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AVREMO UN MONDO MONOPOLARE O MULTIPOLARE? Parte prima

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di Nino Macri Pellizzeri

Collegamento di 1° grado Introduzione

Ho diviso questo lungo articolo in quattro parti per comodità di lettura. Come mi è stato suggerito in
passato esso è strutturato in quattro articoli separati anche se con un filo logico comune indicato nel titolo.
Nella prima parte faccio una brevissima fotografia dei due problemi di oggi, Ucraina e Taiwan, che sono in
apparenza separati ma in realtà strettamente connessi.
Nella seconda parte introduco il concetto di mondo globalizzato e multipolare del quale si proclamò
campione il Presidente Xi Jinping nel Forum di Davos del 2017, proprio quando gli Stati uniti di Trump
facevano un passo indietro ritirandosi addirittura da molti tavoli internazionali come ad esempio l’accordo
di Parigi sul clima.
Tutto ciò però sottintende che gli unici Paesi ad avere una voce in capitolo siano gli USA, con i suoi alleati
occidentali e la Cina/Russia. Ma come la pensano gli altri popoli? Il sud del mondo che costituisce la
maggioranza della popolazione mondiale e che è stanco di secoli di sfruttamento. Ne parlo diffusamente
nella terza parte.
La quarta rappresenta una posizione diversa, forse, e devo dire purtroppo, la più realistica almeno con gli
occhi di oggi.
In tutto questo lungo saggio mi sono riferito sempre a fatti e opinioni occidentali che vengono considerati
più “liberi e obiettivi” di quanto lo siano quelli provenienti da paesi a “democrazia limitata”. Solo nelle
ultime righe ho espresso le mie opinioni commentando l’ultimo articolo che per me rappresenta la
contraddizione assoluta dei principi filosofici, civili, sociali e umani in cui mi sono formato e in cui voglio
vivere.

1 – Ucraina e Taiwan, il problema di oggi
Qualche anno fa pubblicai su questo sito una serie di articoli dal titolo “Tutti contro tutti”. Vedevo in
prospettiva un mondo diviso sostanzialmente in tre, o meglio in “2+1”. Ovviamente i due erano gli Stati
Uniti e la Cina e il terzo era, o avrebbe potuto essere, l’Europa; un’Europa più unita, autonoma, e punto di

