Il lungo viaggio degli italiani verso la coscienza nel bicentenario della nascita dello scrittore che voleva “fare gli italiani”
Nel bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini, il mondo continua a celebrare soprattutto Pinocchio, il capolavoro universale che ha attraversato epoche, lingue e culture.
Eppure, ridurre Lorenzini soltanto al padre del burattino più famoso della letteratura mondiale significa non comprendere fino in fondo la profondità storica, politica e culturale della sua opera.
Carlo Lorenzini, che assumerà poi lo pseudonimo di Collodi dal nome del paese materno, non fu semplicemente uno scrittore per ragazzi. Fu un intellettuale del Risorgimento, un giornalista politico, un patriota, un educatore civile e soprattutto uno dei primi grandi interpreti della necessità di “fare gli italiani” attraverso la lingua, la scuola e la formazione della coscienza collettiva nazionale.
Il suo percorso letterario accompagna, infatti, l’evoluzione stessa dell’Italia dell’Ottocento, seguendone il passaggio dal sogno risorgimentale alla costruzione morale del nuovo Stato unitario. Le sue opere non nascono isolate rappresentano tre grandi fasi della crescita italiana. Prima il movimento, poi l’educazione, infine la coscienza.
La prima fase è quella del viaggio e del progresso.
Nel 1856 Lorenzini pubblica Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno, brillante guida storico-umoristica ambientata lungo la ferrovia Leopolda, una delle infrastrutture più moderne del Granducato di Toscana.
Il racconto accompagna il lettore da Firenze fino a Livorno attraversando Pisa, Empoli, Pontedera e le campagne toscane percorse dalla nuova “strada ferrata”, simbolo della rivoluzione industriale e del cambiamento sociale.
Dietro il tono ironico, leggero e profondamente umano, Lorenzini racconta qualcosa di molto più grande di un semplice viaggio ferroviario: racconta un’Italia che si sta mettendo in movimento.
Il treno diventa il simbolo del progresso, della modernità e del Risorgimento. Per la prima volta territori lontani iniziano a comunicare rapidamente, persone diverse si incontrano, le idee viaggiano insieme alle locomotive. Le stazioni ferroviarie diventano luoghi di trasformazione sociale e culturale.
Attraverso aneddoti, osservazioni sociali e descrizioni vivissime delle locomotive a carbone, dei passeggeri e delle città attraversate, Un romanzo in vapore diventa il racconto della nascita della modernità italiana.
Lorenzini comprende già un principio fondamentale della costruzione nazionale, senza connessione tra territori non può nascere una nazione. Prima ancora della politica servivano infrastrutture, comunicazione e conoscenza reciproca.
È una lezione che conserva ancora oggi una forza sorprendente. Le infrastrutture non sono mai soltanto opere tecniche, ma strumenti di integrazione culturale, politica e psicologica. Le ferrovie dell’Ottocento, come oggi le reti digitali o i grandi corridoi energetici, ridefiniscono il modo in cui una società percepisce sé stessa.
Giannettino e la pedagogia del nuovo Stato è la seconda fase: il pensiero di Lorenzini evolve verso una dimensione ancora più profonda, l’educazione del popolo italiano.
Con Giannettino, pubblicato a partire dal 1877, emerge chiaramente il grande progetto pedagogico di Lorenzini.
L’Italia è ormai diventata uno Stato unitario, ma gli italiani non esistono ancora davvero come coscienza collettiva. Parlano dialetti differenti, vivono realtà sociali distanti, possiedono livelli di istruzione spesso molto bassi.
Lorenzini comprende prima di molti altri che il vero problema del nuovo Regno d’Italia non è soltanto politico o economico, ma culturale. Occorre educare le nuove generazioni.
Non è casuale che Giannettino nasca proprio negli anni della legge Coppino del 1877 sull’istruzione obbligatoria. La scuola diventa lo strumento attraverso il quale costruire cittadini consapevoli, capaci di partecipare alla vita della nazione.
Giannettino non è soltanto un personaggio letterario. Rappresenta il bambino italiano che deve imparare il senso della responsabilità, della disciplina, della conoscenza e della convivenza civile. Per Lorenzini l’istruzione non è mai semplice trasmissione di nozioni è costruzione della coscienza.
La povertà che Collodi combatte non è soltanto materiale, è povertà cognitiva, morale, identitaria. L’analfabetismo diventa il simbolo di una condizione di incompletezza civile. In questo senso il suo progetto educativo è profondamente moderno.
Lorenzini aveva intuito che un Paese appena nato non poteva sopravvivere senza alfabetizzazione, senza scuola e senza una lingua comune capace di unire culturalmente milioni di persone.
Il suo obiettivo non era semplicemente creare studenti, ma formare individui capaci di stare nel mondo moderno, onesti, laboriosi, curiosi, capaci di riscattarsi dalla miseria attraverso la disciplina e la conoscenza. Era il tentativo di trasformare una popolazione ancora frammentata in una comunità storica consapevole di sé.
La terza fase è Pinocchio che intraprende un viaggio verso la coscienza
Ed è proprio qui che si comprende la grandezza di Pinocchio.
