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C’ERA UNA VOLTA UN PAESE E UNA POLITICA

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di Antonio Foccillo

Voglio iniziare questo articolo, come avveniva nelle favole: c’era una  volta. 

C’era una volta un Paese vivo e una buona Politica, in particolare negli anni ‘80, periodo nel quale il partito socialista, anche in rapporto, con i sindacalisti socialisti, produsse un gran fermento di idee e di proposte che sono state tradotte in azioni, contribuendo così, a rinnovare la politica e le relazioni sociali.

Lo stesso sindacato, in quegli anni, è stato attraversato, grazie alla spinta della cultura riformista, da un profondo cambiamento nel modo di essere, attraverso varie fasi: “La svolta dell’Eur” e quella di “San Valentino”, fino alla politica di concertazione e la politica dei redditi degli anni 90.

Questo perché prevalse la consapevolezza che solo attraverso l’abbandono del massimalismo e immettendo dosi massicce di corresponsabilità si sarebbe determinata quella trasformazione, volta a realizzare, in una moderna democrazia, relazioni sindacali partecipate in termini macro e microeconomici.

Queste tesi non hanno avuto lo stesso grado di maturazione e di convinzione unitaria, sia all’interno del sindacato sia nella sinistra, perché erano presenti diversi punti di vista sulla partecipazione. Una parte la riteneva fondamentale ed un’altra la considerava marginale e di retroguardia nelle priorità strategiche del movimento sindacale.

Di conseguenza questo contrasto ha determinato forti lacerazioni e profonde divisioni che ha attraversato, già dal primo centro sinistra, con la politica di programmazione dei socialisti e della politica dei redditi di La Malfa, fino ai giorni del governo Craxi, la vita del movimento e della stessa federazione unitaria sindacale.

Negli anni 80 la politica economica antinflazionistica del governo Craxi scontò il rifiuto e l’opposizione dell’anima massimalista, sia nel sindacato che nella sinistra, tanto da portare il Paese ad un referendum, che vide però i cittadini votare a favore di tale politica.

Per la verità storica bisogna affermare che, la UIL, insieme, sia alla CISL, confortata da un’intuizione di Tarantelli, che ai socialisti della CGIL furono capaci di produrre una cultura adeguata ed una convinzione meditata dei lavoratori, attraverso un confronto aspro, nei luoghi di lavoro e nella relativa campagna elettorale per il referendum sull’ipotesi di accordo di San Valentino del 1984.

La sola componente comunista della CGIL, spinta dal partito comunista, abbandonò la strategia delle compatibilità della cosiddetta “politica dell’Eur”, che pure aveva voluto nel periodo del governo di unità nazionale e andò nelle piazze. E fu sconfitta!

Ho voluto ricordare questi episodi, proprio per spiegare quanta difficoltà ha trovato la cultura riformista, cui tutti noi siamo stati portatori, nel movimento sindacale e nella sinistra italiana.

Tutto ciò ha rallentato processi importanti di modernizzazione, proprio a causa del ritardo dei comunisti nell’accettare i cambiamenti che tale impostazione era in grado di produrre.

Ha contribuito anche la campagna della magistratura chiamata “mani pulite” che ha determinato una lunga fase di damnatio memoriae nei confronti dei partiti della prima Repubblica, tanto è vero che si aveva quasi una sorta di vergogna a dichiarare la propria appartenenza ad uno di questi o a militarci. Il risultato che sono spariti ad esclusione del partito comunista, che però ha negato il suo passato ed ha cambiato, nome, simbolo, gruppo dirigente, coinvolgendo la sinistra democristiana e anche pelle sposando le politiche liberiste.

Proprio per questo ritengo utile che si apra nel Paese una nuova fase per la riaffermazione di quei valori che avevano fatto uscire il paese dalla povertà del dopoguerra, in particolare   quelli della cultura laica e socialista. In modo che si possano ripristinare i valori fondanti della tolleranza, del rispetto del pensiero altrui, della democrazia partecipata, in cui l’uomo e la donna siano soggetti cui la società si uniformi e non viceversa.

Tutti noi, che abbiamo militato in quei partiti e nel sindacato, abbiamo il compito di recuperare ed attivare il patrimonio di esperienze sociali, politiche, culturali, di quel periodo e riproporle oggi, in quanto sono ancora attuali e necessarie.

