
di Raffaele Romano
Numerosa è la documentazione riguardante agenti dell’intelligence americana ed inglese che risalgono agli anni ’30 del ventesimo secolo: da Max Corvo a Frank Gigliotti, da John Mc Caffery ad Allen Dulles, da Dusan Popov, alias James Bond, a Ian Fleming, da Edgar Hoover a Johann Jebsen, da Franz Canaris a Reinhard Heydrich, da Emilio Quincy Daddario a Irving Brown, da André Bergeron a Léon Jouhaux, da Jay Lovestone a Henry Tasca, Victor Anfuso, Vincent Scamporino, James Angleton e Carmel Offie fino ad un doppiogiochista come Domenico De Ritis.
Bruno Buozzi nel 1926 era riuscito ad espatriare in Francia dove fu capace di tenere in vita la Cgl. Diresse il giornale “l’Operaio italiano” e militò nella Concentrazione antifascista. All’inizio del ’41 venne arrestato dai nazisti e fu consegnato ai fascisti che lo portarono in Italia a Ventotene. Di qui, a Torino, come vigilato speciale. Liberato dopo il 25 luglio, si trasferì a Roma, in quanto nominato “commissario” dei sindacati dei lavoratori dell’industria. Permanendo l’occupazione tedesca di Roma fu costretto a vivere in clandestinità. Con i documenti di Mario Alberti, un ingegnere di Benevento, abitava in Trastevere, presso l’abitazione di un presunto compagno socialista, Domenico De Ritis. Qui, il 13 aprile 1944, venne arrestato.
Racconta Pietro Bianconi in “1943: la Cgl sconosciuta”: “Un giorno viene operata una perquisizione perché il padrone di casa è sospettato di possedere un apparecchio radio clandestino. Il proprietario è assente e la perquisizione ha luogo senza risultato. Nessuno sospetta dell’ingegnere Mario Alberti, ma gli viene chiesta la carta di identità. Poiché la polizia è a conoscenza che al Comune di Benevento sono state sottratte delle carte di identità e il documento mostrato dall’ingegnere proviene da quel Comune, Buozzi viene tradotto in questura per accertamenti, in attesa dei quali lo si assegna al carcere di via Tasso”. Questa ricostruzione ha sempre destato però molte perplessità, infatti in quel periodo la città di Benevento si trovava nell’Italia liberata dagli anglo americani quindi, c’è da chiedersi come facessero i nazifascisti ad avere quelle informazioni anagrafiche. A parte questo e le solite italiche celebrazioni post-mortem alcuni fondamentali dubbi e ed interrogativi restano sia riguardo all’arresto che alla sua uccisione.
Bruno Buozzi poteva essere salvato?
Una prima risposta andrebbe ricercata ed approfondita in quell’oscuro personaggio di cui diamo evidenza riportando copia di documentazione che lo associavano all’OVRA in un ruolo “doppio” e che portava il nome del ragioniere Domenico De Ritis. Domenico De Ritis fu un personaggio, a dir poco, ambiguo in quanto risultava sia nell’elenco nominativo dei confidenti dell’O.V.R.A. (Opera Volontaria di Repressione Antifascista) pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1946 e sia facente parte del partito socialista. (Gazzetta 2.07.1946). A sostenere la tesi del doppio gioco basta guardare il fascicolo delle retribuzioni percepite fra il 28 gennaio 1930 ed il 31 marzo 1932 dall’OVRA per un importo complessivo di lire anteguerra 46.700, una cifra enorme per quell’epoca. Al De Ritis vanno affiancati altri due rilevanti fatti come la decisione di abbandonare la casa ai Parioli, in via San Valentino (oggi via Gramsci) che Buozzi aveva occupato proprio dopo aver lasciato quella di De Ritis (in questa abitazione di proprietà di Luciano Pertica, fratello della madre di Fiammetta Longo Boni, il leader sindacale era riuscito persino a rivedere la moglie dopo l’8 settembre). Così come restano i dubbi sulla scelta dell’abitazione di viale del Re, adesso viale Trastevere, che si rivelerà decisamente meno sicura della prima, più “espugnabile” da parte delle polizie naziste e fasciste. A quel punto e rapidamente il De Ritis organizzò il trasferimento infatti il 12 aprile Buozzi passò nella casa di Viale del Re. L’appartamento era intestato all’avvocato Guido Rossi.
Nel nuovo nascondiglio Buozzi vi dormì una sola notte, infatti la mattina dopo vi giunse la Gestapo che cercava l’avvocato Rossi in quanto sospettato di possedere una radio clandestina che non fu trovata chiesero, però, i documenti al sindacalista che, secondo la versione ufficiale, mostrò una carta d’identità che per i tedeschi faceva parte di un furto di documenti sottratti al comune di Benevento. per questo, fu tradotto a via Tasso.
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