equilibrio e di mediazione fra i due grandi avversari. Lo spunto mi era stato dato da uno scritto di un
professore di politica europea dell’università di Shanghai. Era un profondo conoscitore del nostro mondo e,
prendendo spunto dalla crisi greca a cui l’Europa poneva condizioni durissime, ci rimproverava per questa
“mancanza di riconoscenza” nei confronti della “nostra madre” il cui salvataggio sarebbe costato
pochissimo a un gigante come l’Europa. In conclusione innalzava un vero e proprio peana a un’Europa faro
di civiltà del mondo. La Russia, tutto sommato, era abbastanza dormiente, come un orso che si stiracchia al
risveglio dal letargo e si prepara ad andare a caccia del cibo.
Oggi la situazione è molto, molto, diversa. La crisi ucraina è tutt’altro che risolta, anzi tutti si aspettano che
una battaglia ancora più drammatica e violenta di quella dello scorso anno provocherà altre morti, altre
distruzioni e forse ci porterà sull’orlo di un precipizio al di là del quale parleremo di nuovo in concreto di
guerra mondiale. Proprio all’inizio di maggio quando ho impostato il mio articolo, la sensazione di una crisi
molto più grave e generale si è fatta più viva e si è cominciato a considerare più teatri insieme, un unicum
in cui gli interessi delle varie potenze si confrontano e scontrano. Parlo ovviamente di Ucraina, Taiwan e di
altri teatri “minori”, ma anche dell’atteggiamento non più inerte, in cui le cancellerie di molti Paesi del
mondo, fino a ora silenti, cominciano con cautela a prendere posizione. In parallelo i grandi giornali di tutto
il mondo cominciano a farsi delle domande e a chiedersi se non sia il caso di studiare possibilità più
pragmatiche considerando che le tre più grandi potenze nucleari del mondo si stanno guardando sempre
più in cagnesco.
Il punto di partenza della mia analisi è ovviamente la crisi ucraina dove ormai si combatte da più di un anno
e ci si aspetta una stagione di combattimenti mai visti fino ad oggi. Che cosa succederà? Per adesso tutti
aspettano di vedere se uno dei due contendenti riuscirà a sfondare le linee dell’altro oppure se ci
troveremo di fronte ad una guerra di trincea come nel primo conflitto mondiale. Nessuno prende in
considerazione il fatto che ciascuno di questi scenari provocherà decine di migliaia di morti che andranno
ad aggiungersi a quelli (oltre centomila) che ci sono stati fino a ora. Vittime incolpevoli da entrambe le
parti, i poveri morti che le madri, mogli, figli, piangeranno senza capire il perché di questa strage. Peggio,
l’industria di tutto il mondo si prepara alla “grande abbuffata” che sarà la ricostruzione dell’Ucraina. Mi
ricordo quanto ci scandalizzammo alla notizia che la notte stessa di un disastroso terremoto in Italia due
persone, intercettate al telefono, ridevano felici per i guadagni che avrebbero fatto con la ricostruzione.
Che dire dunque del convegno fatto qualche giorno fa a Roma in cui ci si preparava a spartirsi la “torta
ucraina” cercando di arrivare prima dei concorrenti stranieri? Con i cadaveri ancora caldi e altri che
moriranno nei prossimi giorni! Non sono quindi solo i fabbricanti di armi, ma l’intero mondo degli affari,
l’intero occidente, a vedere la guerra come una grande opportunità economica: il resto, l’idealismo, è solo
un velo di copertura.
Parto dall’ultima assemblea generale dell’ONU che ha condannato l’invasione russa. Tutto l’Occidente ha
esultato perché i voti contrari sono stati solamente 7 su 193 nazioni che costituiscono l’assemblea. Nessuno
ha approfondito l’analisi di questo risultato, che non è poi così chiaro e trionfale. Se andiamo un po’ più in
profondità, scopriamo che in Africa ci sono stati 14 astenuti e 2 contrari, in Sud America 3 astenuti e 1
contrario, in Asia 15 astenuti e 2 contrari, oltre ovviamente al voto contrario di Russia e Bielorussia.
Spiccano, fra gli astenuti, Paesi giganteschi come la Cina, l’India, il Pakistan, il Bangladesh. 14 Paesi non
hanno votato. La Russia aveva chiesto che ci fosse un voto segreto, ma l’assemblea ha rifiutato,
formalmente perché era irrituale. Forse se si fosse votato a scrutinio segreto il risultato, in questo caso
come in casi precedenti, sarebbe stato ben diverso. Chi, infatti, può permettersi di schierarsi apertamente
contro gli USA e a favore della Russia? In sostanza solo il nord del mondo ha votato compattamente a
favore.
E a questo punto lascio da parte lo scenario ucraino per parlare del vero punto di scontro che è nell’Oceano
Pacifico ed ha come innesco l’isola di Taiwan. Ricordo che alla fondazione dell’ONU la Cina era appena

