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IL COMUNISMO È UN MALE PASSATO?

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di Vito Schepisi – 27 novembre 2023

L’opposizione puntellata dall’attivismo giudiziario contro i provvedimenti legislativi del Governo è un film di cui si conosce già la trama.
Sarebbe una commedia già vista, ma questa volta dai risvolti ancora più drammatici per il futuro democratico del Paese.
Tra le cose di cui, però, l’Italia non avrebbe bisogno, c’è una nuova aggressione giudiziaria che mortifichi e annulli le scelte e gli indirizzi politici degli italiani.
Senza che nessuno cada dal pero, si sa molto bene come si chiama il sistema che conduce al progressivo logoramento della democrazia liberale.
Dopo, però, le due risoluzioni europee sui crimini contro l’umanità, attribuiti ai pensieri forti del secolo scorso, con l’equiparazione tra comunismo e nazi-fascismo, quali sistemi violenti e contrari ad ogni principio di democrazia e d’umanità, la sinistra massimalista d’oggi, più per opportunismo che per vergogna, ha qualche ritegno in più a definirsi ancora comunista.
Non è più come nel passato, quando quella comunista passava per l’ideologia che liberava l’uomo dalla miseria.
Oggi preferiscono nascondersi, forse per la vergogna di rivelarsi per ciò che sono.
Quel modo di servirsi d’ogni mezzo (teoria Lenin) per conquistare il “potere”, però, si chiama sempre comunismo.
È anacronistico e fuori del tempo, ma se lo si è conosciuto non è difficile smascherarlo ancora, perché usa gli stessi modi ed adotta sempre lo stesso cinismo.
Il comunismo non è una presenza che si manifesta apponendo un cartello con cui si comunica quando inizia e quando finisce l’avvenimento.
Quando c’è un regime comunista lo s’avverte nell’aria:
– perché mortifica ogni speranza di girar pagina;
– perché toglie la capacità di poter guardare al futuro con serenità;
– perché, per essere un regime autoritario, non consente che vi sia una legge che sia uguale per tutti;
– perché sopraggiungono la miseria ed il degrado sociale;
– perché si mettono in discussione tutti i valori etici e naturali che fanno parte del livello di civiltà raggiunto da una libera ed indipendente entità nazionale;
– perché, infine, si formano le élites e compare l’oligarchia.
Per bene che vada, il prevalere ideologico, culturale e politico del comunismo si rivela sempre come una scommessa al ribasso sulle condizioni sociali, sulla serenità e sul tenore di vita del popolo.
Il comunismo in Italia, se c’era una volta nei sentimenti e nella formazione politica e sociale di centinaia di militanti, di attivisti e di sostenitori, c’è ancora e rimane.
Se nelle teorie marxiste non esistono gli individui, ma le “masse” e se, per il principio di conservazione della massa di Lavoisier “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, i comunisti ci sono ancora e sono tra noi.
Si sono solo trasformati!
Non c’è, infatti, tra di loro, chi ha mai fatto ammenda del passato e nessuno che abbia smentito che, cambiar nome, non richiedeva di dover cambiare anche l’essenza del proprio pensiero.
Un po’ come cambiare la facciata d’un edificio, senza rimuovere il degrado che c’è all’interno.
Il comunismo, tolti i riferimenti storici, è tale e quale sia al nazismo che al fascismo: sono la conseguenza d’azioni violente e di eventi drammatici.
Si manifesta ogni qualvolta una corporazione che gestisce un potere, o una cricca di persone che ha influenza politica, ovvero culturale, sulla parte più influenzabile, o meno moderata del popolo, s’organizza per limitare gli spazi di libertà degli individui, e per perseguire un disegno autoritario, populista e massimalista, governato da una cerchia ristretta di oligarchi.
Senza soffermarsi sull’interpretazione materialistica e dialettica della storia del marxismo, ambito di valenza prettamente filosofica, Marx ha elaborato anche una dottrina politica ed economica di tipo burocratico e statalista (che ha fallito dappertutto) chiamata “Comunismo”.
Quest’ultimo appare incardinato su d’un sistema di partito unico che esercita il controllo totalitario (poliziesco, politico, sociale e giudiziario) sulla vita, sulle azioni e sul pensiero del popolo.
Il comunismo, inoltre, stabilisce le sue regole attraverso la repressione della libertà.
Quando il comunismo veniva mostrato come un fiore all’occhiello dei sedicenti progressisti si sosteneva, tra l’altro, che tutto ciò che le altre dottrine (liberali, moderate, riformiste e cattoliche) intendevano per libertà fosse solo il riflesso di tipici vezzi antipopolari e borghesi.
Osservando il sistema comunista si riesce, pertanto, anche a fornire una chiave di lettura del reiterarsi dell’attivismo giudiziario contro i provvedimenti legislativi d’un governo non maturato nel brodo di coltura della sinistra.

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