
di Gianvito Caldararo
Assoluzioni dopo le condanne. In questi giorni abbiamo assistito a tutta una serie di pesanti condanne che sono diventate assoluzioni. Fatti che nella fase delle indagini del PM e del processo di primo grado hanno avuto un enorme impatto mediatico, con sentenze di colpevolezza che hanno comportato pesanti condanne.
Il primo caso è stata l’assoluzione dei vertici del noto Istituto di Credito del Monte dei Paschi di Siena, che in primo grado avevano subito condanne di circa 7 anni di reclusione , perchè accusati di falso in bilancio e di altri reati connessi. Un processo che aveva dominato la scena mediatica per diversi anni. Nel 2022 la Corte d’appello aveva annullata la sentenza di primo grado ed in questi giorni è giunta la definitiva assoluzione da parte della Corte di Cassazione. Fatti accaduti tra il 2008 e il 2012 e conclusosi con l’assoluzione dopo ben 11 anni.
Il secondo caso è quello dell’ex direttore del quotidiano “Il Sole 24 ore”, Roberto Napoletano, accusato di aggiotaggio ed altro e condannato in primo grado ad una pena di 2 anni e 6 mesi di reclusione. Dopo una lunga attesa di 6 anni tale condanna in sede di appello è divenuta una decisione di piena assoluzione.
Il terzo caso è quello dell’ex sindaco del comune di Riace ( RC), accusato di reati infamanti riguardante la gestione dei migranti e condannato in primo grado ad una pesante e severissima sentenza di primo grado di ben 13 anni e 2 mesi di reclusione. Giorni di carcere e di arresti domiciliari, di sofferenze e mortificazioni la sentenza di appello riduce la pena ad appena 1 anno e 6 mesi, per il solo reato di “abuso d’ufficio” connesso all’affidamento del servizio per la raccolta e il trasporto dei rifiuti.
Questi tre clamorosi fatti pongono alcune riflessioni.
La prima riflessione è quella che il giudizio di appello, che alcuni vorrebbero drasticamente rendere più problematico, si rivela fondamentale per un giudizio più sereno dei fatti contestati. Come dice l’avvocato Caiazza, già presidente dell’Unione della camere penali italiane, riguarda “la salvifica funzione del secondo grado di giudizio”.
La seconda riflessione è quella di constatare di come la sentenza di primo grado risente molto della martellante e pesante campagna mediatica che viene scatenata intorno alla vicenda, occupando tutte le prime pagine dei principali quotidiani e di altri mezzi di comunicazione per giorni e giorni.
La terza riflessione è quella sollevata sempre dal citato avvocato Caiazza e cioè ” la indipendenza interna del giudice (dal PM per capirci). Quella doverosa indipendenza di giudizio (o terzietà, fate voi) assai impalpabile fino alla udienza preliminare (eppure il GIP/GUP avrebbe proprio il compito di controllare le indagini e l’esercizio dell’azione penale, stroncando nella culla le accuse infondate) cresce in modo drastico nel progredire dei gradi di giudizio, ma non sufficientemente in primo grado quando il processo è ad alta intensità mediatico-politica, come queste ultime vicende e tante altre analoghe”, conclude l’avvocato Caiazza. E sempre l’avv. Caiazza che afferma: “solo quando il condizionamento mediatico si va spegnendo, e l’impatto della sconfitta dell’Accusa risulta stemperato dal decorso del tempo e dunque più facilmente tollerabile dal sistema, il giudizio riacquista la sua naturale indipendenza; e giudica i fatti per quello che sono e significano nella realtà”.
Il tutto nel mentre la notizia della colpevolezza di costoro, è già stata ampiamente memorizzata dall’opinione pubblica e quella dell’assoluzione, purtroppo, che resta confinata nel quasi totale silenzio o riportata come “notiziola ” nascosta nelle pagine interne di quei quotidiani che nella fase delle indagini del PM gli avevano dedicate le prime pagine.
La riflessione conclusiva è di come il nostro sistema mediatico contribuisce ad aggravare la situazione di un imputato innocente e dei suoi cari, costretti a vivere la vergogna di accuse infondate ed il linciaggio di moralisti senza scrupoli, sollecitati da una informazione che ignora il principio della presunta innocenza sancita dall’articolo 27 della Costituzione, che recita: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Ma come dice l’avvocato Caiazza: “non illudetevi, le tricoteuses (magliaie) nostrane non hanno alcuna intenzione di riporre i loro ferri nel cesto”.





