall che provvide di risorse i Paesi necessitanti fondi per la ricostruzione, fondi da impiegare per sostenere con la loro domanda le imprese d’oltreoceano con quello stesso danaro che poi dovette, giustamente intendiamoci, per lo più essere restituito corrispondendo i dovuti interessi.
Non so se qualcuno ha reso edotti i candidati statunitensi di queste particolari dinamiche che l’attuale politica estera ha reso difficilmente riproducibili per il mutato assetto globale che non vede più nei soli Stati Uniti il potenziale interlocutore, oltretutto in un contesto che non rende minimamente pensabile perseguire l’obiettivo di sanare le conseguenze delle proprie debolezze strutturali come un tempo: se 80–85 anni fa le coste degli Stati Uniti erano lontane, troppo lontane per essere raggiunte, oggi non è più così e credo che la dimostrazione di questo avverrà a breve, se ho ben capito la strategia di Putin, nella regione di Kursk dove Mosca ha facoltà di usare qualsiasi mezzo offensivo per rimuovere dal proprio territorio la, a quanto pare eterogenea, forza di invasione ucraina.
Certamente certe battaglie civili meritano attenzione e per certo la questione dell’aborto é importante, così come lo sono certe istanze legate alla dilagante cultura Woke ed alle tematiche dell’inclusività, senza dimenticare certe problematiche ambientaliste, ma occorre che la nuova Presidenza abbia la consapevolezza che queste sono questioni che rischiano di essere solo dei distrattori sociali perché ho l’impressione che di fatto è in questi termini che i vari temi siano trattati e come tali non affrontati e risolti per evitare di dover parlare chiaro agli Americani tutti facendo loro capire che, come è fallito un certo progetto di matrice marxista, così si è da un pezzo avviato sul viale del tramonto anche un certo liberismo d’assalto tanto caro ai sognatori d’Oltreoceano, Democratici o Repubblicani che siano e che il Green Deal non può essere il nuovo specchietto per le allodole laico da usare assumendo atteggiamenti e toni ieratici degni di miglior causa per fare proseliti a buon mercato, esattamente come un tempo si fece con un certo Cattolicesimo di maniera che non risolse i problemi ma li aggravò drammaticamente fino a sfociare in bui anni di guerre, violenze ed inutili repressioni.
In questo senso devo dire che, però, non lasciano ben sperare dichiarazioni come le due a seguire:
- “Come vicepresidente, ho affrontato le minacce alla nostra sicurezza, ho negoziato con i leader stranieri, ho rafforzato le nostre alleanze e mi sono impegnato con le nostre coraggiose truppe all’estero. Come comandante in capo, farò in modo che l’America abbia sempre la forza di combattimento più forte e letale del mondo. Adempirò all’obbligo sacro di prendermi cura delle nostre truppe e delle loro famiglie, onorando e non sminuendo mai il loro servizio e il loro sacrificio” ed ancora
- “Mi assicurerò che guidiamo il mondo nel futuro dello spazio e dell’intelligenza artificiale. Che l’America, e non la Cina, vinca la competizione per il XXI secolo e che rafforziamo, non abdichiamo, alla nostra leadership globale. Trump, invece, ha minacciato di abbandonare la NATO. Ha incoraggiato Putin a invadere i nostri alleati. Ha detto che la Russia può ‘fare quello che diavolo vuole’. Cinque giorni prima che la Russia attaccasse l’Ucraina, ho incontrato il Presidente Zelensky per avvertirlo del piano di invasione della Russia. Ho contribuito a mobilitare una risposta globale – oltre 50 Paesi – per difendersi dall’aggressione di Putin. E come Presidente, sarò al fianco dell’Ucraina e dei nostri alleati della NATO”.
dichiarazioni che testimoniano solo che la Harris farebbe molto meglio ad occuparsi di altro perché pare che dei fatti correnti e delle relative dinamiche lei, o chi per lei, abbia capito poco o nulla, ovvero (il che sarebbe più preoccupante per tutti) che lei o chi per lei preferisce essere omertoso in un momento di particolare gravità per l’intero Occidente.
E che la Harris, o chi per lei, abbia capito poco o nulla lo confermerebbero ampiamente le sue considerazioni sulla guerra a Gaza, considerazioni che diventano tragicomiche, per non dire irriverentemente fuori luogo, nel momento stesso in cui afferma che “Per quanto riguarda la guerra a Gaza, il Presidente Biden e io stiamo lavorando 24 ore su 24, perché è il momento di trovare un accordo con gli ostaggi e un cessate il fuoco”, quasi non si fosse ancora resa conto del drammatico motivo per il quale è diventata la candidata Democratica alla Presidenza degli Stati Uniti.
