
segue da CARBONARI E MASSONI, LA PIETRA E IL LEGNO – 1
Corporazioni, ma non solo collegia fabrorum
Fatta, nel primo articolo, per quanto possibile, chiarezza sull’area semantica del termine Massone, è necessario fare chiarezza anche su un’altra questione essenziale: la corporazione.
Tagliatori di legno e di pietre e costruttori di edifici, i Massoni, non sono, pertanto, solo muratori. Nella tradizione vengono definiti antichi, liberi e accettati. La loro antichità è accertata, la loro libertà è storicamente acclarata, il loro essere accettati li definisce come membri di una corporazione, non, come qualcuno vorrebbe, come esterni sapienti accolti nel seno di corporazioni di mestiere. I membri delle corporazioni massoniche antiche erano sapienti in proprio, come attestano incontestabilmente gli edifici che ci hanno lasciato.
E’ del tutto fuorviante la continua insistenza sulla derivazione della Massoneria dai Collegia fabrorum romani.
Le corporazioni muratorie scozzesi disponevano da secoli di una propria leggenda fondativa della quale la documentazione più antica (Old Charges) presenta riferimenti a Euclide, Pitagora e Ermete Trismegisto.
Nel rituale del primo grado del Rito Scozzese, Maestro Segreto, (IV se si considera successivo ai tre della Massoneria Azzurra) si afferma che “è certo che la sua origine si ritrova in Egitto”.
Per quanto anche questa affermazione sia mitologica, il riferirsi, come alcuni fanno, quasi in modo ossessivo, e per questo motivo, sospetto di parzialità, ai collegia fabrorum, induce in errore grave chi vuole capire con spirito critico.
La “qenebet” degli artigiani egizi.
Come ci testimoniano Enrichetta Leospo e Mario Tosi, nel loro: “Vivere nell’antico Egitto – Deir el Medina, il villaggio degli artefici delle tombe dei re” (Giunti edizioni), il villaggio di Deir-el-Medina, in Egitto nei pressi dell’odierna Luxor, il cui nome in egizio era Pa demi, ossia “la cittadina”, costituisce uno dei tre esempi noti di “villaggio operaio” (gli altri sono quello di Tell el-Amarna, l’antica Akhetaton, e di El-Kahum, nei pressi di el-Lashur) ospitante gli artigiani e, in genere, le maestranze preposte alla realizzazione e manutenzione delle tombe degli antichi Re della XVIII, XIX e XX dinastia. Si tratta, in questo caso, delle tombe della Valle dei Re.
L’attività di queste maestranze si è svolta per oltre quattro secoli, dal 1540 a.C. al 1070 a.C.
Le maestranze, suddivise in squadre da 60 unità ciascuna (con termine marinaro chiamate “iswt”), raggiungevano il luogo di lavoro percorrendo un sentiero (ancora oggi esistente e percorribile)
Le squadre prestavano servizio per una “settimana” di dieci giorni.
Doveva trattarsi di una comunità abbastanza cosmopolita tanto che, su una popolazione maschile lavorativa di circa 100 unità, sono stati riscontrati 30 nomi palesemente stranieri e ben 16 fra templi e cappelle dedicate a divinità locali.
Considerato che gli uomini erano costantemente lontani dal villaggio per gran parte dell’anno, Deir el-Medina doveva essere una comunità principalmente femminile. È interessante rilevare che il livello “scolastico” di tale comunità era elevato: di certo si doveva prevedere, oltre ai normali lavori domestici, il mantenimento del villaggio nel suo insieme anche dal punto logistico e di approvvigionamento cui era intimamente collegato il discorso economico. Sono note, inoltre, le professioni di alcune di tali donne, che spaziano dalle “cantatrici” alle “sacerdotesse” dedicate a vari culti e doveva essere alta anche l’alfabetizzazione riscontrabile dai molteplici “ostraka” rinvenuti ed identificabili come messaggi inviati ai mariti lavoratori alla Valle dei Re. Anche il livello di emancipazione doveva essere garantito, se Naunakhe, vedova dello scriba Kenhekhepeshef, poteva disporre dei beni del marito per la distribuzione ai suoi figli di quanto di spettanza.