Pubblicato a puntate dal 1881 e poi in volume nel 1883, il romanzo rappresenta il punto conclusivo di un lungo percorso intellettuale iniziato con il Risorgimento italiano.
Se Un romanzo in vapore raccontava un’Italia che si metteva in cammino e Giannettino cercava di educare i cittadini del nuovo Stato unitario, Pinocchio rappresenta il viaggio definitivo verso la consapevolezza e la coscienza.
Dentro il burattino confluiscono tutte le grandi riflessioni di Lorenzini, il rapporto tra libertà e responsabilità, tra errore e maturazione, tra povertà e dignità, tra verità e trasformazione umana.
Pinocchio sbaglia continuamente. Cade, mente, fugge, si perde. Ma proprio attraverso l’errore costruisce lentamente la propria coscienza. È questo il cuore profondo dell’opera.
Il burattino non diventa “bambino vero” per magia, ma attraverso un doloroso percorso di crescita interiore. La trasformazione finale rappresenta la conquista della consapevolezza.
Lorenzini supera completamente la semplice narrativa pedagogica ottocentesca per entrare nella grande letteratura universale.
Pinocchio diventa la metafora dell’essere umano. Ogni uomo, come il burattino, nasce incompleto e attraversa errori, illusioni, tentazioni e cadute prima di arrivare alla coscienza di sé.
La vera eredità di Collodi non è il contenuto dell’educazione, ma la sua ipotesi antropologica, l’essere umano è incompiuto per natura e la civiltà è il processo del suo compimento.
È una visione profondamente illuminista e pedagogica. L’uomo non nasce pienamente formato, diventa sé stesso attraverso la fatica, l’esperienza, il dolore, l’errore e la responsabilità.
Siamo nel 2026 dobbiamo affrontare delle nuove povertà cognitive.
Ed è qui che il pensiero di Collodi torna improvvisamente contemporaneo.
Le nuove “educazioni” oggi invocate: finanziaria, digitale, sanitaria, tecnologica condividono infatti la stessa premessa che aveva guidato Lorenzini, esiste una povertà strutturale che non è soltanto mancanza di risorse, ma mancanza di strumenti cognitivi per orientarsi in un mondo nuovo.
Come l’analfabetismo impediva all’italiano post-unitario di essere cittadino pieno, oggi l’analfabetismo finanziario impedisce di comprendere un mutuo, un fondo pensione o una truffa online.
L’analfabetismo digitale esclude da mercati, servizi e diritti. Quello sanitario espone alla disinformazione. Quello tecnologico rende dipendenti da sistemi che non si comprendono.
Ma esiste una differenza decisiva.
Collodi operava in un contesto in cui lo Stato-nazione rappresentava il quadro unificante dell’educazione e la scuola il suo strumento naturale. Oggi, invece, le nuove educazioni sono frammentate, e ci domandiamo chi educa davvero? La scuola? Le piattaforme digitali? I social network? Le aziende tecnologiche? Gli algoritmi?
L’autorità educativa stessa appare dispersa.
E soprattutto le nuove povertà cognitive sono invisibili.
Un adulto con una laurea può essere completamente analfabeta sul piano finanziario o tecnologico senza che nessuna istituzione lo intercetti. Il progresso ha corso più velocemente della sua capacità di comprenderlo.
Come sarebbe stato Pinocchio nell’era dell’intelligenza artificiale?
Il burattino potrebbe affrontare una dimensione sorprendentemente profetica.
Lorenzini scriveva per formare un soggetto capace di pensare da solo in un mondo che cambiava.
L’AI pone invece la domanda inversa, come si forma un soggetto capace di pensare da solo quando uno strumento pensa per lui?
Non è una domanda completamente nuova. Era già emersa con la televisione, con Internet e persino con la scrittura stessa. Ma l’intelligenza artificiale radicalizza il problema perché non si limita a trasmettere conoscenza, la genera, la sintetizza, la personalizza in tempo reale.
Qui emerge il grande paradosso educativo dell’epoca contemporanea.
La fatica cognitiva
Ogni tecnologia che riduce la fatica cognitiva produce inevitabilmente un trasferimento di competenza dalla mente allo strumento.
La calcolatrice ha ridotto il calcolo mentale. Il GPS ha indebolito l’orientamento spaziale. L’AI rischia di atrofizzare il ragionamento sequenziale, la tolleranza all’incertezza e la capacità di sintesi autonoma.
Lorenzini sapeva perfettamente che Pinocchio non diventava bambino vero finché qualcun altro faceva il lavoro difficile per lui.
Le scorciatoie restano sempre delle trappole.
Il Campo dei Miracoli e il Paese dei Balocchi erano luoghi in cui il desiderio di evitare la fatica produceva perdita di sé.
L’intelligenza artificiale è strutturalmente ambigua, può essere la scuola oppure il Paese dei Balocchi. Può emancipare o infantilizzare. Dipende dall’uso, dal concetto che non esistono cattivi, strumenti ma buoni suonatori. Ma l’uso dipende dalla formazione, e la formazione dipende dall’uso. Un circolo che nessun sistema educativo ha ancora realmente risolto.
