Home Politica estera BASTA FANFARONATE DA CIRCO EQUESTRE MENTRE INFURIANO LE GUERRE

BASTA FANFARONATE DA CIRCO EQUESTRE MENTRE INFURIANO LE GUERRE

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Il comico Zelensky va a Washington con un “Piano della vittoria”. I giornaletti della propaganda si chiedono quando la Russia sarà sconfitta grazie agli F16. Ogni giorno la stampa occidentale si inventa una Wunderwaffen (arma miracolosa).

Zelensky ogni giorno ne inventa una per battere cassa.

L’ultima trovata è quella del “grande programma missilistico” che verrà annunciato quest’anno o nel 2025. Campa cavallo.

Ad annunciarlo, come riporta l’agenzia statale Ukrinform, è il ministro della Difesa, Rustem Umerov, al Secondo Forum Internazionale delle Industrie della Difesa (Dfnc2).

Poi viene il ridicolo: “Abbiamo già iniziato a lavorare sui missili balistici”, ossia missili che hanno traiettoria e obiettivo fisso. Di missili da crociera, ovviamente, non si parla.

Subito dopo arriva la richiesta di fondi.

Secondo Umerov, sono necessari investimenti e accordi di lungo termine per sostenere la produzione anche dopo la guerra e per l’esportazione. 

Non bastasse, arriva Volodymyr Zelensky a dire che l’Ucraina è in grado di produrre quattro milioni di droni all’anno e sta rapidamente aumentando la produzione di altre armi, ha detto il presidente al Secondo Forum Internazionale delle Industrie della Difesa (Dfnc2), a Kiev.

L’Ucraina, secondo Zelensky, ha già stipulato contratti per produrre 1,5 milioni di droni quest’anno: “Nelle condizioni estremamente difficili della guerra totale, sotto i continui attacchi russi, gli ucraini sono stati in grado di costruire un’industria della difesa praticamente da zero”.

Poi arriva primo Ministro Denys Shmyhal a battere cassa. Dice che l’Ucraina ha triplicato la produzione interna di armi nel 2023 e ha raddoppiato il volume nei primi otto mesi di quest’anno.

“Il bilancio del prossimo anno – ha detto Shmyhal – prevede un aumento del 65% dei fondi per l’acquisto di armi. Si tratta di un aumento di quasi 7 miliardi di dollari”.

Shmyhal, al forum, ha spiegato che il compito strategico dell’Ucraina è quello di  rafforzare la capacità a lungo raggio delle armi ucraine, in modo che non ci sia un luogo sicuro nella parte europea della Russia dove i nostri droni e missili non possano arrivare”.

Shmyhal ha parlato di diversi accordi tra aziende ucraine e straniere per la produzione di munizioni, diversi tipi di droni e anche per la riparazione di attrezzature occidentali in Ucraina.

Detta in sintesi la logica dell’Ucraina è sempre la stessa: vinceremo se potremo colpire la Russia nel suo territorio e lo possiamo fare se ci date i soldi per produrre armi. Ottimo messaggio per le industrie armiere occidentali e pessimo messaggio per chi paga, perché lo Stato ucraino non ha il becco di un quattrino ed è a totale carico dell’Occidente.

In ogni caso, come ho scritto anche ieri, l’unico elemento fondamentale non fabbricabile e non sostituibile è quello umano e in Ucraina i soldati scarseggiano e monta l’insofferenza di chi sta al fronte perché capisce che viene mandato a morire per nulla.

Il cerchio magico di Zelensky continua a vendere immaginifiche vittorie, mentre la realtà, nuda e cruda, presenta il conto.

E la realtà è che le truppe ucraine hanno ricevuto l’ordine di ritirarsi dalla città di Vuhledar, città della regione di Donetsk a lungo contesa, per evitare l’accerchiamento da parte delle truppe russe.

In un comunicato ufficiale del comando militare orientale si legge: “Il comando superiore ha concesso il permesso di effettuare una manovra di ritiro delle unità da Vuhledar per preservare il personale e l’equipaggiamento militare e prendere posizione per ulteriori azioni”.

Vuhledar è uno snodo chiave del Donbass, la città mineraria è strategica per controllare le regioni interne di Dnipro e Zaporizhzhia.

A Vuhledar si trova un’importante area fortificata delle forze armate ucraine, tra le più importanti del Donbass meridionale. Sui canali Telegram dei propagandisti militari russi hanno cominciato ad apparire video che mostrano personale militare russo che pianta bandiere russe in diverse zone della città.

La perdita di Vuhledar complicherà la difesa di Pokrovsk e rafforzerà le linee di rifornimento russe.

Cartina Vuhledar2

La cartina rende l’idea di come la conquista di Vuhledar da parte die russi potrebbe portare a un crollo dell’intero fronte che comprende Kurakhove e Pokrovsk, eliminando linee di rifornimento strategiche per l’esercito ucraino e aprendo la strada per la conquista di Kramatorsk.

Vuhledar si trova su un terreno elevato sopra un’importante strada est-ovest, che potrebbe essere utilizzata come rampa di lancio per attaccare altri hub di trasporto militare ucraini a ovest.

Fin dall’inizio della guerra la Russia ha cercato di conquistare questa città per avanzare più a nord e raggiungere snodi di trasporto regionali come Kurakhove e Pokrovsk.

La conquista di Vuhledar da parte die russi potrebbe portare a un crollo dell’intero fronte che comprende Kurakhove e Pokrovsk, eliminando linee di rifornimento strategiche per l’esercito ucraino.

Comunque sia, il nodo per chiudere la vicenda ucraina, iniziata nel 2014, scoppiata nel 2022 e ora arrivata alla fine, è la non partecipazione di Kiev alla Nato.

