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OCCIDENTE AL BIVIO: IL FRONTE PRO KYIV INIZIA A CEDERE E QUELLO PRO ISRAELE NON VA BENISSIMO

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di Silverio Allocca
I recenti sviluppi geopolitici stanno lentamente evidenziando criticità via via crescenti per tutto quanto concerne la tenuta della leadership statunitense nel variegato scacchiere occidentale, criticità dovute alla sempre più marcata incapacità dell’attuale establishment americano di valutare per tempo le conseguenze delle scelte politiche operate –e persino coordinate in ambito NATO–  in risposta alle sempre più frequenti crisi regionali persino quando, come nel caso del conflitto russo–ucraino, sono il frutto di una propria strategia della quale non sono stati adeguatamente valutati i rischi.
Le prime avvisaglie le abbiamo avute nel Febbraio–Marzo 2022, allorché, allo scoppio del conflitto russo–ucraino, gli esperti del Rand Corporation, l’influentissimo think–tank vicino al Pentagono, hanno licenziato l’”Understang the risk of escalation in the war in Ukraine”, il testo base interpretativo della strategia della Federazione Russa a partire dal quale hanno sostanzialmente preso il via le infelici contromisure atte a contenere l’esercito di Mosca e a contrastare le presunte mire del Cremlino che è stato ipotizzato Putin avesse in animo di portare avanti con una strategia militare del tipo Blitz–Krieg funzionale alla conquista dell’intera Ucraina con, tutto sommato, truppe non solo  insufficienti per numero, ma, per somma, pure sparpagliate su addirittura quattro fronti di attacco (quello settentrionale dalla Bielorussia con direzione Kiev, quello nord-orientale con direzione Kharkiv, quello meridionale partendo dalla Crimea già occupata e quello sud–orientale da Luhansk e Donetsk).
Tanto in totale dispregio di qualsiasi logica strategica che per un tale tipo di azione, con un tale presunto obiettivo ed in considerazione della consistenza della forza militare da contrastare (qualcosa come 600.000 uomini adeguatamente preparati, addestrati ed armati), avrebbe richiesto l’impiego di una forza di invasione di almeno 2.000.000 di uomini adeguatamente individualmente equipaggiati, nonché supportati da un congruo numero di mezzi corazzati, pezzi di artiglieria e aerei, che muovessero lungo un’unica direttrice d’attacco: sicché mai nulla fu, alla luce dei fatti, peggio letto ed interpretato e di conseguenza contrastato con scelte operative foriere di cotanti smaccati controproducenti risultati sia sotto il profilo strategico,  che quello sotto quello economico, da aver determinato la situazione attuale di crisi per le economie di molti Paesi europei e di stallo per l’Ucraina che solo un pazzo può aver pensato potesse battere sul campo le truppe di Mosca.
La cosa va adeguatamente presa in debita considerazione in quanto un tale acritico modo di agire lascia aperta la strada anche alla ipotesi, del tutto legittima, che da un momento all’altro i vertici statunitensi possano pensare di essere in grado di sferrare un attacco, non dico alla Russia ed alla Cina, ma ad un Paese terzo (ad esempio l’Iran) contando in un rapido e risolutorio risultato: una scelta che si rivelerebbe fatale per tutti, a cominciare proprio dagli Stati Uniti e dai Paesi europei membri della NATO.
Fantasie? Se così allora qualcuno mi spieghi il pronto schieramento al buio delle due squadre aeronavali di attacco statunitensi di fronte alle coste israeliane.
Vi è poi un altro aspetto che va adeguatamente preso in considerazione e che è emerso dalla votazione del 27 Ottobre 2023 con le quale l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato la risoluzione giordana riguardante la crisi a Gaza: una votazione che merita un commento per quello che riguarda i voti contrari e, peggio ancora, gli astenuti, una votazione da cui è emerso l’isolamento drammatico, per certi versi, dell’Occidente
Questa che stiamo vivendo non è semplicemente una crisi umanitaria e neppure  una crisi geopolitica, bensì sistemica.
Ora i casi sono due:  non ce ne rendiamo conto perché non siamo in grado di rendercene conto, oppure non ne prendiamo coscienza perché non vogliamo farlo, come già accadde alla nobiltà ed al clero nella Francia della fine del XVIII secolo.
A questo punto :
  • se non siamo in grado di rendercene conto vuol dire che abbiamo problemi cognitivi gravissimi prima ancora che etici e/o valoriali, problemi determinati da un analfabetismo funzionale generalizzato dilagante a tutti i livelli e di tali proporzioni da averci fatto esprimere una classe politica che andrebbe solo rottamata: se cosi la prognosi per il nostro sistema è assolutamente infausta
  • se invece ci rifiutiamo ottusamente di prenderne atto allora questo vuol dire che abbiamo perso la logica e la freddezza necessarie per affrontare le conseguenze dei nostri errori mettendoci in discussione: certo, capisco che il farlo comporterebbe una “caduta” ma, come recita un aforisma giapponese, talvolta è possibile evitare il crollo solo se si accetta con umiltà la caduta. In questo secondo caso qualcosa può essere fatto, ma i margini temporali sono stretti: molto stretti!