uscita da una gravissima guerra civile in cui Mao Zedong era stato vincitore e aveva costretto il suo
avversario Chiang Kai-shek a rifugiarsi assieme a circa duecentomila seguaci nell’isola di Taiwan. Si trattava
però di una semplice tregua perché il KMT era convinto che di lì a poco sarebbe sbarcato di nuovo nella
Cina continentale con l’aiuto americano, vincendo la resistenza delle armate di Mao. I combattimenti fra
due isolette (appartenenti a Taiwan) e la costa cinese a poco più di due chilometri di distanza furono
pressoché continui. Gli USA portarono Taiwan all’ONU, addirittura nel consiglio di sicurezza come unico
rappresentante di tutta la Cina, ipotizzando una rapida riunificazione. La storia andò diversamente. La
riconquista non avvenne, i combattimenti lentamente rallentarono e alla fine gli USA presero atto della
realtà dei fatti e “convinsero” Taiwan ad uscire dall’ONU, sostituita dalla Cina, promettendole però
protezione assoluta. Poco dopo iniziò il percorso di conciliazione fra Washington e Pechino. Era un
ribaltamento di fronte assolutamente storico. Da un punto di vista formale Taiwan non esisteva più come
nazione sovrana, anche se i suoi rapporti commerciali con il resto del mondo crebbero sempre di più. La
Cina era una (idea condivisa da entrambi i lati dello stretto), ma giuridicamente essa era diventata
Pechino. Iniziava il periodo di avvicinamento Cina – USA, basato, chiariamo, su dichiarazioni volutamente
ambigue da parte di tutti. Tutto sommato la situazione andava bene a tutti, i rapporti fra i due lati dello
stretto migliorarono ed io stesso lavorai senza problemi contemporaneamente con entrambi i Paesi. Di più:
la situazione era così tranquilla nei fatti, che io vinsi un contratto in Cina in associazione con una società di
Taiwan e in competizione con una società cinese. Poi Trump vinse le elezioni e la situazione cambiò
immediatamente per una sua dichiarazione “Non capisco perché dobbiamo rimanere legati alla politica
di una Cina senza contropartite in altri campi come il commercio”
Ripeto parte di ciò che scrissi allora. La reazione cinese fu violentissima sia da parte delle istituzioni con dichiarazioni
pacate ma molto ferme, sia dalla stampa ufficiale del partito. L’ambasciatore cinese a Washington dichiarò
“…certamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale non sono oggetto di trattativa. Mi auguro che questo sia
chiaro a tutti”. E la stampa cinese “La politica di una-Cina non è in vendita. Trump pensa che ogni cosa abbia un
prezzo, e, nel momento in cui si possieda una leva opportuna, possa essere comprata o venduta… Trump deve
imparare a trattare la politica internazionale con modestia, specie le relazioni Cino-Americane……… Se Trump
abbandonasse la politica di una-Cina, supportasse pubblicamente l’indipendenza di Taiwan e vendesse ufficialmente
armi a Taiwan la Cina non avrebbe alcun terreno di collaborazione con Washington nella politica internazionale… La
politica di una Cina ha mantenuto pace e prosperità a Taiwan, e, se si cambiasse sistema, si creerebbe una reale
tempesta attraverso gli Stretti… La Cina potrebbe non dare più priorità a una unificazione pacifica rispetto ad una
presa del potere militare”. Ed in un altro articolo “ La verità è che questo inesperto Presidente-eletto probabilmente
non capisce di cosa parli. Egli ha sovrastimato la capacità americana di dominare il mondo e non si rende conto della
limitatezza della forza americana nel mondo di oggi…La Cina deve guadagnarsi il rispetto del team di Trump altrimenti
sarà duro interagire con Trump nei prossimi quattro anni… Se Trump vuole giocare duro, la Cina non si tirerà indietro.
Pechino dovrebbe cominciare da una punizione severa delle forze indipendentiste Taiwanesi, valutando la possibilità di
ristabilire l’ordine con mezzi non pacifici, e far uso della forza militare per ottenere la riunificazione…. Perché
dovremmo accettare questo accordo così sleale ed umiliante da parte di Trump? E infine la sfida “del resto se
attaccassimo Taiwan cosa farebbero gli Sati Uniti? Farebbero guerra alla Cina con tutte le conseguenze a livello
mondiale per proteggere Taiwan? E chi si schiererebbe dal loro lato?”
La fase di relativa pace era finita. La situazione oggi è sicuramente grave. La visita di Nancy Pelosi a Taipei
provocò una reazione violentissima dei Cinesi che la ritennero un riconoscimento “de facto” da parte degli
USA e una provocazione inaccettabile. A poco servirono le giustificazioni ufficiose di Washington che né il
governo e neppure lo stesso Presidente avevano il potere di fermarla. Poco tempo fa si è verificata la
replica con l’incontro in USA, ufficialmente durante uno scalo tecnico, fra la presidente di Taiwan e il nuovo
speaker del Parlamento americano. C’è stata una reazione analoga da parte delle forze armate cinesi e
ancora in questi giorni avvengono ripetuti movimenti di navi e aerei intorno all’isola. Per converso le navi
americane continuano ad andare avanti e indietro nello stretto, come analoga dimostrazione di forza,
accompagnate da navi occidentali e a breve anche da una flotta italiana. Perché? E’ un’ideologia a