Bisogna ricostruire nel mondo del lavoro e nella società un progetto ideale e sociale che dia motivazione alla battaglia politica, che sia fonte di aggregazione e di militanza proprio intorno a quei valori. Ideali politici, coesione nei valori del riformismo e di una sinistra di governo, valorizzazione del contributo di pensiero e azione dei socialisti.

Anche il sindacato, in quegli anni, è stato un fattore determinante nella salvaguardia della democrazia e dello sviluppo del Paese. Un gruppo dirigente che ha avuto la ventura, nel giro di pochissimo tempo, di trovarsi ad operare in situazioni totalmente rovesciate: alla testa del cambiamento strategico e rivendicativo, prima, e, subito dopo, in difficoltà ed anche in solitudine di fronte agli effetti che questa situazione ha determinato sia nel rapporto con i lavoratori che nella politica.

Si è assunto un compito non proprio, cioè quello, accettando la politica dei redditi, di mantenere le rivendicazioni salariali entro parametri in linea con l’inflazione programmata, per permettere, all’Italia, di uscire dalla crisi economica ed entrare a pieno titolo nell’Europa. Anche se, diversi commentatori, usano proprio quel tipo di strategia per sostenere che è stata la causa della crisi del sindacato.

Da questo punto di vista, gli ultimi tempi, confermano questa teoria, perché sono trascorsi nella scarsa capacità progettuale e nell’incertezza politica, caratterizzando un progressivo stemperarsi dell’azione del sindacato in una situazione d’incaglio politico e istituzionale che avrebbe avuto bisogno, al contrario, di un suo deciso impulso e di una sua coerente ed autonoma iniziativa.

Quello che, è avvenuto, negli ultimi periodi nel rapporto fra sindacato e quadro politico, ha riportato in primo piano il problema dell’autonomia del sindacato ed ha rimesso in discussione il rapporto progressivo e dialettico tra sindacato e pubblici poteri.

L’accettazione da parte di alcune organizzazioni, nella teoria e nella pratica, di una certa subordinazione al governo  implica una modificazione molto netta del ruolo del sindacato, di cui va compreso il significato politico e che non si può mai accettare. Questa differenza nel rapporto con il governo fra le sigle è emersa anche nell’ultimo incontro sulle pensioni, dove le valutazioni sono state diverse all’uscita del confronto, fra chi lo valutava negativamente e chi invece lo riteneva un buon inizio. 

Se il sindacato non si vuole far travolgere dai processi di cambiamento, che esso stesso ha contribuito a innestare nella società italiana, deve porsi, il problema della proiezione politica istituzionale di questo cambiamento: la frammentazione sociale tanto diffusa e irreversibile nella nostra società, è compressa e mortificata dall’incomprensione e dalle rigidità spesso convergenti del sistema istituzionale, del sistema politico, del sistema di relazioni sindacali.

Ciò sta rischiando sempre più  di determinare, specie fra i giovani, un sentimento di diffidenza verso la politica e il sindacato aprendo un varco pericoloso a tendenze reazionarie.

Pertanto, bisognerà affrontare con molta franchezza una discussione, su quale ruolo, una forza importante, quale il sindacato, deve svolgere nell’attuale società collegando la sua azione ad un progetto di riforma del Paese che ricrei condizioni di tutele, garanzie e diritti, distrutti dalla finanziarizzazione dell’economia e dal neoliberismo.

Per farlo, secondo il mio parere, si può fare se nasce in contemporanea a questo ruolo del sindacato una forza laica e socialista come è avvenuto negli anni ’80 e si ritorni ad una democrazia compiuta dove ognuno abbia il suo spazio di partecipazione e si lavori insieme per ricostruire sviluppo e distribuzione di ricchezza. Troppi sono quelli che soffrono in questo modello di società e a troppi bisogna dare risposte e speranze di un avvenire migliore. Lo si deve fare e lo si può fare!

Qualcuno può pensare che la mia sia solo utopia ed auspicio, ma se non si inizia mai, mai si concretizza l’utopia in fatti concreti. L’unica certezza che così come si vive oggi non è più possibile per troppa gente.    

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  • Redazione

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