Tempi duri, a questo punto, quelli che da qui in avanti dovranno essere affrontati  da Biden e dai suoi alleati che, a questo punto, meglio farebbero a rivedere tutta la loro politica estera, in primis quella mediorientale che sta compattando il fronte anti–occidentale in modo alquanto preoccupante se solo consideriamo quanto dichiarato dal Ministro degli Esteri giordano, Ayman Safadi, a nome dei 22 Paesi del gruppo arabo che si è fatto promotore, nel corso della pocanzi citata sessione straordinaria dell’ONU, di una risoluzione di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza alla presenza dei delegati di tutti i 193 Stati membri:
“Israele sta trasformando Gaza in un inferno perpetuo sulla terra. Il trauma perseguiterà intere generazioni” ed ancora “Il diritto all’autodifesa non è una licenza per uccidere impunemente, la punizione collettiva non è autodifesa, è un crimine di guerra”.
Piacciano o non piacciano, le parole del Ministro degli Esteri giordano non possono essere tacitate adducendo la legittimità del diritto alla difesa della propria integrità territoriale rivendicato giustamente dal Governo israeliano, a patto che si rispettino il diritto internazionale e le norme previste per la tutela dei civili che paiono essere l’ultima delle preoccupazioni dell’IDF e dei suoi portavoce a vario titolo.
Affermazioni come quella dell’ex ambasciatore di Israele in Italia, Dror Eydar: “Noi in Israele non siamo interessati a tutti questi discorsi razionali, noi abbiamo un solo scopo: distruggere Gaza”, al di là di tutti i facili commenti, non solo rappresentano un autogol pazzesco di tutto l’establishment israeliano, ma rendono ulteriore testimonianza, con il pronto invio di ben due squadre d’assalto aeronavali al largo delle coste israeliane nonché della messa in preallarme di un non meglio definito numeri di basi militari e di unità di combattimento statunitensi in giro per il mondo quale ulteriore misura di deterrenza contro eventuali iniziative poste in essere da non si sa bene quale Paese terzo, nonché della mobilitazione della intera NATO (pur con tutti i distinguo del caso: vedi Turchia), alla luce della violenza della reazione delle FFAA israeliane che si è prontamente accanita contro l’intera popolazione di Gaza seminando ovunque morte e distruzioni inenarrabili, costituisce la riprova della inconsistenza della leadership millantata da una Casa Bianca che più che coordinare e dirigere sembra solo capace di andare avanti a tentoni subendo conseguenze inimmaginabili per tutto quanto riguarda il ruolo che continua ad ascriversi autoreferenzialmente in ambito internazionale.
L’epilogo geopolitico di questa vicenda sta tutto nell’esito della storica votazione con la quale l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato la risoluzione proposta dalla Giordania per una tregua del conflitto sulla Striscia di Gaza.
Nel testo proposto veniva richiesta una “tregua umanitaria immediata, duratura e prolungata che conduca alla cessazione delle ostilità, e che tutte le parti rispettino immediatamente e pienamente i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale, in particolare per quanto riguarda la protezione dei civili” cui far seguire la “fornitura immediata, continua e senza ostacoli di beni e servizi essenziali ai civili in tutta Gaza” nonché l’apertura di corridoi umanitari unita alla “revoca dell’ordine da parte di Israele di evacuazione dei palestinesi dal nord della Striscia” respingendo “fermamente qualsiasi tentativo di trasferimento forzato della popolazione civile palestinese” e sollecitando bilancio rilascio “immediato e incondizionato di tutti i civili tenuti illegalmente prigionieri”: ebbene, quantunque per la sua approvazione fosse necessario il voto favorevole di 2/3 dei Paesi presenti e votanti, la stessa è stata approvata con 120 voti a favore, 14 contrari e ben 45 astenuti fra i quali l’Italia con, tra gli altri, Germania, Bulgaria, Finlandia, Grecia, Giappone, Sud Corea, Ucraina, Gran Bretagna, Slovacchia e Tunisia.
I 14 Paesi contrari, invece, oltre a Israele e Stati Uniti, sono risultati essere l’Austria unitamente a Croazia, Fiji, Cecoslovacchia, Guatemala, Ungheria, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Tonga, Papua Nuova Guinea e Paraguay che mostrano al mondo il palese isolamento del binomio USA-Israele visto, tutto sommato, lo scarso peso politico dei restanti 12 tra i quali a sorpresa troviamo una sicuramente non prevista  opportunistica presenza: quella della Turchia che ha forse preferito allinearsi al fronte dei contrari a causa dei molti scheletri nell’armadio in tema di pulizia etnica.