Per avere un’esperienza simile, con tutte le opportune differenze, a quella del cantiere massonico medievale, dobbiamo, dunque, spostarci a Pa Demi in Egitto, nei pressi della Valle dei Re e della Valle delle Regine, nel tempo del Nuovo Regno.
Pa Demi è la città dei costruttori delle tombe dei faraoni, denominate “Sede della Verità”.
I numerosi reperti ritrovati a Pa Demi e la tomba del capo della squadra Kha e di sua moglie Merit, ritrovata intatta e conservata a Torino, consentono di avere un’idea precisa dell’organizzazione del cantiere.
“L’organizzazione del lavoro nella necropoli reale – scrivono Enrichetta Leospo e Mario Tosi – era particolarmente precisa e accurata. Al vertice c’erano i capisquadra (due persone) e gli scribi della tomba (due); seguivano gli idenu (due), gli uomini della squadra (gli operai, da quaranta a sessanta), i guardiani della tomba (due), i custodi della porta della tomba (due) e i servi della tomba”. [i]
I capisquadra erano i membri più autorevoli del tribunale della corporazione artigiana, la qenebet, del quale erano i presidenti.
“Gli operai – aggiungono i due autori – formavano una squadra suddivisa in parte a destra e in parte a sinistra, e ciascuna parte aveva un capo….Un capo operaio era in grado di fare un progetto per la stele del sovrano. Il suo titolo (hery ist, capo squadra) era limitato alle iscrizioni geroglifiche sui monumenti in pietra e nelle tombe; nei documenti amministrativi il suo equivalente era aa en ist, grande di squadra”. [ii]
Gli scribi registravano le attività e la parte amministrativa. Della squadra facevano parte anche i meneh, adolescenti, cioè apprendisti. La promozione di un adolescente a uomo della squadra era decisa dal visir su proposta dello scriba. Anche i servi erano divisi tra parte destra e sinistra e dipendevano dagli scriba.
I custodi della porta della tomba, il cui titolo era iry – aa (appartenenti alla porta) erano due, uno per ogni parte della squadra; non facevano parte della squadra e fungevano da messaggeri tra la squadra e le autorità esterne.
“Gli idenu, come rappresentanti dei lavoratori – scrivono Leospo e Tosi – erano intermediari tra questi e i capi; essi ricevevano dagli scribi della tomba le varie forniture destinate alle squadre, come pani, pesce, stoppini, legno, carboncini, gesso”. [iii]
I guardiani della tomba non facevano parte della squadra e avevano il compito di custodire il magazzino della necropoli.
Non è chi non veda molte somiglianze con alcune funzioni previste negli antichi statuti massonici e negli Statuti Generali ottocenteschi, ancora in vigore, anche se alcune di esse (esempio: i serventi) sono cadute in disuso.
Il declino dell’Egitto faraonico comportò anche il declino delle corporazioni. “Un rapporto della corporazione degli incisori di geroglifici della città di Ossirinco, risalente al secondo secolo d.C. , lamenta il declino delle vecchie tradizioni: la gilda contava soltanto cinque membri, e non aveva apprendisti che portassero avanti al professione”. [iv]
Gli Aes Dana e i celtici “Fratelli di mestiere”.
Uno degli esempi più significativi che stanno alla base delle Fratellanze di mestiere è quella celtica relativa al fosterage, della quale si trova la descrizione nella Cain Iarraith (“the law of the fosterage fee”), testo di cui sono pervenuti solo alcuni frammenti, pubblicati nel Corpus Iuris Hibernici.
Dell’argomento ha trattato con competenza e con precisione il collega Matteo Passeri, cofondatore della Gran Loggia Druidica d’Italia, nel suo: “La giustizia dei Celti- Lo spirito della Brehon Law”: testo dal quale traiamo le notizie che seguono.