Per somma sostenere che lei sempre e comunque sosterrà “il diritto di Israele a difendersi e farò in modo che Israele abbia la capacità di difendersi, perché il popolo di Israele non deve mai più affrontare l’orrore che un’organizzazione terroristica chiamata Hamas ha provocato il 7 ottobre, compresa un’indicibile violenza sessuale e il massacro di giovani a un festival musicale” male si concilia alla luce dei fatti con il giudizio espresso su tutto quanto è accaduto a Gaza negli ultimi 10 mesi dimenticando che le “tante vite innocenti perse” e le “Persone disperate e affamate che fuggono per salvarsi, ancora e ancora” sono tali non solo a causa dell’attacco dell’IDF, ma anche a causa del fatto che l’intera popolazione di Gaza viene sistematicamente utilizzata come scudo umano da una organizzazione terroristica che non tiene in nessun conto, essa per prima, da anni ed anni, una intera messe di civili, e che lo fa deliberatamente, volutamente, scientemente e cinicamente.
Non rendersi conto di questo ed ancora affermare, come se nulla fosse successo, che “Il Presidente Biden e io stiamo lavorando per porre fine a questa guerra, in modo che Israele sia al sicuro, gli ostaggi siano rilasciati, le sofferenze a Gaza finiscano e il popolo palestinese possa realizzare il proprio diritto alla dignità, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione”, vuole solo dire che della attuale situazione in Medioriente nulla è stato compreso perché anche ad un cieco è palese che, a causa dei giochi di potere pregressi, in quella regione la possibilità che si realizzi una soluzione a due Stati è di fatto divenuta impossibile da decenni anche se a tutti, Stati Uniti, Russia Sovietica prima e Federazione Russa dopo, nonché all’Iran ed agli Stati della penisola arabica ha fatto comodo che la cosa non emergesse per tutta una serie di ragioni che sono decadute nel momento in cui si è profilata all’orizzonte la Repubblica Popolare Cinese: il nuovo competitor globale che non ha ritenuto di volersi e potersi fare carico di un fattore di oltremodo prevedibile costante instabilità.
E meno male che poco prima proprio Kamala Harris aveva dichiarato di voler essere un Presidente che guida e ascolta; che è realistico, pratico e dotato di buon senso!
Come amava dire Giulio Andreotti: “A pensar male si fa peccato, ma molte volte ci si coglie!” e a quanto pare devo averci colto parecchio quando ho pubblicato sul Nuovo Giornale Nazionale l’articolo apparso qualche giorno fa con il titolo “Biden: un’uscita di scena strategica? Quale futuro per l’Unione Europea?” formulando l’ipotesi che a fondamento della scelta vi sia, a voler essere buoni, l’inconsapevole (?) recondita volontà dei Democratici di perdere la competizione elettorale per lasciare che a sbrogliare l’intricata vicenda ucraina e mediorientale, nonché ad affrontare la complessa situazione economica e finanziaria statunitense sia Trump.
Trump, ovverosia l’unico in grado di mettere gli USA nella condizione di abbandonare Kyiv e l’Europa a sé stesse imprimendo al conflitto ucraino, il cui perdurare può solo far perdere agli Stati Uniti gli importanti risultati conseguiti quanto al consolidamento del loro ruolo in Europa ed al compattamento della NATO, nonché al Partito Democratico (che vuole dire alle lobbies economico-finanziarie di cui sono l’espressione) di mantenere pressoché integro quel credito e quell’immagine che hanno sin qui speso per promuovere, in Europa così come nel resto del mondo Occidentale ed in quello ad esso liminale, quella certa immagine di affidabilità e credibilità la cui messa in crisi, per una qualsivoglia mutata scelta in politica estera che deroghi da quanto sin qui proposto e visto, sarebbe fatta ricadere solo sul ‘folle’ ed oltremodo demagogicamente ‘umorale’ Trump, nonché sulla variegata e variopinta pletora di populisti che lo sostengono.
Tanto per non parlare della posizione assunta nei confronti di una questione Mediorientale che, come tale, oltre a non offrire più, come ribadito poc’anzi, alcun margine per una soluzione a due Stati, ha finito per imporre all’establishment USA, per come si sono messe le cose, il doversi fare in qualche modo carico delle conseguenze politiche e di immagine derivanti dalla necessità di fronteggiare un allungamento oltremodo imbarazzante dei tempi della guerra tra Gaza ed Israele attualmente in corso.
Un allungamento che, detto per inciso, sta offrendo il fianco, con buona pace delle estemporanee dichiarazioni della Harris, a tutta una serie di iniziative diplomatiche promosse da Beijing tanto inutili sul piano pratico, quanto efficaci dal punto di vista strategico in quanto oltremodo promozionali dell’immagine stereotipata di una Cina che a tutti i costi vuole apparire la sola paladina super partes del buon diritto all’autodeterminazione dei popoli, della pace, della libertà e della giustizia globali.
Un allungamento che oggi più che mai abbisogna, per essere fronteggiato, di quel Trump in cui Israele vede un inossidabile deciso sostenitore, ed i centri di potere statunitensi il potenzialmente ottimo mercanteggiatore con Beijing sulla questione Taiwan, una Taiwan la cui difesa a tutti i costi pare oltremodo intenzionato ad abbandonare, magari con la prospettiva di spuntare una cessione di passo da parte della PRC sulla questione Gaza che palesemente Xi Jinping sta usando, come detto, alla grande solo per accrescere la propria forza contrattuale nell’ambito del contenzioso con Washington avente per oggetto la gestione di quell’area del Pacifico che Xi Jinping considera una sorta di Mare Nostrum. (continua)