muovere le parti una contro l’altra? Dal punto di vista cinese direi “sostanzialmente si”. Non molto tempo
fa, durante un breve faccia a faccia Biden–Xi a Bali entrambi i capi di stato riconobbero la necessità di
migliorare i loro rapporti ma Xi chiarì che la posizione cinese su Taiwan non era negoziabile. Chiunque
conosca la Cina sa che la riunificazione con Taiwan è solo l’ultimo evento del risorgimento cinese dopo il
“secolo delle umiliazioni” in cui essa fu invasa e soggiogata dalle potenze occidentali e dal Giappone.
Nessun cittadino cinese accetterebbe l’indipendenza dell’isola. Per converso Xi sa bene che un’invasione
armata di Taiwan, anche se avesse successo, provocherebbe la morte di un’innumerevole quantità di cinesi
dalle due parti e la distruzione pressoché totale dell’isola. Basta vedere l’orografia di Taiwan per rendersi
conto di ciò. Un fatto del genere, cinesi contro cinesi, creerebbe un odio inestinguibile ed eterno fra le due
popolazioni. In entrambi i casi si rischierebbe una destabilizzazione dell’intera Cina. Per questo motivo Xi
parla di una riunificazione pacifica. Anche in questo caso si deve analizzare la situazione dal punto di vista
delle parti in causa, e non della nostra logica. Il concetto di tempo per la Cina è ben diverso dal nostro. I
Cinesi guardano all’eternità e scandiscono il tempo in secoli e millenni, mentre noi lo contiamo al massimo
in qualche anno. I loro punti fissi sono quindi ben diversi dai nostri e riassumibili in due soli. Il primo. Una
dichiarazione di indipendenza a Taiwan scatenerebbe una guerra senza quartiere nell’ambito di un’ora al
massimo, e forse di minuti. Secondo: Xi avrà bisogno di mostrare al suo popolo qualche passo di
riavvicinamento più o meno formale entro i prossimi cinque anni o poco più, per far vedere che si inizia a
percorrere quella strada. Se, per ipotesi, il KMT vincesse le prossime elezioni politiche, ciò sarebbe di per sé
un ottimo segnale. Gli eredi di Chiang Kai-shek condividono infatti da sempre l’idea di una sola grande Cina
ed il loro atteggiamento sarebbe certamente più morbido di quello del PDP, il partito attualmente al
governo. Un ex presidente di Taiwan, del KMT appunto, è stato di recente a Pechino per discussioni
politiche, e gli Americani si sono immediatamente allarmati che ciò potesse preludere ad un
riposizionamento dell’isola nello scenario internazionale.
E dal punto di vista americano? Proprio per quanto ho appena detto, probabilmente esiste una spinta
ideologica americana, anche se di natura molto diversa e legata alla loro visione unipolare del mondo.
Furono proprio gli Stati Uniti a sostenere da sempre, e in teoria ancora oggi, che la Cina è una sola. Non
avrebbero dunque alcun motivo di allarmarsi se il KMT andasse al potere ed i rapporti fra le due sponde
diventassero più tranquilli e orientati a una riunificazione in un momento più o meno lontano. Gli USA
invece hanno un bisogno estremo di Taiwan perché l’isola costituisce il punto focale della linea di
accerchiamento marittimo della Cina. Se essa si avvicinasse alla ex-madrepatria tutta la prima linea non
esisterebbe più e la seconda è troppo lontana per una pronta azione militare come ho scritto più volte in
passato. Per questo oggi la politica americana opera in maniera felpata per andare nei fatti verso due Cine,
chiedendo ad esempio l’ammissione indipendente di Taiwan in alcune organizzazioni internazionali. Biden
qualche mese fa ebbe a dire, cito a memoria “Dobbiamo mettere la Russia in grado di non nuocere per i
prossimi 40 anni in modo da poterci concentrare sul nostro avversario reale”. Può anche darsi che nell’arco
di quest’anno l’Ucraina riuscirà a ricacciare la Russia nei suoi confini del 1991 senza creare disastri mondiali,
ma per adesso l’unico risultato è il riavvicinamento di due giganti: la Cina che da un punto di vista sia
economico che militare anche con capacità nucleari è la seconda potenza mondiale, e la Russia che può
essere forse arretrata più di quanto ci aspettassimo da un punto di vista militare, ma che dispone di oltre
6000 testate nucleari. Nessun Paese al mondo può ignorare ciò.

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  • Redazione

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