La Cain Iarraith tratta del corretto trattamento dei bambini affidati in “fosterage” e del compenso spettante alla famiglia affidataria (fosterparents).
Il bambino, in base alle sue inclinazioni, veniva affidato ad una famiglia in grado di educarlo al meglio. Il bambino cresceva pertanto con i suoi foster father, foster mather e foster brothers con cui sviluppava rapporti anche più intensi rispetto a quelli della famiglia di origine.
I legami contratti con il fosterage davano origine a vere e proprie fratellanze di mestiere.
Va inoltre considerato che i massoni, liberi e itineranti, condividono con gli Aesdana e con i Druidi la libertà di movimento.
“L’élite intellettuale ed artistica – fa notare Ward Rutherford – godeva di una posizione analoga a quella dell’aristocrazia e a questa élite gli irlandesi davano il nome di Aesdana, il popolo dell’arte, di cui facevano parte artisti, poeti, storici, uomini di legge e di medicina. Gli Aesdana possedevano anche il privilegio, non sempre accordato all’aristocrazia, di attraversare le frontiere tribali senza dover richiedere alcun permesso”.[v] Gli Aesdana, “uomini d’arte” come fa notare Riccardo Taraglio, non solo avevano specializzazioni tipiche di chi frequentava scuole druidiche, ma erano spesso Druidi. “Infatti – scrive Taraglio, citando Stuart Piggot – questi Aesdana, “gli uomini dalle doti speciali”, erano gli stessi Druidi che, essendo una classe sacra, potevano viaggiare liberamente da una tribù all’altra senza restrizioni”. [vi]
Aesdana e Liberi massoni sembrano condividere lo stesso status, la stessa formazione di uomini d’arte e dalle doti speciali, la stessa totale libertà. Non è impossibile, anzi è assai probabile, che i Liberi massoni fossero gli Aesdana stessi, passati attraverso le strette vie imposte dalla dominazione culturale cristiana.
Se la suddivisione tra costruttori del legno e costruttori della pietra appare falsificante della realtà, in quanto le costruzioni del Neolitico, come s’è detto, ci hanno lasciato testimonianza solo della parte litica, ma le tracce rinvenute ci dicono che vi erano importanti parti in legno, tale suddivisione è altrettanto falsificante per le costruzioni delle epoche successive, fino a giungere a quelle medievali ove, tuttavia, troviamo una traccia assai utile al nostro lavoro di identificazione delle radici dei riti forestali e dei rapporti tra carbonari e massoni.
I Culdei, maestri d’opera
Nel 1017 i monaci di Iona, ossia i monaci colombani, seguaci di San Columba, furono espulsi dalla Scozia dal Re Nechtan e il loro posto fu preso dai Culdei d’Irlanda che sembra seguissero la stessa tradizione. I Culdei in Scozia rimasero a lungo: quasi quattrocento anni. Non si trova più menzione dei Culdei in Scozia, infatti, solo dopo il 1382. Culdei sono i monaci-druidi che troviamo anche a York al tempo di Atelstano.
I monaci Culdei sono eredi del monachesimo irlandese, ossia Druidi irlandesi che si convertirono al cristianesimo per salvaguardare l’antica tradizione e che fondarono centri di cultura importanti, come Bangor (Droichead na Banna, 559 d.C.), dove studiavano circa 3 mila monaci e dove veniva conservata la conoscenza di testi greci e latini.
I Culdei, che avevano mantenuto lo spirito e la tradizione celtici, erano abili costruttori e avevano uno stile architettonico e dei metodi costruttivi originali, ma i loro edifici erano completamente costruiti in legno.
Culdei, nome derivante da Kaledeus de Cella, ossia “servitori di Dio” (una corruzione di Kelt-De) o ancora di Kile Dove, “amici di Dio”, era il modo con il quale erano chiamati i Fili irlandesi, eredi dei Druidi, i quali avevano assommati in sé le tre funzioni di Druida, Bardo e Ovate.
