
Nel gioco di parole tra persa e Persia si racchiude la sintesi della situazione nella quale si è cacciato l’Occidente seguendo la politica estera del Partito Democratico Usa.
La guerra persa è quella condotta per procura in Ucraina tra Usa e Russia. Persa per Kiev, per Washington e per Bruxelles per esaurimento delle risorse, materiali e umane, e ora impantanata in uno stallo che consuma lentamente uomini e mezzi senza che, dopo molti mesi, ci sia qualche risultato, mentre tutto è sostanzialmente fermo su una linea di contatto dove non accade più nulla di significativo.
La “Guerra Persia” è quella che l’Iran ha innescato, per procura, per dare l’avvio a un confronto dai molteplici aspetti, dove tutto è possibile.
Così, mentre sull’Ucraina cala il gelo, il Medio Oriente si infiamma.
Riguardo all’Ucraina è giunto alla conclusione il terzo incontro sulla Formula di pace, organizzato a Malta, alla fine del quale, da una dichiarazione congiunta dei rappresentanti di Malta e Kiev, è stato ribadito “il più ampio sostegno internazionale possibile per una pace globale, giusta e duratura”. Parole.
Nel caso ucraino, la politica estera del partito Democratico (Clinton, Obama e ora Biden) è stata contrassegnata da una continua pressione accerchiante nei confronti della Russia, con l’entrata nella Nato di molti Paesi dell’ex blocco sovietico.
Pressione condotta fino a superare la pazienza dell’Orso moscovita, il quale ha invaso l’Ucraina, Paese confinante, per affermare un concetto geopolitico chiaro, ossia che la Russia non intende essere accerchiata e soprattutto esclusa dal dominio del Mar Nero, che condivide con la Turchia.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Nel caso della Persia, la politica estera del Partito Democratico ha fatto segnare un disastro, prima con le primavere arabe, poi con la prosecuzione della guerra innescata in Iraq dal sodale Rino (Republican in name only) Bush junior, che ha favorito l’Iran e, infine, con la ripresa dell’accordo per il nucleare con Teheran.
Come con la guerra dell’Ucraina, l’idiozia propagandista dilagante, che accomuna le élite europee ai media mainstream, gioca sulla tastiera binaria: o stai con Kiev o sei putiniano, o stai con il popolo palestinese o sei un sionista guerrafondaio. Contrapposizione che si allarga alle piazze occidentali e agli atenei anglosassoni, dove albergano gli intellettuali della sinistra radical. L’infimo esempio di manipolazione è dato dall’Italia, dove Pd e M5S si contendono le piazze della pace.
Nel Medio Oriente, così come in Ucraina, si svolge una guerra per procura dove un popolo, scelto come sacrificabile, serve a alimentare giochi geopolitici.
Non è necessario essere dei complottisti o dei geni dell’intelligence per capirlo. Basta sentire cosa ha detto Ismail Haniyeh, leader di Hamas in un video che ha fatto il giro del mondo.
«L’ho detto in passato e lo dico ancora: il sangue delle donne, dei bambini e degli anziani… Siamo noi che abbiamo bisogno di questo sangue perché risvegli dentro di noi lo spirito rivoluzionario, ci spinga ad andare avanti».
Ismail Haniyeh, mentre se ne sta comodo all’estero, come altri capi dei miliziani agli ordini di Teheran, ha rivolto un messaggio a Israele, affermando che le migliaia di civili uccisi finora a Gaza non indeboliranno Hamas, anzi accresceranno lo «spirito rivoluzionario».
Una delle accuse rivolte ad Hamas è proprio quella di usare i civili come “scudi” e di nascondere le proprie sedi militari dentro edifici civili, ospedali compresi.
E’ necessario uscire dalla logica binaria e affrontare la complessità, a partire dalla “Guerra Persia”, ossia dal confronto per procura, con Hamas, Hezbollah, Huthi, che l’Iran sta conducendo nei confronti di Arabia Saudita e Turchia per affermare la logica imperiale persiana ed evitare l’accerchiamento da parte dell’imperialismo turco e del panislamismo di Riad.
Il confronto che si svolge per procura, avendo come agnello sacrificale il popolo palestinese della striscia di Gaza, il cui sangue, secondo il leader di Hamas, accrescerà lo spirito rivoluzionario, sembra molto al sangue versato dal popolo ucraino per combattere la guerra per procura tra gli Usa e la Russia, gli uni travestiti da democrazia e l’altra da autocrazia.
Dietro, ovviamente, ci stanno gli interessi e il dominio economico, finanziario e delle materie prime.
