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MAGISTRATURA, MAFIA, MEDIA E IL PCI CHE INFILTRA LE BR IN DUE LIBRI DEL GENERALE MORI

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“Unico problema per il governo è l’opposizione giudiziaria. Mi riferiscono di riunioni di magistrati di una corrente”.

La frase del ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha sollevato un fuoco di fila, uno sbarramento della sinistra, con richieste di audizione in Parlamento.

Richieste alle quali il ministro Crosetto ha risposto, senza scomporsi, che lo farà alla Commissione Antimafia o al Copasir.

Sarà compito del ministro suffragare le sue affermazioni con riscontri fattuali.

Quello che possiamo registrare, allo stato attuale della vicenda, è un messaggio politico chiaro a un certo modo di porsi di una parte del potere giudiziario che, da Mani Pulite in poi, si è sentito incaricato di decidere che è democratico e chi non lo è, chi è legittimato a governare e chi non lo è.

La questione non riguarda solo l’Italia, ma ha un buon esempio proveniente da Oltreoceano ed è un vizio endemico di una certa idea della sinistra Dem e del ruolo della magistratura in una democrazia traballante.

Un esempio preclaro è quanto sta avvenendo nei confronti di Donald Trump per impedirgli di essere il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali del 2024, con un fuoco di fila di inchieste giudiziarie.

I Dem hanno un’idea tutta loro della democrazia. Se comandano loro la democrazia è salva; se comandano i conservatori c’è una deriva antidemocratica.

L’assioma è: la democrazia è di sinistra o non è.

Accade così che Hillary Clinton monti  lo scandalo Russia gate nei confronti di Trump, poi rivelatosi una bufala, ma nel frattempo fonte di un tormentone mediatico al quale si sono prestati i media che accolgono le notizie di regime come oro colato, da diffondere religiosamente.

Accade così che Nancy Pelosi monti lo scandalo dell’invasione di Capitol Hill, ora rivelatasi una bufala, dopo che i filmati della sicurezza, resi noti dal Congresso, hanno fatto vedere poliziotti che accompagnavano i cosiddetto invasori in gita turistica e facevano fotografie ricordo.

Su Mani Pulite e sulle vicende della magistratura italiana sono stati scritti volumi interessanti e ognuno, leggendoli, può farsi un’idea di come stiano le cose nel Bel Paese.

Valgano per tutti “Il Sistema” e “Lobby & Logge” di Luca Palamara.

Il tema, tuttavia, non è questo.

Il tema riguarda la funzione dei media, la cui responsabilità nei confronti dell’opinione pubblica è enorme e che sono stati resi strumenti di propaganda consapevole, in quanto non si peritano di verificare nulla, di produrre nessun documento probante, di addurre nessun fatto giustificante, ma solo opinioni e teorie.

In questi giorni stanno uscendo libri che raccontano verità scomode e, al contempo, ci ricordano gogne mediatiche ignobili in quanto prone ad una narrazione di regime che, a distanza di anni, risulta artatamente costruita e falsa.

In libreria è acquistabile il libro di Mario Mori e di Giuseppe De Donno “La verità sul dossier mafia – appalti”, che squarcia i veli che hanno coperto le vere cause della morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino e della incriminazione dello stesso De Donno (colonnello dell’Arma dei carabinieri) e di Mario Mori, (che dell’Arma è generale), poi assolti con formula piena dopo anni di gogna giudiziaria e mediatica.

Il libro mette in chiaro, con nomi e cognomi, reti e collusioni.

Il dossier dei Ros, da loro predisposto, non ebbe mai vita facile nemmeno dopo l’assassinio di Falcone, il 23 maggio 1992, e poi di Borsellino, avvenuto il successivo 19 luglio e alla fine venne seppellito definitivamente insieme con i due magistrati.

C’è un altro libro che racconta di Mario Mori e della sua attività al servizio dello Stato: “M.M. – Nome in codice Unico”, scritto dallo stesso Mario Mori e da Fabio Ghiberti.

Mario Mori, generale dei carabinieri, è stato ufficiale del controspionaggio SID all’inizio degli anni settanta e poi con Carlo Alberto Dalla Chiesa nei nuclei speciali antiterrorismo. È il fondatore del ROS dell’Arma dei Carabinieri e nei primi anni Duemila ha diretto il SISDE, il servizio segreto civile. Ha condotto con successo molte operazioni sotto copertura, tra cui la cattura del boss mafioso Totò Riina.

Il generale Mario Mori, come si spiega in quarta di copertina del libro, edito da La Nave di Teseo – ha vissuto la storia dell’Italia degli ultimi quarant’anni in posizioni chiave: ha conosciuto la violenza del terrorismo e della criminalità organizzata, gestendo i mesi caldi del sequestro di Aldo Moro e dell’omicidio Dalla Chiesa, ha fondato il Raggruppamento operativo speciale (ROS) dei carabinieri con cui ha combattuto la mafia in Sicilia, ha condotto l’operazione che ha portato all’arresto del boss Totò Riina, ha diretto i servizi segreti, ha subito un processo ventennale da cui è stato, infine, pienamente assolto in Cassazione. Un uomo di Stato finito in una persecuzione giudiziaria e mediatica che ne fanno il “caso Dreyfus” italiano.

Nel libro Mori ripercorre in prima persona i principali eventi di questo itinerario, racconta la sua verità e svela molti segreti italiani: dalle infiltrazioni nella colonna romana delle BR ai fondi neri del Sisde, dai retroscena della lotta alla camorra e alla mafia agli intrecci perversi tra criminalità organizzata, imprenditoria e politica.

Nell’introduzione al libro, Giovanni Negri si chiede, a proposito della lunga gogna giudiziaria e mediatica alla quale è stato sottoposto il generale Mori.: “Quanti Totò Riina non ha potuto arrestare lungo un ventennio Mario Mori, perché a un certo punto gli è stato impedito di essere ciò che nella sua vita è sempre stato?”.

E poi: “Quanti Matteo Messina Denaro non ha potuto arrestare?”.

E ancora: “Quanti ostaggi italiani non ha potuto salvare?”.

Domande inquietanti che si associano alla denuncia netta di Negri nei riguardi di una stampa proclive a condannare senza prove, in base a posizioni ideologiche, come è stato fatto anche con Enzo Tortora.

C’è una chicca nel libro che, da sola, ne vale la lettura. “Qui è scritto – dice Negri nell’introduzione – che il Pci, attraverso l’agente denominato Fontanone, infiltrò le Brigate Rosse. E che Dalla Chiesa e Pecchioli, con Mori testimone, questo concordarono e realizzarono”.

Non male. La notizia vale da sola un nuovo libro inchiesta.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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