“Nei primi secoli della nostra era – scrive Arz Bro Haoned – nella Gallia romanizzata i Collegia, raggruppamenti di carpentieri, erano diretti dai «Carpidii»[vii], maestri celtici della tradizione forestale, i quali, nel contesto dell’epoca, non potevano che essere Druidi inseritisi nelle organizzazioni dei costruttori”. [viii]
Interessante notare che nel 290 d.C. , “una prima carta [legge fondamentale] dei costruttori dell’Impero Romano fu pubblicata a Verolamion (St Alban) emanata da Carausius[ix]governatore della Gran Bretagna e dal Belgio”. [x]
“I Druidi-ovati-maestri d’opera – asserisce Arz Bro Haoned – divenuti Culdei ricostruirono comunità di operai che trovarono lo stesso status di prima del cristianesimo celtico. Non è che un seguito del periodo precedente, con la stessa filosofia di prima, tinta d’una colorazione cristica che, secondo la nostra percezione, non apportò nulla di più”. [xi]
“Il termine Culdei – aggiunge Arz Bro Haoned – è applicato sia ai Druidi-ovati-maestri d’opera, sia a tutti coloro i quali partecipavano sotto la loro direzione all’atto di costruire, riuniti nella medesima comunità. In seguiti, solo quando i costruttori Culdei raggiunsero i monasteri celtici si parlò di «monaci Culdei» in Gran Bretagna e in Gallia”. [xii]
“A riguardo delle informazione raccolte sui Culdei – conclude in proposito Arz Bro Haoned – a noi sembra possibile considerarli come «corporazioni» dirette da Druidi-ovati. Queste organizzazioni avevano come scopo di assicurare alcune funzioni liturgiche, d’insegnamento e d’artigianato. Chiamate anche «Gens d’Art», le corporazioni comprendevano forestali, fonditori, tagliatori di alto fusto, fabbri, carbonai e ovviamente carpentieri”. [xiii]
Tali corporazioni avevano sette gradi di iniziazione e un rituale culdeo è arrivato sino a noi a testimoniarne uno. Eccolo riportato da Arz Bro Haoned.
“La consacrazione culdea è conferita dal Druida che impone il suo torq dopo un’elevazione destinata a caricarlo di sovranità divina, grazie allo spirito di Taranis, e che recita la seguente formula: «O Dio dall’ampio sguardo, vedi a chi noi imponiamo oggi il torq, vedi il servitore che noi abbiamo chiamato per servire da guado tra te e gli uomini, invia su di lui lo Spirito di Taranis, che egli sia fortificato dai sette doni della tua sovranità per eseguire fedelmente il suo compito e che si sforzi di vivere secondo lo Spirito»”. [xiv]
Il rituale culdeo ricordava, secondo Arz Bro Haoned, la rigenerazione ciclica del Kernunnos.
Rebus sic stantibus parrebbe ben indicata la linea di trasmissione iniziatica e sacerdotale dai Druidi alle corporazioni di Genti d’Arte, che non erano altro che gli Aes Dana.
Di grande interesse, ai fini delle ricerca tradizionale, è il rapporto tra l’Irlanda e l’Egitto.
