di Giuseppe Augieri
Le parole che uso da due anni sono per dire no al fariseismo che viene utilizzato trattando della guerra. Si pensa, e si vuol far credere, che la guerra, una volta iniziata, sia “gestibile”: magari dalle raccomandazioni ONU o dal pronunciamento della Corte di Giustizia Internazionale. E invece una guerra si gestisce, si finisce, si risolve con la logica della guerra. Così dice la storia. Negli effetti, i recenti “pronunciamenti” sulle guerre in corso sono valsi la carta sulla quale sono stati scritti.
Ci si dimentica che la ferocia di una guerra si nutre di vittime innocenti, sempre e dovunque una guerra si è tenuta: e ci si indigna di questo “inevitabile”. Si condannano i bombardamenti sui civili dimenticando che, da Barcellona 1938 in poi, questa è stata la costante delle guerre, la logica perversa delle guerre. Di tutte le guerre. Si pretende che il soldato al fronte sia un novello Piero, quello di De Andrè, che muore perché non accetta di uccidere ed ha un tentennamento: e si sa bene che non sarà così. Se episodi di umanità ci sono sui campi di battaglia, essi andrebbero esaltati come eroici al pari e più degli eroismi bellici. Si parla invece solo delle atrocità.
C’è una drammatica contabilità, nei comunicati di guerra: è quella dei soldati morti. Oltre 200.000 più 300.000 feriti gravi in Ucraina. E quella delle vittime civili: oltre 10.000. Per Israele la “conta” è molto più difficile: le vittime sono forse 35.000, in stragrande maggioranza civili. Questa contabilità atterrisce, origina repulsione: e così deve essere. Ma poi ci si ferma a questo.
Ucraina ed Israele, due guerre diversissime tra loro, hanno in comune la non volontà, finora, di essere fermate. Ne sono assolutamente convinto.
I motivi sono diversi, forse unificati solo dal fatto che Ucraina e Israele sono “anche” teatri di confronto tra due alleanze politiche, commerciali, finanziarie, militari che configgono in mille modi. Ora anche guerre comprese. Entrambi in zone strategiche per il futuro: i confini dell’est Europa per l’una ed il Medio Oriente ai confini con l’Africa per l’altra. Bisogna agire e farlo presto: gli hashtag #pace sono solo demagogie.
Si dice che non vi siano le condizioni per trattare. E’ vero: se si parte dal voler reiterare, o non rimuovere dal tavolo, la cause delle due guerre, una trattativa non può cominciare neanche.
In Ucraina la Russia non può vincere, non è possibile consentirlo. Bisogna convincersi però che non potrà mai neanche perdere. Sempre se la guerra non subirà escalation che qualche “prurito”, (area che si sta allargando pericolosamente), sta prospettando. Ed in questo caso, non riesco a fare previsioni. C’è stato l’errore di farla iniziare, la guerra. Poi di non averla fermata subito. Ora sperare che non ci siano conseguenze, fa parte dei sogni. Tutti pagheranno qualcosa, oltre a quello già pagato. Anche per gli errori fatti e non sono pochi. Sono le condizioni per far tacere le armi.
In Palestina si continua gioco al massacro della attribuzione delle responsabilità. Continua la inaccettabile strage israeliana (strage, non genocidio, come ha lucidamente spiegato Liliana Segre) mentre ogni giorno, nell’affollata area di civili inermi Israele scopre nuovi tunnel, nuovi depositi di armi, nuove milizie armate che nella logica di guerra (che non si può far finta non vi sia) “giustifica” la necessità di proseguire gli attacchi. Intanto Hamas, da parte sua, rifiuta una trattativa ponendo la pregiudiziale della chiusura delle ostilità per restituire gli ostaggi. Sapendo che questo è inaccettabile per Israele e che a pagare è il popolo palestinese, il “suo” popolo. E la domanda è: perché Israele dovrebbe fermarsi se lo stesso Hamas non fa nulla per salvaguardarli. Uno spiraglio viene dal recente “metterci la faccia” di Biden: ha addirittura finto che la sua proposta di road-map venisse da Israele per dare un segnale forte del “ora basta”. Poteva farlo prima, ma va bene così. Tuttavia sul tavolo del confronto ci sono ancora tutte le pregiudiziali iniziali, la causa dello scontro, la mancata rimozione dei motivi. Sullo sfondo lo stanco ripetere del “2 Popoli in 2 Stati” che fa acqua da tutte le parti. Qualsiasi “pace” sarà, alla fine, solo una tregua.
La guerra non va mai consentito che inizi. Il mostro, senza catene, è non più governabile. Il sonno della coscienza non può sperarsi che si interrompa quando il clamore della armi è in corso. Questo deve essere il focus di ogni azione politica. Temo invece che l’aria che spira sia esattamente quella opposta.
E ritorna quanto ho già detto: “prego, non a mio nome”.




