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Niente coppa, Bagnoli non si tocca

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Coppa America

Le insensate proteste del quartiere di Napoli contro l’America’s Cup

Non vogliono la più blasonata competizione mondiale di vela. Battono le pentole da cucina come forsennati, gridano in coro, si ammassano davanti alle transenne.

Le migliaia di persone in piazza sono convinte di essere contro l’America’s Cup ma in realtà protestano contro la bonifica del proprio quartiere.

Contro l’inquinamento che li avvelena da trent’anni. Urlano, ma non capiscono che così otterranno solo l’abbandono. Stanno perpetrando le promesse tradite da sei governi. Caricano a testa bassa contro chi finalmente sta provando a fare qualcosa.

Trentacinque anni. Tanto è passato dalla chiusura dell’Italsider. Il più grande sito industriale dismesso d’Europa, avvelenato nei fondali e nel terreno, è rimasto lì. Fermo.

Un monumento all’incapacità italiana di demolire, bonificare, ricostruire. Nessuno ha mai battuto una pentola contro chi ha scaricato veleni nel mare. Nessuno ha sfondato transenne per chiedere conto ai governi che hanno lasciato marcire tutto.

Ma ora arrivano 152 milioni di investimenti, dragaggi, bonifica dei fondali, infrastrutture, una ricaduta economica stimata in un miliardo. E scatta la rivolta.

Uno scatolone portato in piazza del Plebiscito riassume la filosofia del movimento: “America pacco”. Stelle e strisce sulla scatola. Un colpo di genio, non c’è che dire. Se non fosse che il “pacco” è l’unica cosa concreta capitata a Bagnoli dal secolo scorso.

Le parole d’ordine sono quelle di sempre: trasparenza, salute, partecipazione. Il copione è rodato. Funziona da Taranto a Genova, dalla Val di Susa a Bagnoli.

Prima si invoca l’intervento dello Stato. Poi quando lo Stato interviene si grida al complotto. Si occupano cantieri. Si bloccano camion. Si feriscono poliziotti. Si minaccia il sindaco con scritte che evocano la colmata come sepoltura.

Nel frattempo, l’area resta un deserto tossico. Ma un deserto familiare e tanto basta.

Il sindaco Manfredi ha pronunciato l’unica frase che meriti di essere ricordata: “Se prevale l’ideologia, per altri 30 anni resta tutto così”. Una profezia fin troppo facile. In Italia il No non è una posizione. È un’identità.

Ma queste proteste non nascono dal nulla. Dietro gli striscioni e le pentole c’è un circuito ben identificato: centri sociali come Insurgencia, il Movimento disoccupati 7 novembre, i collettivi di Scampia, la galassia antagonista che va da Rifondazione Comunista agli eredi di De Magistris.

Per trent’anni hanno usato Bagnoli come bandiera ideologica. Cemento zero, spazi ai centri sociali, spiaggia libera, no al turismo di massa. Per trent’anni hanno avuto ragione su un punto: lo Stato aveva abbandonato quel quartiere.

Sei governi, decine di commissari, miliardi annunciati e mai arrivati. Chi vive a Bagnoli ha tutte le ragioni per non fidarsi delle istituzioni. Ed è in quel vuoto che i professionisti della protesta si sono insediati, diventando l’unico punto di riferimento.

Che a Bagnoli ci sia paura è comprensibile: per trent’anni lo Stato ha mentito. La paura delle polveri, delle diossine, dei tumori è reale, costruita su decenni di veleni veri. Ma senza questi lavori la colmata non verrebbe né rimossa né messa in sicurezza: resterebbe dov’è, a marcire sul mare. Chi blocca i cantieri non difende l’ambiente. Difende il nulla.

Il guaio è che adesso lo Stato è arrivato davvero.
Chi ha costruito la propria ragione d’esistere sulla denuncia dell’assenza non può permettere che l’assenza finisca.

Così il racconto si rovescia: non più “lo Stato non fa niente” ma “lo Stato vi sta fregando”.

La paura diventa l’arma perfetta. Non serve dimostrare nulla. Basta evocare.
La gente segue perché dopo trent’anni di bugie non distingue più chi la sta difendendo da chi la sta usando. Senza l’emergenza permanente i centri sociali perdono la ragione d’esistere. Senza il degrado non servono più i professionisti della protesta.