Nel Medioevo l’Irlanda venne fortemente influenzata dall’Egitto. “Le antichissime leggende gaeliche – scrive Gardiner – tramandano che i sommi sovrani d’Irlanda sorsero in due riprese fra la XVIII e la XXVI dinastia dei Faraoni d’Egitto, unitamente allo sviluppo delle tecniche di agricoltura ad opera dei sacerdoti sino almeno al 570 a.C.”. [xv]
La XVIII dinastia è quella di Akhenaton, il riformatore religioso che diede avvio al monoteismo e la XXVI è quella saitica. “Fu per il tramite di due matrimoni regali fra il popolo scita e quello egizio – scrive ancora Gardiner – che la civiltà scoto-gaelica avrebbe avuto inizio. Il primo avvenne nel 1360 a. C., quando Niul, principe di Scitia e governatore supremo del Capacironto presso il Mar Rosso, aveva impalmato la figlia del faraone Smenkhkare, che nella lista dei re compilata da Manetone compare come Achencheres. Grazie a questa unione la figlia del faraone era diventata principessa di Scizia, assumendo il nome di Scota, vale a dire «conduttrice di genti»”. [xvi]
Va notato che la Scizia è una vasta regione che si affaccia sul Mar Nero e che gli Sciti sono parenti stretti dei Celti. “Ad essere precisi – aggiunge Gardiner – il vero nome del faraone era Smenkh-ka-ra (“vigorosa è l’anima di Ra”). Alternativamente, poiché Ra era il dio del sole della Casa della luce di Heliopolis, chiamato anche On, Smenkh-ka-ra poteva anche essere chiamato Smenkh-ka-on, presentando la stessa chiusura fonetica di Aaron. Nelle antiche cronache irlandesi si legge che per virtù di questo matrimonio «Niul e Aronne strinsero un’alleanza e divennero amici». I testi proseguono affermando che Gaedheal (Gael), il figlio della regale coppia, nacque in Egitto «nel tempo in cui Mosè cominciò ad agire come un capo popolo nei confronti dei figli di Israele». Poiché il Mosè rinomato (Moses erede reale) era il fratello di Aronne – come documentato nell’Antico Testamento in Esodo 4:14 – a partire dagli anni Trenta, grazie ai lavori di Freud e Breasted, molti ricercatori hanno cominciato a ritenere che Mosè possa essere identificato con il faraone Akhenaton, diretto discendente di Thutmosi III”. [xvii]
Un riferimento storico si ha riguardo ai copti, sicuramente ultimi eredi della sapienza egizia antica. “Un libro irlandese dell’ottavo secolo sulle vite dei martiri ricorda «i sette santi monaci egiziani che riposano a Disert Ulaidh». Monaci copti, come questi che si stabilirono in Irlanda, possono aver giocato un ruolo formativo nella prima Chiesa irlandese, che con i copti condivideva l’importanza attribuita al monachesimo e all’austerità”. [xviii]
I monaci Tironesi
Una traccia importante è costituita dalla presenza dei monaci Tironesi, della quale parlerà diffusamente l’amico Matteo Passeri.
Re Davide di Scozia chiamò in Scozia i monaci Tironianensi o Tironesi, (probabilmente di origine colombaniana, ossia seguaci di San Colombano, quindi di impostazione monacale irlandese) a costruire le cattedrali scozzesi. Alla loro opera si devono le cattedrali Arbroath (1178), Kilwinning (1140) e, più tardi, la Cappella di Rosslyn (1446).
I Tironesi, così chiamati dalla località di Tiron o Tyron o Thiron ove avevano la loro abazia fondativa, erano specializzati nella costruzione in pietra.
segue
Per chi volesse approfondire: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/storia-e-filosofia/269539/riti-forestali/
[i] Enrichetta Leospo-Mario Tosi, Vivere nell’antico Egitto, Giunti
[ii] Enrichetta Leospo-Mario Tosi, Vivere nell’antico Egitto, Giunti
[iii] Enrichetta Leospo-Mario Tosi, Vivere nell’antico Egitto, Giunti
[iv] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi
[v] Ward Rutherford, Tradizioni celtiche, Tea
[vi] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, Ed. Dell’Acquario – la citazione è da: Stuart Piggot – Il mistero dei druidi. Sacri maghi dell’antichità, Newton Compton pag. 39-40.
[vii] Il carpidio è il fiore o la foglia facente parte del fiore metamorfosata e modificata con funzione riproduttiva.
[viii] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris
[ix] Marco Aurelio Carausius
[x] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris
[xi] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris
[xii] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris
[xiii] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris
[xiv] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris
[xv] Gardiner, I segreti dell’arca perduta, Newton Compton
[xvi] Gardiner, I segreti dell’arca perduta, Newton Compton
[xvii] Gardiner, I segreti dell’arca perduta, Newton Compton
[xviii] Gerad Russel, Regni dimenticati, Adelphi





