
Di Sergio Restelli
«Quanto accaduto cambia le dinamiche e la traiettoria del Medio Oriente», dice Aaron David Miller, veterano del Dipartimento di Stato, uno degli storici negoziatori Usa fra palestinesi e israeliani, mentre le tv rilanciano le immagini di tre soldati trascinati fuori dai tank e portati chissà dove e il ministero della Sanità israeliano diffonde i numeri delle vittime sul fronte israeliano. Netanyahu ha dichiarato che Israele è in guerra e sembra però un conflitto diverso da altri del passato. «Anzitutto ci sono gli ostaggi, non sappiamo quanti siano, quanti civili quanti soldati. In un modo o nell’altro questo confronto militare avrà un elemento di negoziato per il rilascio degli israeliani che avrà un peso enorme. Durerà giorni, settimane, impossibile prevederlo. Quel che è successo è un disastro e ne aprirà altri».
Conflitto diverso da altri del passato.
Sul terreno umanitario. Questo conflitto finirà con un numero altissimo di civili palestinesi uccisi.
Politico perché Netanyahu è imbrigliato da Hamas che invece con questa operazione ha visto il suo prestigio nel mondo arabo crescere a dismisura.
E geopolitico, la frenata sulla normalizzazione dei rapporti fra sauditi e israeliani sarà brusca.
A 50 anni dallo Yom Kippur un altro attacco a sorpresa. E ha sbagliato l’intelligence israeliana. Gli è mancata l’immaginazione, la capacità di andare oltre le previsioni. Il confine di Gaza è il più presidiato, ogni telefono è controllato, i social sono monitorati, ci sono operazioni per intercettare movimenti; eppure, quanto successo ieri ha colto tutti di sorpresa. Perché non i missili, che Hamas abbia capacità di spararli e ne abbia una certa dotazione è noto. L’errore, quella mancanza di immaginazione cui ho fatto riferimento, sta nell’intrusione di decine di miliziani, da quanto sappiamo fino a un centinaio, nel territorio israeliano e il blitz nel catturare ostaggi e occupare villaggi e quartieri dentro Israele. È un elemento che cambia anche le dinamiche del conflitto e della risposta.
Quando dichiari guerra ti poni un obiettivo: la vittoria. Il nodo è: Israele punta a rioccupare Gaza? A decapitarne la leadership militare? Certo quest’ultima è un obiettivo legittimo, ma lo è da tempo.
La storia ci insegna di quanto le dinamiche nei conflitti con Gaza, e nell’ultimo decennio ce ne sono stati diversi, non sono mai risolutive. Ma quanto accaduto sta travolgendo e la risposta potrebbe proprio essere quella di ricorrere alle truppe di terra.
La prima telefonata di Netanyahu è stata con Biden. Cosa può garantire l’America?
Intanto il presidente ha rassicurato sul pieno sostegno, ha dato rassicurazioni, ma attenzione il sostegno non è a Netanyahu in sé ma a Israele. Washington è schierata senza indugi con lo Stato ebraico.
Cambierà qualcosa nella strategia Usa in Medio Oriente Anzitutto la missione nella regione che Blinken si apprestata a fare e che aveva il focus nella normalizzazione delle relazioni fra Israele e Arabia Saudita cambia volto, e lascia spazio a quella che in gergo chiamiamo “la diplomazia della crisi”.
La verità è che gli Stati Uniti hanno poca leva su Israele dopo quanto accaduto. Biden può invocare cautela, ma in una situazione del genere, quando un alleato è finito sotto attacco, cosa può fare l’Amministrazione Usa per allentare le tensioni? Poco.
I sauditi avevano fatto sapere di essere disposti ad aumentare la produzione di petrolio in caso di necessità e c’erano segnali positivi sulla strada verso la normalizzazione dei rapporti con Israele. Ora Come minimo ci sarà un rallentamento del processo. A meno che Riad e Washington siano disposti a mettere in disparte il dossier palestinese, ma non è realistico.
Ma c’è un altro aspetto a mettere tutto in pausa.
Non ci saranno concessioni ai palestinesi da parte di Netanyahu. Era uno degli elementi su cui si stava trattando nell’ambito della normalizzazione Gerusalemme-Riad. Quel che sta accadendo sta spuntando le armi anche al pressing americano su Netanyahu. Il fatto è che Hamas lanciando un attacco contro i civili ha detto al mondo, a quello arabo e a Washington: “Siamo ancora qui”.