A sottolineare la durezza della sconfitta patita sono giunte le parole del  palesemente irritato rappresentante di Israele, l’ambasciatore Gilad Erdan, che con ben poco senso di opportunità e lungimiranza, ha definito ridicola la risoluzione e accusato l’Onu dicendo: “Oggi è un giorno che passerà alla storia nell’infamia, un giorno buio per l’ONU, che non ha più un briciolo di rilevanza o legittimità. Israele ha il diritto di difendersi. L’unico modo è sradicare la capacità terroristica di Hamas, e questa risoluzione non nomina neppure Hamas. Perché difendete degli assassini, dei terroristi che decapitano bambini? Vergogna”
Ed infatti a rendere ancora più pesante il risultato va sottolineato come i “contrari” abbiano dovuto incassare pure il rigetto della bozza canadese nella quale aveva trovato posto, accanto alla richiesta della auspicata tregua, una dichiarazione di condanna degli “attacchi terroristici di Hamas”.
A rendere più complicate che cose abbiamo anche un altro evento riguardante il secondo settore caldo di questo periodo storico: quello Ucraino.
Ebbene, proprio il 27 Ottobre 2023, un giorno infausto, a quanto pare, per la storia dell’Occidente, la Slovacchia ha dichiarato la sospensione delle proprie forniture di armi all’Ucraina. L’annuncio è stato dato ieri in Parlamento dal neo Premier, Robert Fico, nonché punto di riferimento del suo partito, lo SMER– Direzione Socialdemocrazia, di cui è il leader dalla fondazione avvenuta l’8 Luglio 1999, un partito nato a seguito della sua fuoriuscita dallo SDL, il Partito della Sinistra Democratica.
Scarso il peso della decisione presa dal punto di vista logistico avendo fornito meno dell’1% del complesso degli aiuti militari; diverso il peso politico per quello che riguarda le implicazioni per il Consiglio Europeo: a questo punto alla piccola falla nella diga costruita dalla coppia von der Leyen – Biden potrebbe fare seguito tutta una serie di ulteriori defezioni visti i venti di guerra in Medio Oriente e l’entrata in campo, a quanto pare, della Cina con il sabotaggio del Baltic Connector.
Più di tutto pesano le parole con cui Fico ha motivato la sua decisione al Consiglio Europeo, parole che fanno seguito al suo “Consideriamo gli aiuti all’Ucraina solo come umanitari e civili” pronunciato all’indomani della sua nomina a Capo del Governo: l’immediata interruzione delle operazioni militari “è la soluzione migliore che abbiamo per l’Ucraina” ed ancora “La UE dovrebbe passare da fornitore di armi a pacificatore”
Per non parlare della dichiarazione affidata, a margine dei lavori del vertice UE odierno, ad un post su Facebook in cui si legge “L’Ucraina è uno dei paesi più corrotti al mondo” e il sostegno finanziario dell’Ue deve essere “condizionato dalla garanzia che il denaro, compreso quello slovacco, non venga usato indebitamente”.
Tuttavia, proprio la Polonia, un altro dei principali partner dell’Ucraina, aveva recentemente annunciato –la notizia era del 20 Settembre 2023– la sospensione della fornitura di armi a Kiev. Una decisione, questa, in risposta alle dichiarazioni del presidente ucraino. Volodymyr Zelensky aveva condannato il fatto che alcuni Paesi fingerebbero solidarietà con l’Ucraina sostenendo indirettamente la Russia. Le relazioni tra i due Paesi, d’altro canto, si erano notevolmente raffreddate in seguito alla disputa sul grano ucraino. Ora, se è vero che Varsavia potrebbe rimangiarsi quanto detto visto che alle elezioni generali di ottobre il fronte nazionalista di Mateusz Morawiecki è stato sconfitto, è altresì parimenti vero che il pronunciamento della Slovacchia potrebbe dare nuovo impulso a questo nuovo corso, fermo restando che il trionfalismo di Donald Tusk, leader della coalizione vincente, deve scontrarsi con la dura realtà che i numeri dei nazionalisti fanno sì che a formare il nuovo esecutivo dovrà con ogni probabilità essere il partito di governo uscente.
Comunque la si voglia mettere Zelensky ha di che preoccuparsi viste pure le parole del leader di Budapest, Viktor Orban: “I Russi non perderanno al fronte”
Non c’è che dire: l’Occidente in questa data memorabile non si è fatto mancare proprio nulla.

 

 

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