
Mentre i giovani iraniani tornano nelle piazze sfidando la morte, la voce di Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran dal 1989, si fa sentire più forte che mai. Il suo fascino persiste grazie a una retorica anti-imperialista tipicamente terzomondista. Ed è proprio questo il motivo dello strano silenzio di chi vede nell’Iran, non una teocrazia, ma un baluardo contro l’egemonia statunitense.
Attenzione però: se da un lato c’è quella fetta di sinistra che ormai è sprofondata nel rossobrunismo, dall’altro pesa la corresponsabilità delle autorità occidentali. Ed è qui che arriva la ferita più profonda. Leggo sui social i messaggi dei giovani manifestanti iraniani: “I bianchi liberali americani ed europei leccano il sedere all’Ayatollah”. Con “liberali” intendono i progressisti. Fa male, ma come dar loro torto?
Mentre quei ragazzi morivano – e muoiono ancora oggi – nelle piazze, molti governi occidentali negoziavano accordi col regime. Per anni abbiamo trattato Khamenei come interlocutore legittimo. Abbiamo stretto mani sporche di sangue. Abbiamo chiuso gli occhi. Tutto in nome della “stabilità”, del “realismo”, della comodità.
Loro lo vedono. Vedono anche che per noi una ragazza iraniana uccisa vale meno di una palestinese (per una parte consistente della sinistra) o meno di un barile di petrolio (per i governi). Qui nasce una inevitabile contraddizione: questi giovani anelano alla nostra stessa libertà. Guardano i nostri film, ascoltano la nostra musica, sognano i nostri diritti. Ma molti di loro ci odiano. E come biasimarli?
Se domani – e spero sia oggi – rovesceranno il regime, non aspettiamoci gratitudine. Non cerchiamo un Iran riconoscente. Prepariamoci piuttosto a un popolo che ci guarda con sospetto. Che ricorda quando, nel loro bisogno di salvatori, noi scegliemmo il teocrate. Ogni volta che speravano in una sinistra sensibile ai diritti umani, quella guardava altrove. Come istituzioni, preferimmo stabilità e affari. Come movimento progressista, antiamericanismo e antisionismo a prescindere.
Quella memoria non si cancella con dichiarazioni o comunicati post-rivoluzione. Ogni volta che abbiamo anteposto i “nostri interessi strategici” alle loro vite, abbiamo scritto una pagina di quella memoria. E il conto, prima o poi, arriva sempre.