Una situazione paradossale. Ma il bello viene adesso.
A garantire il pieno sostegno della Regione Campania all’America’s Cup c’è Roberto Fico. Grillino della prima ora, ex presidente della Camera, oggi governatore grazie all’insipienza di Elly Schlein che, in pratica, gli ha regalato la Presidenza per sudditanza psicologica al campo largo.

Lo stesso Movimento 5 Stelle che ha costruito la propria fortuna politica sul No a tutto, persino ai grandi eventi sportivi. Lo stesso partito che nel 2016 con la Raggi ha bruciato le Olimpiadi estive a Roma e nel 2018 con la Appendino ha sabotato quelle invernali a Torino. Due città, due Olimpiadi, due No. Ma adesso che c’è un governatore grillino in Campania, i grandi eventi diventano una benedizione.

Il paradosso ha anche un risvolto comico. Fico, l’uomo che nel 2018 si fece fotografare sull’autobus diretto a Montecitorio, icona della sobrietà grillina, possiede una barca. La “Paprika”, uno sciallino di 34 piedi ormeggiato nel porto militare di Nisida con concessione ottenuta da presidente della Camera e mantenuta a mandato scaduto. Con la Guardia di Finanza che lo seguiva in motovedetta quando usciva per un bagno nel Golfo. Dall’autobus al gozzo. Dal reddito di cittadinanza all’ormeggio di cittadinanza. Predicano bene e ormeggiano male.

Del resto, di cosa stupirsi. Questo è il partito che ha preso in giro i propri elettori su tutto. Nato con la regola dei due mandati, nessuno si attacca alla poltrona, dopo due legislature si torna a casa, l’ha abolita con una delle sue celebri votazioni online, quelle di cui nessuno ha mai potuto verificare né i numeri né la trasparenza.

Il pilastro fondativo del Movimento è diventato maceria perché a Conte serviva blindare la propria poltrona di leader. Effetto collaterale: la strada spianata per Fico in Campania.

Il partito che pretendeva le dimissioni al primo avviso di garanzia tiene in Parlamento la Appendino, condannata in via definitiva dalla Cassazione a un anno, cinque mesi e 23 giorni per disastro, omicidio e lesioni colpose. Due donne morte. 1.672 feriti.

La scatoletta di tonno doveva servire ad aprire il Parlamento. I tonni, alla fine, erano quelli che li votavano. E continuano a farlo.

Beppe Grillo ha riassunto tutto con tre parole: “Da francescani a gesuiti”. Per una volta aveva ragione.

Intanto nel Golfo di Napoli sta per accadere qualcosa di storico. Per la prima volta in 174 anni la Coppa America verrà assegnata in Italia. Il 10 luglio 2027 gli AC75 voleranno sull’acqua davanti a Mergellina, con il Vesuvio sullo sfondo e il mondo intero a guardare.

Luna Rossa che insegue il sogno di diventare il primo team italiano a sollevare la Vecchia Brocca. Un palcoscenico che Barcellona, Valencia, Auckland e San Francisco si sono contese per decenni.

Bagnoli avrà finalmente i suoi dragaggi. La sua bonifica. Le sue infrastrutture. Un waterfront restituito alla città dopo trentacinque anni di veleni e promesse. Non grazie a un piano regionale, non grazie a un decreto rimasto nei cassetti, non grazie a una delle infinite cabine di regia che si sono succedute dal 1991. Grazie a una regata.

Chi batte le pentole in piazza dovrebbe farsi una domanda semplice: senza l’America’s Cup, quando sarebbe arrivata la bonifica? Tra altri dieci anni? Venti? Mai? La risposta la conoscono tutti. Anche loro. Soprattutto loro.

Ma in Italia funziona così. Si aspetta trent’anni che qualcuno faccia qualcosa. Poi, quando qualcuno lo fa, si scende in piazza per fermarlo. Si grida al pacco. Si occupa la colmata. Si chiama l’avvocato.

Fra trent’anni, davanti allo stesso deserto tossico, si dirà che nessuno ha mai fatto niente per Bagnoli.

La Coppa America arriva a Napoli nonostante Napoli. Nonostante i professionisti del No, nonostante i comitati, nonostante un partito che dice Sì solo quando conviene.

Grant Dalton, il capo della competizione, ha paragonato il cantiere di Bagnoli a quello di Milano – Cortina: “Tutti dicevano che non ce l’avrebbero fatta, poi l’hanno fatto”. Ha ragione. Ma lui è neozelandese. Non conosce ancora il genio italiano dell’autosabotaggio.

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