La Persia con un colpo solo, attivando Hamas, ha bloccato la normalizzazione dell’Arabia Saudita con Israele, con la conseguenza di bloccare, facendo un servizio alla Cina, la via del Cotone e ha pareggiato i conti con Israele riguardo agli armeni. La questione del Nagorno Karabakh, infatti, ha visto l’eliminazione degli armeni dall’Azerbaigian, Paese che ha ottimi rapporti con Israele, il quale ha fornito armamenti avanzati per vincere gli armeni, alleati dell’Iran. Qui, tanto per capire che le cose sono impossibili da far correre nella logica binaria dell’au aut, gli armeni, cristiani, sono alleati dell’Iran sciita, mentre gli azeri, in maggioranza musulmani sciiti, sono alleati di Israele.
L’Armenia, inoltre, è alleata della Persia in funzione anti turca.
In questo incrocio c’è infatti anche la Turchia, nemico storico dell’Iran che, guarda caso, proprio in questi giorni aizza le piazze contro Israele per porsi come riferimento turco di Hamas (sunnita) in alternativa all’Iran. Una guerra di influenza sul mondo palestinese che il sultano turco sta giocando con spregiudicatezza, anche con l’obiettivo di porsi come mediatore.
In questo scenario si pone anche la posizione della Russia, che ha ottimi rapporti con l’Iran e anche con Israele, il cui ambasciatore in Israele, Anatoly Viktorov, è stato convocato ieri dal ministero degli Esteri israeliano in relazione alla visita a Mosca del 26 ottobre della delegazione del movimento islamista palestinese Hamas.
Anche in questo caso, il gioco è a mettersi in posizione di mediazione, sapendo che tale posizione può essere giocata anche nei confronti del fronte ucraino.
Come si può ben vedere, l’intreccio delle questioni è fitto, mentre cadono le bombe su Gaza, mentre al fronte gli ucraini muoiono e mentre gli armeni, in oltre centomila, hanno dovuto abbandonare tutto quello che avevano e andarsene dal Nagorno Karabakh.
L’altro aspetto di questa guerra a macchie di leopardo riguarda il fatto che il Medio Oriente si colloca nel cosiddetto Rimland, la fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia e che comprende alcuni colli di bottiglia marittimi più importanti a livello mondiale, il cui controllo significa il controllo dei flussi commerciali e anche degli assetti geopolitici.
Chi controlla il mare, controlla la terra e il Medio Oriente e il Nord Africa costituiscono le regioni del passaggio obbligato che collega l’Indopacifico al Mediterraneo e, questo, con l’Oceano Atlantico. Il Canale di Suez, il Canale di Sicilia, lo Stretto di Gibilterra sono alcuni dei colli di bottiglia. Lo stretto dei Dardanelli collega il Mar Nero al Mediterraneo.
Nel Mediterraneo sono presenti la Russia (vedi Tartus in Siria con basi militari) e la Cina (Pireo, come base commerciale). Nel Mediterraneo dovrebbe sfociare, ad Haifa in Israele, la Via del Cotone.
Non a caso in questi giorni il Mediterraneo è affollato di navi militari occidentali.
L’Est del Mediterraneo può già contare sulle task force inviate dagli Stati Uniti, dalla Francia e dal Regno Unito.
Washington ha dispiegato le portaerei USS Gerald R. Ford (a propulsione nucleare) e USS Dwight D. Eisenhower (diretta nel Golfo Persico).
Parigi ha schierato la porta elicotteri Tonnerre in supporto all’Alsazia e alla Surcouf.
Londra ha optato per un gruppo composto da due navi: la ausiliaria di classe Bay Landing Ship Dock (LSD) RFA Lyme Bay e la RFA Argus.
L’Italia ha reso disponibile il pattugliatore polivalente d’altura Thaon di Revel della Marina Militare, precauzionalmente rischierato a Cipro nei giorni scorsi, per poter rapidamente raggiungere le acque antistanti Israele/Gaza, con il compito di imbarcare materiale umanitario.
La Spagna ha spostato da Cadiz nel Mediterraneo tre navi: la nave di assalto anfibio Classe Juan Carlos I-class, ESPS Juan Carlos I (L61), la nave da trasporto anfibio classe Galicia, ESPS Castilla (L52) e la fregata ASW Classe Santa Maria, ESPS Numancia (F83), più o meno il meglio che hanno gli spagnoli.
Come si vede, la situazione è assai complessa e non riducibile a chi sta con il popolo palestinese e a chi sta con il popolo di Israele.
Nel frattempo l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden si sta preparando alla possibilità che la guerra tra Israele e Hamas si espanda nel Medio Oriente. Lo riferisce la testata statunitense “Axios” sulla base di fonti statunitensi e israeliane. L’ipotesi dell’escalation sarebbe stata discussa nel colloquio telefonico di venerdì tra il segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin, e il ministro della Difesa d’Israele, Yoav Gallant, avvenuto diverse ore dopo l’inizio dell’ampliamento delle operazioni israeliane a Gaza.