L’autorità delle conoscenze
Lorenzini viveva in un mondo in cui la gerarchia della conoscenza era ancora riconoscibile, il maestro sapeva più dell’allievo, il libro più del sentito dire, la scienza più della superstizione.
L’AI produce invece un’autorità senza volto.
Risponde con sicurezza, fluidità e apparente competenza senza distinguere chiaramente tra ciò che conosce e ciò che genera in modo plausibile. Per un soggetto già formato questo può essere gestibile e di aiuto, ma per un soggetto in formazione, il Pinocchio contemporaneo, può diventare disorientante.
Il rischio più grande non è che l’intelligenza artificiale insegni cose false, ma che insegni a non distinguere più tra vero e plausibile, tra conoscenza e simulazione di conoscenza, tra argomentazione reale e semplice imitazione dell’argomentazione.
La personalizzazione come trappola
L’AI promette inoltre un’educazione perfettamente personalizzata, il tutor sempre disponibile, adattivo, paziente. È una promessa potente e in parte reale, ma esiste un rischio profondo.
L’educazione autentica contiene sempre una quota di attrito, il testo difficile che non si adatta a te, il professore che pretende più di quanto credi possibile, il confronto con idee diverse dalle tue. Questo attrito non è un difetto del sistema educativo. È il meccanismo attraverso cui si forma la resistenza cognitiva.
Un’intelligenza artificiale che si adatta continuamente alle preferenze dell’utente rischia invece di produrre comfort cognitivo dove dovrebbe esserci sfida cognitiva.
L’educazione senza resistenza non forma: intrattiene.
Federico Faggin, Padre del microprocessore, si è posto molte domande sulla coscienza e chi è meglio di lui può comprendere la metafora di Pinocchio?
Pinocchio, Faggin e la coscienza?
Non è un caso che oggi Pinocchio venga letto anche in chiave filosofica e scientifica.
Il romanzo di Lorenzini attraversa temi che appartengono tanto alla letteratura quanto alla filosofia della mente, all’etica e persino alle neuroscienze contemporanee.
La trasformazione del burattino in “bambino vero” richiama una delle domande più antiche del pensiero dell’uomo, che cosa rende davvero umano un essere vivente?
È sufficiente possedere intelligenza e linguaggio oppure esiste qualcosa di più profondo, come la coscienza, l’empatia e l’esperienza soggettiva?
Da Cartesio a Kant, da Husserl a Bergson, la filosofia moderna ha continuamente interrogato il rapporto tra mente, identità e coscienza.
In tempi recenti anche Federico Faggin, il fisico italiano inventore del primo microprocessore commerciale, ha riportato al centro questo problema sostenendo che la coscienza non possa essere ridotta a semplice computazione algoritmica.
In questa prospettiva Pinocchio appare straordinariamente moderno.
Il burattino costruito come oggetto artificiale che lentamente sviluppa sensibilità morale, emozioni e coscienza di sé sembra anticipare il grande dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale.
La domanda che attraversa oggi le neuroscienze e l’informatica è in fondo la stessa posta da Lorenzini in forma narrativa, quando un sistema smette di essere soltanto un meccanismo e diventa davvero umano?
Come Pinocchio non diventa bambino vero semplicemente perché parla o si muove, così anche l’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, potrebbe non oltrepassare mai il confine tra simulazione dell’intelligenza ed esperienza autentica della coscienza.
Dal Risorgimento all’era algoritmica
Nel bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini, forse il modo più autentico per celebrarlo non è ricordare soltanto Pinocchio come favola immortale, ma comprendere il gigantesco progetto culturale che attraversa tutta la sua opera.
Lorenzini aveva intuito che il futuro dell’Italia sarebbe dipeso non soltanto dalla politica o dall’economia, ma dalla formazione morale e culturale delle nuove generazioni.
Prima ancora di costruire uno Stato, bisognava costruire una coscienza nazionale.
Per questo il suo percorso letterario appare oggi sorprendentemente attuale, dalla ferrovia che unisce i territori, alla scuola che educa i cittadini, fino a Pinocchio che insegna il valore della responsabilità individuale e della coscienza.
Tre opere e tre fasi dell’Italia.
Il movimento. L’educazione. La coscienza.
Con un unico grande obiettivo: realizzare davvero l’intuizione di Massimo D’Azeglio “Abbiamo fatto l’Italia, adesso dobbiamo fare gli italian”.
Oggi, nell’epoca degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, quella frase conserva una forza ancora più radicale.
Il problema fondamentale non è più soltanto costruire cittadini di uno Stato nazionale, ma formare esseri umani capaci di restare autonomi, critici e consapevoli in un mondo in cui le macchine iniziano a pensare insieme a loro e talvolta al posto loro.
Ed è, forse, questa la lezione più profonda di di Carlo Lorenzini, detto Collodi
Diffidare sempre delle scorciatoie che promettono di eliminare la fatica della crescita. Il percorso verso la coscienza, ieri come oggi, rimane inevitabilmente lungo, difficile e umano.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