Qui l’interlocutore è Washington che dalla questione sul tavolo non può più scappare.

La portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, ieri ha infatti detto che la Russia ha scartato la possibilità di colloqui nucleari con gli Stati Uniti a causa della posizione di Washington sull’espansione della Nato.

“Non vediamo – ha detto Maria Zakharova – alcun senso nel dialogo con Washington senza il rispetto degli interessi fondamentali della Russia. Prima di tutto, si tratta del problema dell’espansione della Nato nello spazio post-sovietico, che pone minacce alla sicurezza comune”.

Martedì il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che la Russia non discuterà la firma di un nuovo trattato con gli Stati Uniti per sostituire l’accordo che limita le armi nucleari strategiche di entrambe le parti, che scade nel 2026, poiché deve essere ampliato ed esteso ad altri stati.

E qui, nel rapporto Usa Urss si potrebbe consumare un’altra delle linee di frizione che è ormai emersa come conflitto aperto, ossia quello dell’Iran con Israele.

Le milizie filo-iraniane in Iraq hanno testimoniato che dopo l’assassinio di Nasrallah a Teheran lo shock era totale: “Non è stata ricevuta alcuna istruzione”.

E anche se la risposta, arrivata successivamente, con una massa di missili balistici, non ha fatto altro che dimostrare la debolezza strutturale dell’Iran dal punto di vista militare.

Inoltre è sempre più evidente il fatto che in Iran è in atto un confronto serrato tra le diverse anime del potere, con la possibilità che lo stesso regime possa crollare.

Il massiccio attacco missilistico sferrato dall’Iran contro Israele è stato, infatti, organizzato e condotto dal Corpo delle guardie della rivoluzione islamica nonostante l’opposizione del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che da giorni sollecitava privatamente a evitare una escalation, temendo che Israele puntasse a trascinare Tehran in un conflitto aperto.

E’ quanto sostengono fonti citate dal quotidiano “New York Times”, secondo cui l’attacco missilistico di martedi è il culmine di un duro braccio di ferro ai vertici delle istituzioni iraniane, con le Guardie della rivoluzione favorevoli a un’azione dimostrativa di alto profilo. Posizione, quella delle Guardie della rivoluzione, che avrebbe infine convinto la guida suprema della Repubblica islamica, l’ayatollah Ali Khamenei, ad approvare i loro piani.

Pezeshkian, di contro, “non è stato informato dell’attacco sino a poco prima del suo inizio”, stando a fonti citate dal noto editorialista Thomas L. Friedman.

Secondo il quotidiano statunitense, ormai da settimane a Tehran covava il malcontento per la strategia attendista assunta nelle ultime settimane.

La convinzione delle Guardie della rivoluzione era che l’Iran avesse compiuto un grave errore di calcolo non rispondendo immediatamente all’uccisione del leader dell’organizzazione islamista palestinese Hamas, Ismail Haniyeh, assassinato lo scorso luglio proprio a Tehran, e alla più recente uccisione di un comandante iraniano di alto rango, il generale Abbas Nilforoushan, ucciso dalle Forze di difesa israeliane a Beirut assieme al leader del partito militante libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Il presidente iraniano Pezeshkian, al contrario, avrebbe raccomandato sino all’ultimo momento la massima cautela, sostenendo che Israele punti a trascinare Tehran in un conflitto aperto.

In conclusione i vertici delle Forze armate iraniane, convinti che un atto di deterrenza contro Israele fosse oramai inevitabile, avrebbero ottenuto il via libera da Khamenei per l’attacco missilistico.

Pezeshkian, a questo punto è da considerare sostanzialmente estromesso da ogni decisione e fonti citate dal “New York Times” anticipano che Khamenei guiderà personalmente la preghiera del prossimo venerdì a Tehran, come accade solitamente solo in circostanze di grave crisi.

L’ayatollah dovrebbe pronunciare un sermone che probabilmente detterà la linea della Repubblica islamica nelle settimane a venire.

La risposta di Israele all’attacco missilistico dell’Iran di ieri mirerà a causare “danni finanziari significativi“, ha detto una fonte israeliana al quotidiano “The Times of Israel”, secondo cui la risposta “deve essere significativa e deve arrivare presto”.

L’indiscrezione è giunta mentre ieri era in corso una riunione sulla sicurezza a Tel Aviv tra il primo ministro, Benjamin Netanyahu, il capo dell’agenzia di sicurezza interna Shin Bet, Ronen Bar, il direttore dell’agenzia di intelligence Mossad, David Barnea, il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, Herzi Halevi, e il ministro della Difesa, Yoav Gallant.

Un attacco finanziario potrebbe mettere ulteriormente in ginocchio la già traballante economia dell’Iran e anche innescare ulteriormente i fenomeni di protesta che ormai da tempo minano il potere di Khamenei e dei Pasdaran.

Non è da sottovalutare, infine, il legame esistente tra il Medio Oriente e la guerra in Ucraina.

Sono due quadranti nei quali si confrontano la Russia, che sostiene l’Iran e gli Usa, che sostengono Kiev.

La mossa di Bibi Natanyahu di mettere a nudo l’impotenza di fatto dell’Iran e di delegittimarne la presenza nel Medio Oriente potrebbe presentarsi sui tavoli di possibili trattative riguardanti un congelamento delle situazioni.

Alcune cose sono ormai chiare.

L’Ucraina ha perso la guerra e con l’Ucraina l’ha persa Biden (Nuland, Soros, &Co).

L’Iran ha perso la partita della sua capacità di ricatto nel Medio Oriente e questo fatto rende la Russia necessariamente interlocutrice di Israele per difendere le sue basi in Siria.

La partita del RisiKo è appena all’inizio.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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